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Coronavirus e ricerca scientifica

Coronavirus e ricerca scientifica

27 Marzo 2020 Redazione SoloTablet
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Una parola assente nelle tante che si ascoltano ai tempi del Coronavirus è "ricerca". Si segue l'emergenza assumendo medici e infermieri e si dimentica che alla crisi corrente potrebbero seguire altre crisi alle quali arriveremmo impreparati come lo siamo stati per la crisi corrente. Impreparati anche perchè in questo paese nessuna o scarsa attenzione, nessuna cura e pochissimi investimenti sono stati dedicati alla ricerca. Segnaliamo sul tema un interessante articolo di Paolo Mieli che ricorda a tutti quanto tempo si sia perso, quante discussioni inutili e fuorvianti ci siano state e quanto urgente sia, a maggior ragione oggi, investire in ricerca scientifica e sui tanti talenti italiani che alla ricerca stanno dedicando la loro esperienza, professionalità e vita.

Coronavirus, non dobbiamo mollare troppo presto (un articolo pubblicato sul Corriere della sera)

Finita la prima fase del contagio, c’è una tregua al termine della quale segue sempre una seconda ondata

Prepariamoci. La storia delle epidemie insegna che il momento critico è quello in cui i decessi iniziano a diminuire, l’autorità pubblica si compiace per lo scampato pericolo, la tensione si allenta e molte persone pensano che sia giunta l’ora di tornare alla vita precedente. Ogni volta, dalla «peste» di Atene nel V secolo a.C. a quella «antonina» del 165 d.C . alla «morte nera» del Trecento, all’epidemia del 1630 descritta da Alessandro Manzoni, fino alla «spagnola» che accompagnò la fine della Prima Guerra Mondiale causando un numero di morti superiore a quello del conflitto, sempre, dicevamo, la prima fase del contagio si è conclusa con una tregua di qualche settimana al termine della quale è seguita una seconda ondata virale, talvolta più aggressiva della precedente. È in quel momento, quello della diminuzione dei morti e della successiva «tregua», che si vede se c’è una classe dirigente all’altezza della situazione o se invece, come spesso è accaduto nei secoli passati, al timone ci sono capi in cerca di popolarità i quali, per assecondare la voglia generale di rilassamento, concedono l’agognata libertà. Una libertà di muoversi che, a ogni evidenza, può consentire ripresa e nuova diffusione di un virus di cui, tra l’altro, si sa ancora pochissimo.

In fondo, nonostante i progressi della scienza, per combattere il Covid-19 stiamo applicando, certo in modo più sistematico, lo stesso criterio a cui intuitivamente si era fatto ricorso negli ultimi tremila anni: quello di isolare il più possibile singoli e nuclei familiari gli uni dagli altri. La novità è che oggi possiamo disporre di farmaci e altri ne individueremo (per i vaccini ci vorrà almeno un anno o anche qualcosa di più) che ci consentono di limitare le morti. In passato furono nell’ordine della metà della popolazione investita dal morbo, oggi in quello tra il 2 e il 4 per cento. Ma se si interrompesse l’autoisolamento prima del tempo verrebbe vanificato lo sforzo delle ultime due settimane e l’ammontare dei decessi sarebbe comunque impressionante.

L’esperienza storica ci dovrebbe dunque indurre adesso a non allentare la presa, a restare a casa ben oltre la conclusione della prima ondata di diffusione del contagio. Del resto, è quello che saggiamente sta facendo la Cina prolungando l’isolamento di Wuhan. La memoria del passato dovrebbe imporci altresì, di non affrontare fin d’ora il tema delle responsabilità politiche per qualche trasandatezza iniziale nel modo in cui è stata affrontata l’epidemia. Per quel genere di bilancio, che andrà fatto nei modi meno autoindulgenti, il tempo verrà più in là, quando potremo giudicare i comportamenti della prim’ora in spirito di obiettività e soprattutto avendo l’opportunità di metterli a paragone con quelli di capi di Stato, di governo e ministri degli altri Paesi trovatisi nelle nostre stesse condizioni. Non è questo il momento delle ripicche e i leader dell’opposizione farebbero bene a rinviare di qualche mese il tempo in cui avranno l’occasione e troveranno il modo di esporre i loro rilievi.

Né appaiono queste le settimane più adatte per impostare quello che molti hanno già battezzato il «nuovo dopoguerra». Prese le misure fondamentali per mettere in salvo la nostra economia per tutto il resto è troppo presto: ancora non sappiamo in quali condizioni arriveremo (noi e tutti gli altri Paesi contagiati) al suddetto «dopoguerra» e da dove saremo costretti a ripartire. Quel che è certo — e anche qui vale l’insegnamento del passato — è che sempre (sottolineo: sempre) il periodo successivo a un tal genere di catastrofi, guerre comprese, ha consentito alla nostra civiltà salti fino al giorno prima neanche immaginabili.

 

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