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Il software è ormai parte di tutti noi

Il software è ormai parte di tutti noi

18 Settembre 2019 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Si dice da tempo che il software si stia mangiando il mondo, forse se lo è già divorato. Nel farlo ha eliminato la distinzione tra mondo fattuale e mondo virtuale trasformando la realtà in realtà digitale. Una realtà che ci ha avvolto come una pellicola di plastica trasparente ma resistente e nella quale nuotiamo come tanti pesci in un acquario. Un ‘acquario mondo’ digitale simile a una placenta calda e accogliente, nella quale molti, quasi tutti, sembrano volere rimanere acquattati.

Chi è vittima o complice della filosofia della felicità corrente potrebbe non sentirne il bisogno, ma chi vuole comprendere il mondo attuale deve oggi dotarsi di nuovi concetti per interpretarlo, di nuove terminologie per descriverlo e raccontarlo, anche a sé stesso.

I nuovi concetti servono sia per capire il mondo sommerso fatto di tanta infelicità, elevata precarietà, ingiustizia crescente e disuguaglianze diffuse, sia per prendere coscienza della realtà ontologica dell’ambiente digitale che si è venuto costituendo assorbendo e trasformando tutti gli ambienti umani tradizionali, dalla società all’economia, dalle relazioni ai mercati, dalla scuola alla fabbrica o all’ufficio, dalla cultura alla produzione di conoscenza e di valore. 

Serve uno sguardo diverso 

Per comprendere la sostanza del mondo tecnologico e digitale serve uno sguardo diverso, complesso, così come una nuova cultura, un po' anarchica e antagonista, fuori dal coro e anticonformista, libera dall’opinione pubblica diffusa, sorretta dalla tecnoconsapevolezza e alimentata dal pensiero critico. Una cultura utile per adattarsi ed evolvere nei nuovi contesti emergenti, fatti da realtà molteplici sempre più tecnologiche e digitali, contesti popolati da codici, algoritmi, sensori, dati e oggetti, piattaforme e applicazioni. 

Tante entità tra loro diverse, molte delle quali sempre più intelligenti, che stanno colonizzando la vita quotidiana così come quella esperienziale e cognitiva delle persone, diventando un tutt’uno con la stessa natura umana.

La colonizzazione è trasparente ma insistente e penetrante, finalizzata a quello che il filosofo Galimberti definisce l’inconscio tecnologico, un inconscio dominato e riformattato dalla tecnologia, calibrato sulle categorie dell’efficienza, della produttività e più attento a come si fanno le cose che alle persone. Affidandosi a questo inconscio non ci si rende conto di quanto siano condizionati i nostri comportamenti, le nostre relazioni e conversazioni, si finisce per fare ciò che fanno tutti (“Vedete come va il mondo? Ecco com'è che va il mondo!” - Battiato) e di adeguarsi per non essere tagliati fuori, giudicati come individui problematici, critici, in una parola mai contenti e forse anche infelici. 

Il software si sta mangiando il mondo 

Il veicolo di questa colonizzazione è il software che, secondo Lev Manovich, si è posizionato al comando delle trasformazioni in corso e forse si sta letteralmente mangiando il mondo (Marc Andreessen) e con esso anche gli individui, per il momento ancora umani, che lo abitano.

Il software ha sostituito numerose tecnologie meccaniche, elettroniche e fisiche usate in passato per interagire con gli artefatti culturali. E’ diventato interfaccia, tra noi e il mondo, tra noi e gli altri, in grado di condizionare il nostro pensiero, la nostra memoria e la nostra immaginazione. Un’interfaccia tecnologica invisibile, familiare che si è fatta lingua universale disegnando e costruendo il mondo nel quale siamo immersi, condizionando e indirizzando i nostri comportamenti e trasformando il nostro ambiente (naturale, culturale, sociale, lavorativo, ecc.) in un'unica grande piattaforma. 

L’ambiente mi è diventato digitale 

Si vive da sempre dentro ambienti naturali, sociali, lavorativi, familiari e culturali. Tanti contesti spaziali e temporali che ci circondano e nei quali viviamo le nostre esperienze esistenziali, ci confrontiamo con gli altri, diamo forma al nostro Sé e alla nostra personalità. 

Questi contesti si sono oggi digitalizzati, sono creati e determinati dalla presenza invisibile del software, un concetto astratto che come tale è difficile da osservare e analizzare. Sono contesti percepiti così familiari da rendere difficile ogni tipo di riflessione o curiosità. Ad essi adeguiamo in modo acritico e complice i nostri comportamenti, stili di vita, relazioni e modi di pensare. 

Quando si parla di software o ambienti digitali il riferimento va principalmente alle piattaforme social e alle applicazioni Mobile. Nella realtà tutto si è trasformato in un’unica grande e interconnessa piattaforma, governata da codice software intelligente e da algoritmi capaci di apprendere, in continua evoluzione adattativa e capace di vita autonoma. Il software attuale non è più assimilabile a un programma o a una semplice sequenza eseguibile di codice che serve a far funzionare un dispositivo hardware (router, smartphone, server, TV, ecc.). E’ diventato linfa vitale, elemento imprescindibile di ogni nostra azione, creatore costitutivo degli ambienti nei quali viviamo e delle nostre possibilità future. 

Il software, nel suo essere diventato linfa vitale e piattaforma, interfaccia e lingua universale, ha trasformato l’ambiente intorno a noi e nel quale viviamo. La sua pervasività è tale che è ormai diventato difficile separare ambienti diversi tra di loro. Lo è perché tutti questi ambienti sono stati in qualche modo digitalizzati e interallacciati a formare la piattaforma stessa della nostra vita quotidiana (…anche notturna!). Una specie di natura tecnologica che si è sostituita a quella materiale nella forma di biosfera onlife (il neologismo è stato coniato dal filosofo Luciano Floridi) che sta trasformando l’esistenza di tutti gli individui, dando vita a una specie di palcoscenico condiviso e pubblico sul quale vengono rappresentate le vite di ognuno. 

Inutile resistere 

Non tutti hanno consapevolezza di quanto sia cambiato l’ambiente (gli ambienti), diventato tecnologico e digitale, che sta loro intorno. Tra coloro che consapevoli lo sono, cresce il numero di chi assume posizioni critiche, quasi tecnofobiche, nei confronti della tecnologia e dei suoi effetti. La loro è una visione romantica di paradisi terrestri, forse mai esistiti, ricordati come felici per il loro essere liberi e autonomi dal dominio di strumenti tecnologici simili a quelli attuali. Come se il presente rappresentasse una realtà unica nella storia evolutiva del genere umano e non semplicemente una nuova fase che ha già avuto espressioni simili nel passato, dalla scoperta del fuoco all’introduzione dell’aratro e della ruota al tempo dei sumeri, dall’elettricità al telegrafo, dal motore a scoppio alla macchina a vapore. Internet, smartphone, transistor, robot, intelligenze artificiali sono novità rivoluzionarie ma forse non molto diverse, nei loro effetti ‘ambientali’, da invenzioni quali il filo spinato (chi si ricorda più il bellissimo libro di Manuel Scorza, Storia di Garabombo l’invisibile), la plastica, il frigorifero e i cibi congelati, i grandi magazzini, i codici a barre, le batterie o il rasoio usa e getta. 

Nella storia umana chi ha tentato di ostacolare l’evoluzione della tecnica, oggi della tecnologia, non ha mai avuto grande seguito o gioito di un successo duraturo. La tecnologia e i suoi ambienti digitali non vanno ostacolati ma osservati e analizzati, compresi e interpretati con l’obiettivo di elaborarne una riflessione critica e consapevole, ma soprattutto di interagire con loro in modo creativo, intelligente e innovativo. 

La maggiore comprensione e consapevolezza può suggerire nuovi modi di interagire e utilizzare il digitale. In particolare può fare da antidoto perfetto per non cedere passivamente alla tecnologia e ai mondi digitali che cercano di imporre regole, logiche, comportamenti e modelli che non sono necessariamente quelli che desideriamo.

 

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