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Il giornalismo è caduto nella Rete.

Il giornalismo è caduto nella Rete.

06 Maggio 2021 Maurizio Chatel
Maurizio Chatel
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Durante la Guerra in Vietnam i giornalisti rischiarono la vita per mostrare gli orrori della guerra; oggi vengono embedded per spettacolarizzare ogni dramma. Ed è sull’onda di questa spettacolarizzazione, dei morti come dei corrotti, dei politici, dei politicanti e dei politicotteri, che è nata l’antipolitica.

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Il giornalismo è morto (immagine tratta dal blog "tagliaerbe")

Il giornalismo venne dopo i giornali. Il giornalismo come lo intendiamo oggi, sfogliando le pagine dei quotidiani. Altrove ho descritto le origini del fenomeno culturale che accompagnò l’emergere della borghesia moderna, legata all’industrializzazione e a una visione della politica come partecipazione. Sotto questo aspetto, giornalismo e opinione pubblica furono, e dovrebbero essere ancora, le due facce della stessa medaglia: non si dovrebbe, in teoria, concepire l’attività giornalistica senza un pubblico di lettori motivato a partecipare al pubblico dibattito.

Ma l’idea di diffondere le notizie con uno strumento mediatico, in grado di moltiplicare gli utenti raggiungibili in proporzioni prima inconcepibili, generò un intero universo di “nuove notizie”, ovvero di cose che potevano essere raccolte sotto la “classe dei fatti” pur non avendo un chiaro elemento comune. Il principio unificante che permise di mettere insieme informazioni disparate sotto un unico termine divenne proprio il foglio quotidiano, il giornale inteso come contenitore. Non si pubblica una notizia perché è una notizia, ma qualcosa diventa notizia perché sta nel giornale. E così, gli amorazzi sconclusionati di gente qualunque diventata ricca in modi a volte discutibili diventano notizie accanto ai morti per Covid in India, o alle opinioni di un rapper sull’etica e il diritto in democrazia.

Chiamare “giornalismo” questo frullatore dovrebbe offendere chi fa seriamente quel mestiere, ma non succede – almeno, nessuna delle “grandi firme” manifesta apertamente il suo pensiero su questo argomento. Al contrario, appena si alza un mormorio contro gli abusi di una certa stampa, o di certi giornalisti, nell’uso impunito della diffamazione o della diffusione di falsità, parte la cagnara corporativa degli addetti ai lavori contro “l’aggressione intimidatoria” e per la “difesa della libertà di stampa”. «È la stampa, bellezza…» è diventato un paravento dietro cui oggi si nascondono i peggiori figuri dediti alla cosiddetta informazione.

Sbatti il mostro in prima pagina[i] era un film che intendeva denunciare la collusione tra poteri forti e editoria; sono passati quasi cinquant’anni, e la solfa si ripete imperterrita; sono solo cambiati i mostri. In quegli anni “di piombo” il bestiario si riduceva a pochi chiari ambienti politicamente alternativi, anche se per niente pericolosi; oggi la categoria teratologica degli abbietti si può estendere a piacimento, secondo il gusto e le opinioni di chi scrive, senza minimamente curarsi delle conseguenze che il potere di scrivere genera in chi questo potere non ce l’ha. Perché è di questo che si tratta. Il mestiere di giornalista attribuisce un chiaro potere a chi lo esercita: il potere di diffondere un’opinione nella collettività influenzandola, e a volte istigandola, dietro la copertura di un esercizio professionale che alleggerisce di molto il principio di responsabilità. Ovviamente è possibile querelare chi diffama pubblicamente “a mezzo stampa”, ma, come ogni concetto borderline tra etica e giustizia, quello di “diffamazione” è un fenomeno molto sfaccettato e molto tagliente.  

È inutile dilungarsi nella casistica: i quotidiani più rinomati e autorevoli (sic!) sono ormai zeppi di articoli che altro non sono che le “opinioni di opinionisti”, strafamosi e intoccabili, il cui parere è quasi sempre una sorta di “tribunale della ragione” – sarcastico quando non offensivo – sull’operato della politica. E se il politico in questione si lamenta “per il trattamento che la stampa gli riserva”, il tale politico viene ancor più crocifisso sul Calvario della libertà d’informazione, diventata una via di mezzo tra libertà di opinione e maleducazione arrogante. Si dirà: la stampa è un “contropotere”, ovvero è la sentinella dell’opinione pubblica rivolta a denunciare gli abusi del vero potere, quello politico. Ma forse questo luogo comune andrebbe ripensato.

Dove comincia il potere della politica se non dalla visibilità che i media offrono in modo generoso ai politici? Detto in altri termini: quale potere avrebbero i politici senza la copertura dell’informazione? Così è sempre stato e sempre sarà: quello tra politica e informazione è un incrocio mostruoso, un centauro, in cui è impossibile separare i due componenti. La politica ha bisogno della stampa come la stampa ha bisogno della politica. Ma il potere maggiore, quello decisivo, ce l’ha chi scrive, chi decide chi appare e come appare sulle pagine di un giornale, siano queste virtuali, come i siti d’informazione online, o telematiche, come gli studi televisivi. Si dirà ancora: qualsiasi politico può nuocere a un giornalista indipendente che ne sveli le porcate; vero, ma occorre essere più precisi, perché da più di mezzo secolo l’unico vero “potere” che è stato in grado di minacciare davvero non tanto “la libertà di pensiero” quanto il coraggio di denunciare, è quello mafioso, con le numerose vittime che ha seminato anche tra i giornalisti. L’omicidio di Mino Pecorelli, un fatto chiaramente politico, è roba degli anni di piombo, di una “politica del sottosuolo” che ha caratterizzato la storia italiana nella Guerra fredda, cioè in un contesto altamente drammatico e pieno di senso; un contesto imparagonabile a quello attuale. Svelare le porcate dei politici è diventato lo scopo principale di gran parte del giornalismo, sotto tutte le bandiere (una specie di pistola preventiva puntata alla tempia: fai politica, e quindi sei colpevole fino a prova contraria, un “teorema Davigo” non in mano alla magistratura ma alla stampa); che poi queste siano reali o presunte, che lo scopo sia la verità o la strumentalizzazione, che le porcate siano grandi o piccole, non fa più nessuna differenza. Per dirne una: durante la Guerra in Vietnam i giornalisti rischiarono la vita per mostrare gli orrori della guerra; oggi vengono embedded per spettacolarizzare ogni dramma. Ed è sull’onda di questa spettacolarizzazione, dei morti come dei corrotti, che è nata l’antipolitica, il dominio dei media sull’opinione pubblica, una generazione di improvvisatori incompetenti assurti al ruolo di legislatori.

Il giornalismo è caduto nella rete: del qualunquismo, degli slogan retorici che permettono la moltiplicazione delle notizie a tutto beneficio degli editori, di un Quarto potere al quadrato che mette in scena la politica come una lotta tra gladiatori a beneficio del voyerismo di massa.

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[i] Marco Bellocchio, 1972

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