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Italia(ni) viv(a)i raccontandosi storie!

Italia(ni) viv(a)i raccontandosi storie!

25 Settembre 2019 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Il buon senso vorrebbe che tutti si dotassero di strumenti critici utili per ascoltare e vedere meglio la realtà delle cose, la loro complessità e interdipendenza, e anche per pensare fuori dai binari del pensiero corrente. La pratica più diffusa è al contrario fondata sulla passiva accettazione del senso comune, una tendenza alimentata dalla paura di essere esclusi, dalla difficoltà effettiva a stare fuori dal coro o di esserne espulsi.

Per sentirsi vivi non rimane che raccontarsi storie, felicitarie, consolatorie, furbesche, illusorie, indulgenti verso sé stessi, costruite ad arte per essere accettati e sempre all’interno della narrazione emergente. Ne deriva una schizofrenia crescente, una solitudine diffusa, una infelicità reale e una rabbia crescente. Tante emozioni in ebollizione alla ricerca costante di vie d’uscita per eruzioni liberatorie e libertarie prossime venture.

E’ di questi giorni la presentazione del nuovo movimento di Matteo Renzi (descritto da Marino Niola come un pinocchio, un Gianburrasca e un barone rampante) denominato Italia Viva e che secondo Prodi è assimilabile a uno yogurt con scadenza ravvicinata. Nelle intenzioni si tratta di un nuovo partito in divenire che nasce per intercettare la parte viva del paese come se ci potesse essere qualche interesse o possibilità remota di intercettare quella che potrebbe essere identificata come Italia Morta

Il suo annuncio è stato fatto sull’onda di tre suggestioni: allegria, divertimento e futuro. Tre componenti fondamentali per una narrazione felicitaria che vuole essere vincente, pensata per intercettare quanti sono già dentro questo tipo di narrazione, per ceto sociale, per reddito, per tipologia di lavoro o professione e per una filosofia di vita improntata sulla ricerca della felicità a tutti i costi, così come sulla sua commercializzazione finalizzata a condizionare il modo con il quale le persone percepiscono l’ambiente circostante e la loro realtà (E guardo il mondo da un display).

Peccato che aspirare alla felicità non sia la prerogativa di un ceto sociale ma di tutti e che oggi una grande maggioranza di italiani sia condannata, dalle condizioni di vita materiali, a rinunciare sia alla felicità sia ad aspirarvi. 

E allora raccontiamoci delle storie 

Non rimane che raccontarsi delle storie (Storytelling ai tempi del Trono di spade: raccontare diventa un'arte!). Da un lato per stare dentro la narrazione felicitaria corrente che si alimenta di una miriade di proposte (diete alimentari, palestre, attività sportive, ecc.), prodotti (dietetici, per la fitness e il benessere, per l’immagine e la visibilità, Apple Watch e Fitbit vari, ecc.), servizi pensati per l’industria della felicità e piattaforme digitali. Dall’altro per (auto)convincersi di essere veramente felici, vivi (e speriamo anche vegeti), capaci di mettersi in gioco e cambiare, protagonisti nel dare un senso alla propria vita e nel costruire reti relazionali capaci di soddisfare il bisogno di socialità. Le storie felicitarie in circolazione sono così numerose da far pensare a un bisogno generalizzato che coinvolge tutti, senza distinzione di età, di genere, di tendenze politiche, di ceto e di reddito (L’era delle folle tecnologiche). 

Un bisogno che è andato formando un nuovo tipo di inconscio, potente come quello tecnologico e, non a caso, ad esso strettamente collegato. Entrambi puntano infatti alla produttività (se sei felice produci di più e farai carriera! Se sei infelice produrrai di meno e così nessuno ti assumerà!), alla funzionalità (non riflettere ma fai, esegui, agisci!), alla standardizzazione del ‘così fan tutti’ che impedisce ogni forma di anticonformismo, di anormalità o atteggiamento critico, e sulla incentivazione di pratiche felicitarie improntate al cambiamento e al successo personale con un carattere altamente individualista, egocentrico (egosaurico direbbe Pier Aldo Rovatti) e autocentrato. 

Le storie che ci raccontiamo 

Le storie che ci raccontiamo sono alimentate dai media tradizionali ma hanno trovato in quelli tecnologici (Internet, smartphone, social media e piattaforme social, ecc.) un veicolo e un canale importanti di condivisione e diffusione. Sono media tecnologici spacciati per liberi, aperti e senza confini, come se Internet fosse ancora la networked society descritta da Catells. Questi media con le loro piattaforme hanno sostituito il modello della Rete rizomatica dei tempi andati di Internet, con ambienti digitali finalizzati a mettere a profitto la vita sociale e professionale, personale e lavorativa delle persone che le frequentano, anche con la loro complicità e servitù volontaria. 

Su queste piattaforme (Economia delle piattaforme e lavoro digitale) hanno trovato residenza le filosofie e le narrazioni felicitarie finalizzate al massimo coinvolgimento cognitivo ed emotivo, a coltivare il conformismo e la stabilizzazione attraverso il condizionamento dei comportamenti e mettendo in ombra ogni imprevisto, ogni evento negativo o indesiderabile, in modo che sia sempre garantito un lieto fine. Tutto ciò mentre là fuori la realtà diventa sempre più scivolosa, rischiosa, precaria e complicata (La realtà non esiste o forse è diventata oscura). Una realtà che non può però essere narrata per quello che è, dopo averla compresa e valutata, in modo da esprimere liberamente una propria valutazione critica ed un eventuale dissenso, ma può esistere solo dentro un canone narrativo precostituito capace di orientare le narrazioni individuali. 

Le storie, non necessariamente ancorate a fatti concreti, nascono sulle piattaforme social che si sono trasformate in megafono e piazza (Internet, piattaforme Rousseau e disillusione tecnologica), in laboratori di senso comune, di manipolazione e disinformazione di massa, tutte inserite nel modello capitalistico nella sua fase di evoluzione attuale. Sono storie tendenzialmente felicitarie, gratificanti, costruite per facilitare la condivisione più che la lettura, quasi tutte dentro un frame ideologico fortemente influenzato dai Signori del silicio, dalla loro filosofia e visione del mondo. Una visione libertaria e neoliberista, pensata come universale, globale e senza alternative, imbevuta di retorica positiva e wellness, programmata per massimizzare le potenzialità dell’individuo nella realizzazione del suo proprio destino, alimentando il suo individualismo e narcisismo personali. 

Un individuo ego-centrato, impegnato nella ricerca delle motivazioni cognitive ed emotive per (percepirsi) sentirsi felice, spesso fuggendo dalle condizioni materiali che lo incatenano alla realtà del suo presente quotidiano. Un individuo invitato dalle sirene del neoliberismo, imperante ma in crisi, a prestare maggiore attenzione alla propria vita interiore che al mondo circostante (descritto sempre come caotico e complesso) e agli altri, un individuo inserito in numerose reti di contatti, ma incapace di fare gruppo e tantomeno comunità. Neppure quando l’agire socialmente, sindacalmente, politicamente, in modo comunitario, solidale (Partecipare senza delegare: dentro e fuori la Rete) e attivo potrebbe permettergli di intervenire sulle disuguaglianze e sulle ingiustizie subite, sulle proprie condizioni materiali (a scuola, sul lavoro, di genere, salariali, dei diritti) per cambiarle. 

Mancano i maestri ma proliferano i coach 

Le narrazioni rese facili dal mezzo tecnologico e dalla sua accessibilità hanno coinvolto tutti. Le tecniche e le risorse per raccontarsi e narrare sono alla portata di chiunque, sia nella forma di strumenti da usare sia di esperti o elettisi tali, sempre pronti a dispensare i loro servizi finalizzati a rinforzare la visione felicitaria del mondo corrente. In Rete proliferano coach che insegnano il coaching, counselor che promuovono corsi per diventare counselor, esperti di social media che tengono corsi per spiegare come usare Facebook, Linkedin o Instagram (come se ce ne fosse realmente bisogno!), di navigator alla ricerca di un posto fisso che spiegano ad altri come ottenerlo, ecc. ecc.  Tanti esperti dal pensiero unico, tutti impegnati a dipingere il mondo di cui fanno parte come ricco di possibilità e opportunità per chiunque sia pronto ad accettare la sfida. Esperti che in realtà rendono felici e probabilmente soddisfatti economicamente solo sé stessi o quelli che, dopo aver frequentato i corsi, riescono a loro volta ad acquisire la reputazione di esperti e ad organizzare anche loro nuovi corsi. 

Agli altri non rimane che condividere la constatazione che: adottare filosofie positive e felicitarie non basta per superare gli ostacoli e trovare nuovi sbocchi professionali; la ricerca della felicità finisce spesso per creare maggiore infelicità, sicuramente tanta insoddisfazione, forse nuove ansie, depressioni, disturbi dell’umore e mentali, ricorso a farmaci e fughe dalla realtà;  in caso di fallimento si rischia di vivere di sensi di colpa che creano forme di malessere esistenziale e di isolamento sociale. 


 

Dopo la pubblicazione di questo articolo ho scoperto in rete un testo di Alessandro Zanolli che contiene alcune riflessioni che condivido e che possono essere collegate alle mie. Il testo è intitolato Cosa sono i problemi in teoria. Come risolverli in pratica. Ne consiglio la lettura!


 

 

Mi racconto felice, dunque sono 

Un esito fallimentare non impedisce comunque di continuare a raccontarsi come felici e contenti, realizzati o in via di realizzarsi (vedo gente, faccio cose, faccio colloqui di lavoro, ecc. - Gli stupidi non vanno mai in vacanza). Un modo per tenere alta la propria autostima impedendo agli altri di isolarli perché ritenuti dei perdenti e degli infelici. Un tentativo di evitare una riflessione seria e veritiera su sé stessi, facendo i conti con le proprie debolezze ma anche i punti di forza e le opportunità. Un processo di adeguamento del Sé ai profili digitali personali con cui si abitano le piattaforme tecnologiche e che devono essere sempre vincenti (reputazione online), di successo (numero di Like), e soprattutto sprizzare positività e felicità (ma chi lo dice?). 

L’adeguamento suggerisce di abbandonare ogni sentimento negativo, di evitare valutazioni soggettive e soprattutto ogni pensiero o narrazione fuori dal coro (avete mai provato a esprimere valutazioni negative su alcuni dei post di Linkedin (Abitare Linkedin nel 2019) di quanti si ritengono, a torto o a ragione, degli influencer? Si viene linciati, silenziati o si rimane senza risposte!). Ogni espressione diversa o critica rischia di essere bollata come negativa, senza diritto di residenza e cittadinanza, spesso vissuta come portatrice di caos ed espressione di infelicità individuali dovute a insuccessi lavorativi, emarginazioni sociali, problemi economici, ma anche invidia, rabbia, gelosia, provocazione e voglia di vendetta.   

La vita non è una semplice narrazione 

In questo modo non si fanno mai i conti con la realtà complessa della vita reale. Realtà fatta di alti e bassi, successi e insuccessi, benessere e malessere, sicurezza e precarietà, ricchezza e povertà, solitudine e socialità. Non ci si mette neppure nella condizione di comprendere la realtà economica e sociale nella quale si è inseriti. Una realtà che ama il conformismo, alimenta l’individualismo e suggerisce il ricorso costante a pratiche terapeutiche utili a conquistare il benessere personale ma in realtà pensate e programmate per limitare le libertà del singolo, per sorvegliarlo e controllarlo meglio (all’università un tempo si studiava Psicologia Critica). Esattamente quello che succede sulle piattaforme digitali sulle quali vengono regalate continue gratificazioni in cambio di una completa trasparenza e complicità. 

Una difesa possibile 

Difendersi non è facile, bisognerebbe aprire gli occhi, svelare l’inganno e riconoscere la misinformazione nella quale si è confusi. Servirebbe mantenersi critici e vigili, elaborare nuova consapevolezza e autoconsapevolezza così come tanta tecnoconsapevolezza (Cittadini digitali consapevoli).

Ma soprattutto sarebbe necessario riconoscere il ruolo e l’importanza della vita sociale e comunitaria che si esprime ancora oggi in forme solidali di aggregazione sindacale, politica, volontaristica e sociale. E’ in queste forme comunitarie e di aggregazione che vengono condivise le tante esperienze di sofferenza, precarietà e malessere che caratterizzano oggi la vita di molti, non necessariamente di quanti sono attivi in piattaforme come Linkedin (Molti precari non hanno tempo per fare professional networking, soprattutto se il loro salario impedisce loro di vivere una vita decente).

E’ in esse che si può trovare il coraggio di mettere in discussione l’ordine delle cose vigenti, di rifiutare o criticare le narrazioni dominanti e ritrovare il modo di incidere sulla realtà riuscendo al tempo stesso a incidere anche sulla realizzazione di sé stessi (Élite, gilet gialli e arancioni, pastori sardi e pecorino per tutti). Una realizzazione che potrebbe emergere dalla maggiore conoscenza e da esperienze personali, anche se negative. Senza l’aiuto della psicologia o dei tanti psicoterapeuti che la praticano, senza influencer ed esperti denominatisi tali, e grazie alla capacità di incidere sulla realtà dei mondi con i quali si fa esperienza (scuola, fabbriche, uffici, studi professionali, ecosistemi lavorativi come Uber o Deliveroo, ecc.).

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