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Cittadini digitali consapevoli

Cittadini digitali consapevoli

07 Giugno 2019 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Andando per librerie, quelle ancora esistenti e resistenti, può capitare di incappare in piccoli tesoretti nascosti. Tesoretti perché nella forma di piccoli libri, per pagine e dimensioni, ma così pieni di contenuti, conoscenze e stimolazioni da rendere ricchi, satolli e soddisfatti. Piccoli tesori nascosti capaci di attirare e farsi trovare, di suggerire, in un’epoca regressiva e densa di oscurantismo, di non rinunciare mai a cercare, di continuare a porsi delle domande, di coltivare e alimentare intelligenza e conoscenza, e di impegnarsi agendo contro la paura, la brutalità linguistica e l’ignoranza.

Il piccolo libro a cui mi riferisco si intitola Osa Sapere – Contro la paura e l’ignoranza, è stato scritto da Ivano Dionigi e pubblicato da RCS nella collana I Solferini. Si colloca in una riflessione generale sull’umanesimo che vede coinvolti anche altri studiosi e filosofi italiani come Massimo Cacciari (La mente inquieta – Saggio sull’umanesimo), Alberto Asor Rosa (Machiavelli e l’Italia. Resoconto di una disfatta) e altri ancora. 

 

Una riflessione è necessaria

La riflessione è centrata sulla drammaticità del momento presente, assimilata a quella dell’età dell’umanesimo, un’epoca di crisi e di passaggio, segnata da catastrofici avvenimenti e anticipatrice di profonde trasformazioni.

La riflessione è motivata dalla necessità di favorire una meditazione sulla condizione umana appellandosi al bisogno di rinnovamento (servono interventi profondi e radicali va dicendo insistentemente Cacciari), spirituale, politico e civile, religioso, ma anche del linguaggio, passando attraverso il recupero del dialogo (rinuncia a parlarsi addosso o sopra gli altri e disponibilità a capire la ragione dell’altro) e della parola (non è un caso che sia Cacciari sia Dionigi abbiano riempito i loro libri di parole in latino). 

Ars Interrogandi

Testimoni, nostro malgrado, di rivoluzioni profonde che stanno mettendo a rischio le sorti dell’umanità e il destino individuale delle persone, siamo tutti chiamati a esercitare l’arte delle domande (ars interrogandi la chiama Dionigi) con l’obiettivo di capire meglio, comprendere (“meglio capire che alzare muri”), cogliere le relazioni complesse tra le cose e ritornare a praticare pensieri lunghi.

Ben diversi da quelli striminziti, accartocciati e anoressici di cui sono portatori i cinguettii e i messaggi elettronici che hanno sostituito la ricchezza del linguaggio, impoverito l’elaborazione di pensiero e la capacità di “intelligere, interrogare e invenire (scoprire, trovare) il nuovo”. 

Sia Cacciari sia Dionigi insistono sul ruolo del linguaggio (“E’ la lingua che fa l’identità di una persona, di un popolo, di una nazione.”). Sempre più usato in modo improprio, manipolatorio e mistificatorio, spesso usato intenzionalmente e brutalmente per disinformare e alimentare la misinformazione, il linguaggio della comunicazione odierna sta cambiando la realtà delle cose e i significati delle parole con le quali le descriviamo e interpretiamo. Parole italiane ricche di significati e collegamenti si sono trasformate, a volte in modo paradossale, ossimorico e violento, in volgari strumenti di comunicazione politica di parte. Ne consegue che “valori che ritenevamo universali e duraturi vengono sfigurati o addirittura negati”. Ne sono un esempio parole come dignità, politica, rifugiato e straniero, patria (secondo Cacciari dovremmo parlare di Matria), pace e popolo. Parole alle quali sono stati confiscati i significati più profondi, sono usate in modo ambiguo, deprivate della loro carica umana, immiserite e piegate a usi pretestuosi e privati anche quando veicolano messaggi di tutti e di verità. 

Il rinnovamento passa dalle parole e dal linguaggio

Le parole dovrebbero al contrario servire a esprimere il rinnovamento di cui abbiamo così tanto bisogno, collegandoci al nostro passato (da qui il ricorso necessario alla terminologia latina e ai suoi significati etimologici) ma soprattutto risvegliando il presente, anche coniando neologismi utili a reinterpretare un mondo diventato tecnologico, globale, accelerato e disperato (“l’ecologia linguistica non è meno urgente di quella ambientale”). 

Recuperare il linguaggio è un modo per elevarsi, ridiventare cittadini e ribellarsi ai “padroni del linguaggio”. Bravi comunicatori e demagoghi che oggi imperversano grazie alle nuove tecnologie e alle loro piattaforme, con le quali uccidono la parola e il dialogo e “mandano in esilio i cittadini della parola” tacciati tutti come Professoroni e Radical Chic. “Se i grandi cambiamenti si riconoscono dalle parole – scrive Dionigi – allora l’imperativo è quello di creare un nuovo lessico per nominare questo presente: globale e frantumato, estraneo e invadente.” 

Armandosi di logos, suggeriscono Cacciari e Dionigi, disporremo dell’energia che serve per comprendere la complessità (la fitta trama di fili e collegamenti che la caratterizzano), la drammaticità e la profondità delle trasformazioni in atto che caratterizzano la realtà del mondo attuale. La comprensione è il primo passo per lo studio e la riflessione critica, per indagare l’inquietudine con la quale conviviamo da tempo, interrogarsi e porsi delle domande, per cercare nel passato quanto serve per affrontare il presente e iniziare a cambiarlo, in modo da non venirne sopraffatti. 

Immettersi su questo percorso è il risultato di una tensione etica, responsabile e consapevole, verso uno scopo e prima della fine. Oggi declinabile nel riuscire a rimanere umani e a riconquistare la cittadinanza, politica, delle parole e del linguaggio così come del proprio destino. La tensione è propria dell’inquietudine che dovremmo tutti alimentare per mantenere inquieta la mente e la vita intera, per esercitare la creatività e l’azione politica, per districarsi tra fake news e saperi, cinguettii e conoscenze e per proteggere in modo attivo libertà e verità. 

Logos, dialogos e polis

Il recupero del logos e del dia-logos non basta, bisogna anche recuperare la polis. Il recupero passa attraverso una pratica politica diversa da quella presente, tutta declinata in slogan e poche parole cinguettate. Bisogna recuperare una politica “nella quale il potere è coniugato con il sapere” in modo da non soccombere al demagogo che, invece di dire la verità o prescrivere una ricetta, è tutto focalizzato alla caccia del consenso degli elettori dicendo loro solo e soltanto quello che vorrebbero sentirsi dire per essere consolati e tranquillizzati. 

Chi pensa che l’opposizione al demagogo di turno passi attraverso un uso altrettanto intelligente e potente dei mezzi tecnologici oggi disponibili, dovrebbe riflettere sul fatto che la tecnologia da sola non basta. E’ importante mantenere lo sguardo rivolto contemporaneamente avanti e indietro, rallentare il tempo tecnologico (“il tempo è il cuore dell’esistenza”) per ritrovare la possibilità e la capacità di ascolto e il grido del pensiero, in modo da poter elaborare pensiero critico, dubitante e interrogante e dare origine a pensieri lunghi. 

L’appello per un nuovo umanesimo di Dionigi termina nel suo libro con un elogio dell’università rivolto a tutti, ma soprattutto a coloro che intendono professare la conoscenza, la verità e la pietas. L’università viene vista come una specie di baluardo contro la stupidità dilagante ma soprattutto per il contributo di riflessione che essa può dare. L’autore ritiene che “i compiti permanenti e insostituibili dell’Università vadano identificati nei due codici della tradizione (tradere, affiadare, da trans e dare), e della traduzione (traducere, trasferire, da trans e ducere)”. Fondamentale rimane il ruolo nel riconoscere e attraversare tutto ciò che ci ha preceduto e generato, in modo da poterlo usare per progettare il futuro resistendo “all’ubriacatura del nuovismo ( basta rottamare….) o all’abbaglio di credere che il presente si possa ridurre alla novità”. Il secondo compito è quello di “tradurre il nuovo che emerge interpretando il cambiamento dei linguaggi e l’avvento imperioso dei nuovi paradigmi”. 

In un mondo in costante trasformazione a causa delle rivoluzioni tecnologiche in atto, più che insegnare a diventare competenti in qualcosa l’Università ha il compito di insegnare a diventare capaci di imparare e di sapere continuare a farlo. Compito della scuola non è sfornare ingegneri e impiegati ma cittadini digitali consapevoli. Nella scuola, centrale è la figura dell’insegnante, del magister (colui che sa di più e vale di più) capace di mettersi in relazione con gli altri. Un magister di cui oggi l’Italia ha molto più bisogno di quanto non ne abbia di minister (colui che sa e vale meno) che invece di esercitare il loro ruolo di servitori si eleggono a profeti, leader, conducator e Ministri.

 

 

 

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