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Da Android al cyber-utopismo e a spinternet

Da Android al cyber-utopismo e a spinternet

25 Settembre 2013 Antonio Fiorella
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“I tweet (cinguettii) non rovesciano i governi, solo i popoli lo fanno” nota Evgeny Morozov ne L’ingenuità della rete. Anzi, mentre gli esperti delle agenzie governative occidentali fanno mostra di sé nei talk show, i blogger dei regimi autoritari vengono identificati e rinchiusi in prigione.

C’è voluto più di un decennio all’Occidente per capire che il 1989 non sancisce la vittoria della democrazia sui regimi dittatoriali.

Da android al cyber-utopismo e a spinternet: il percorso è segnato.

Oggi “la cultura è svago e ciò che non è divertente non è cultura,” ha constatato Mario Vargas Llosa. Secondo il quale l’unico valore che conta è diventato l’intrattenimento. La gente segue quello che una volta “era considerata dai settori colti, in modo spregiativo, mero passatempo popolare”. I prodotti culturali di altre epoche si prefiggevano di trasmettere alle generazioni future pensieri e opere. I prodotti odierni avendo obiettivi commerciali, fatti per essere consumati subito - come le derrate alimentari - sono dettati quasi esclusivamente da esigenze di mercato. In questo contesto una nuova forma di autoritarismo, mirante a conservare ben saldo il potere, subdolamente “spinge all’edonismo”.


Non stupisce quindi scoprire che Steve Jobs e Ashton Kutcher, attore protagonista del film su Apple, siano considerati delle figure più ammirevoli di Mao o Che Ghevara. La cultura, nell’amalgama di storia e nazionalismo, religione e tradizioni, sprigiona forze che, con o senza internet, assumono caratteristiche capaci di assecondare l’autoritarismo moderno.

Per certi versi è facile comprendere l’aspettativa che l’informazione libera debba favorire l’emancipazione delle popolazioni nelle società chiuse; quindi appare plausibile la richiesta di sostegno pubblico ai paesi democratici. Per il verso opposto però non si colgono tutte le implicazioni politiche, negative, che ciò comporta. I governi autoritari, con Cina e Russia in testa, sono all’opera per trasformare internet in un efficace strumento di controllo delle masse. Il neologismo spinternet (derivante da spin: propaganda) coglie in pieno questa metamorfosi.

I paladini difensori della libertà della rete rispolverano troppo spesso la retorica della Guerra fredda. Tuttavia l’intento di dimostrare il “legame causale tra informazione e caduta del comunismo” è forviante. Gran parte delle aspettative, sorte intorno alle nuove tecnologie, nascono dalla riscrittura della storia tendente a dare un peso eccessivo al presidente-attore Ronald Reagan. Viene sottostimata invece l’erosione che era già in atto “delle condizioni strutturali e delle contraddizioni interne del sistema sovietico”. L’idea di una rete libera sembra accattivante, cioè quella di abbattere la censura aggirando i firewall posti da alcuni governi per delimitare il libero accesso all’informazione. Ma è un po’ “come Radio Free Europe pompata di steroidi”. Prima del 1989 la società civile nell’Europa dell’est non esisteva. “Il mito della società civile” promotrice del rinnovamento anticomunista è una creazione accademica del fronte occidentale. “Niente di fondamentale poteva cambiare,” nota giustamente Perry Anderson, “finché l’Armata Rossa era pronta a far fuoco. Tutto diventò possibile quando la Russia cominciò a cambiare”.

L’illusione che internet possa avvantaggiare gli oppressi, a danno degli oppressori, contiene un vulnus che Evgeny Morozov definisce cyber-utopismo. E’ una fiducia viziata dall’ingenuità. L’osservazione del “potenziale liberatorio” della comunicazione online non fa vedere che la rete si è rivelata anche un sofisticato strumento al servizio dei dittatori (nonché degli imbonitori dei sedicenti regimi democratici) che si avvalgono delle stesse connessioni, dei medesimi social network, a scopo di censura, sorveglianza e propaganda. “Troppe situazioni hanno dimostrato come [internet] rafforzi i forti e indebolisca i deboli”.

 

Fonte: lejournaldelaphotographie.com

E’ difficile preventivare l’impatto, oppure stabilire quali forze originate dalla rete possono prevalere in un determinato contesto sociale e politico. La convinzione semplicistica che il regime iraniano potesse collassare a colpi di tweet affiorata durante le proteste iraniane, com’era negli auspici di alcuni ambienti politici benpensanti, “dimostra quanto sia pervasiva l’influenza della dottrina Google”.

Mentre è riconoscibile il contributo dato da internet nel cambiare gli assetti societari, nel ridurre e tagliare le spese inutili di enti ed istituzioni, non è altrettanto percepibile a gran parte della gente comune l’aumentata produttività dei servizi segreti, dei vari istituti di polizia e dei gruppi corporativi privati. Le innovative tecnologie di riconoscimento facciale potrebbero consentire, per esempio, alle autorità iraniane di identificare più agevolmente le persone fotografate durante le manifestazioni nelle strade di Teheran. Un coro di voci inneggianti slogan antigovernativi, registrati nelle piazze, possono essere scissi fino a identificare le singole voci. Queste infine potrebbero trovare dei corrispettivi nelle voci dei video postati su YouTube. L’utilizzo della rete diventa così un’arma a doppio taglio. Prima dell’era internet gli apparati repressivi dovevano svolgere indagini lunghe, ricorrere ad arresti e utilizzare mezzi coercitivi per conoscere i legami tra i dissidenti. Oggi è sufficiente seguire i trend dei social network, attingere informazioni e interpretare i dati.

Il segnale di allarme d’inizio dell’influenza suina scattò quando, nell’aprile del 2009, un numero consistente di internauti messicani prese a digitare termini come raffreddore e influenza.

Gli osservatori politici cominciano a far rilevare quanto pesa il dominio delle aziende statunitensi nei settori del software e dell’hardware. Ciò dà alle istituzioni americane un enorme vantaggio nel “monitorare ciò che accade nel cyber-spazio”.

Un altro aspetto non trascurabile, della concezione di un’internet gratuita e anonima per tutti, è che  le opportunità sono colte anche da quanti minano alla base lo spirito democratico della società. Terroristi e bande criminali mostrano una creatività pari alla efferatezza dei loro attacchi alla vita sociale. Gruppi malavitosi in Messico si servono di video violenti postati su YouTube per intimidire. Ma ad approfittarne maggiormente sono i poteri forti che, gestendo tutte le leve del comando, riescono a creare le occasioni propizie per modellare l’opinione pubblica a proprio vantaggio.

Non è mai stato tanto facile confondere poche parti estremamente non rappresentative per il tutto”.

 

Antonio Fiorella

 

L’ingenuità della rete, Evgeny Morozov, Codice edizioni

 

 

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