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L'Opinione è una questione "di classe"?

L'Opinione è una questione "di classe"?

24 Maggio 2021 Redazione SoloTablet
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Propongo qui l'Incipit del mio saggio sull'evoluzione dell'Opinione Pubblica, dalle origini "illuministe" fino alla sua disgregazione nella dimensione virtuale dei social network. Il testo non propone un'analisi sociologica ma una riflessione ad ampio raggio che si apre ad una serie di domande sul Senso di ciò che sta trasformando il nostro tessuto culturale e sociale.

La storia del pensiero occidentale, o Filosofia, sorge dalla contrapposizione tra Logos e Doxa, ovvero tra scienza e opinione. Questo, almeno, è quanto ci suggerisce la tradizione storiografica, dai cui binari è difficile deviare. Da Eraclito a Parmenide, passando per il Socrate platonico[i] e Platone stesso, l’impostazione fondamentale del nostro modo di pensare ruota attorno a questa dicotomia, che rappresenta quel bisogno di certezza o di verità che ci caratterizza come uomini dell’Occidente.

...

Dei fondatori del Logos poco ci è noto, se non in forma di frammento, di sentenze oracolari che lo stesso Aristotele, dopo soli due secoli, degnava di poca attenzione. Eccone due esempi:

 «È necessario dire e pensare che l’essere è. L’essere infatti è,
mentre nulla non è: che è quanto ti ho costretto ad ammettere.
Da questa prima via di ricerca infatti ti allontano,
eppoi inoltre da quella per la quale mortali che nulla sanno
vanno errando, gente dalla doppia testa. Perché è l’incapacità che nel loro
petto dirige l’errante mente; ed essi vengono trascinati
insieme sordi e ciechi, istupiditi, gente che non sa decidersi,
da cui l’essere e il non essere sono ritenuti identici
e non identici, per cui di tutte le cose reversibile è il cammino» [Parmenide, Sulla natura, fr. 6]

 «Di tutti coloro di cui ho ascoltato i discorsi nessuno è arrivato al punto da riconoscere che ciò che è saggio è separato da tutti» [Eraclito].

 Senza entrare nel merito del senso filosofico di questi frammenti, ciò che colpisce in entrambi, ma di Eraclito se ne potrebbero citare a decine, è un’aura che oggi potremmo definire “classista”, forse esagerando ma non sbagliando. Questa connotazione ha il valore che hanno, oggi, le accuse di “razzismo” nei confronti di molte celebrità del passato che nulla sapevano “del razzismo” ma che semplicemente parlavano come si parlava, in un comune sentire che non aveva necessariamente intenzioni offensive. Saper leggere e scrivere in forma speculativa, e non semplicemente per far di conto, nel VII sec. a.C. non era certamente cosa alla portata di tutti; potersi dedicare al ragionamento senz’altro scopo che quello di ragionare tanto meno, in una società in cui l’essere liberi dal lavoro era certamente uno status di classe. Dunque, la distinzione tra coloro che sanno e coloro che non sanno era “anche” una distinzione classista, ma in un orizzonte sociale in cui la divisione in classi era ritenuta inevitabile, immutabile, inerente alla natura umana e non ribaltabile. Il difetto stava forse nel ritenere che essere liberi e ricchi volesse dire essere i migliori (aristoi).

Al di là dei distinguo, comunque, rimane il dato di fatto di un fondamento speculativo che vede nella distinzione tra sapere (avere consapevolezza) e non sapere (essere inconsapevoli) il suo nucleo generatore; sapere è sapere ciò che è certo, valido per tutti, unico, mentre il suo contrario equivale a vagare tra le contraddizioni, le apparenze, le opinioni, appunto. Da qui non si esce, ed è così che ha preso forma il nostro pensiero.

L’apice di questa concezione speculativa è ovviamente la filosofia platonica, con la sua gerarchia dei saperi (il riferimento è al celebre mito platonico della Caverna) che dal gradino più basso, quello delle opinioni e delle apparenze sensibili, conduce gli amanti della sapienza (i filosofi) all’apice della verità, che è pura contemplazione delle Idee; passando necessariamente dalla matematica, che di tutti i saperi è quello che più si avvicina alla perfezione. Un  tassello di enorme rilevanza nella storia del pensiero occidentale, questo della ricerca di una scienza universale (mathesis universalis) capace di unificare tutte le nostre rappresentazioni in un unico processo razionale, o metodo, valido necessariamente per tutti. Attenzione però a non commettere il classico errore di prospettiva: non era Platone ad essere moderno, ma è l’Occidente che è rimasto sostanzialmente platonico, ovvero convinto che la Verità non sia qualcosa che concerne l’immediata rappresentazione del mondo (ciò che appare), ma qualcosa di profondo, che va cercato, dimostrato, verificato. Quello verso la verità è un cammino lungo e faticoso, che non può riguardare il mondo degli affari, in cui innanzi tutto e per lo più è impegnato l’uomo comune.

La verità dunque non è un’opinione, non è soggettiva, passeggera, immediata, ma va ricercata, ponderata, condivisa, verificata. La verità e la scienza possono essere considerati sinonimi, col rischio però di escludere altri aspetti importanti della questione. Aspetti che sono emersi nel secolo scorso (il terribile Novecento), e che hanno messo a soqquadro il mondo filosofico e scientifico, con ricadute anche nel mondo di tutti i giorni. Qualcuno[i] ha infatti detto che la scienza non è verità, ma metodo, due cose ben diverse; col metodo l’uomo opera, interviene, ma non interpreta, non comprende; con la matematica calcoliamo, non scopriamo, poiché ogni scoperta che non sia dovuta al caso parte da un’intuizione, che non è pensiero raziocinante. La filosofia contemporanea (quella che va da Nietzsche al Pensiero debole[ii]) ha cercato a sua volta di sparigliare le carte, col rischio di contraddire se stessa e il suo passato, e riuscendoci benissimo.


Il saggio è reperibile qui: L'opinione pubblica tra filosofia e social network. Edizioni DELOS Digital


[i] Hans Georg Gadamer: Verità e metodo, Bompiani 1983

[ii] Il pensiero debole è un concetto introdotto in filosofia dai filosofi italiani Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti fra i massimi esponenti del postmodernismo europeo, per descrivere un importante mutamento etico nel modo di concepire la filosofia, avvenuto a partire dalla metà del XX secolo. Questo mutamento, introdotto secondo Vattimo e Rovatti dall'opera di pensatori come Friedrich Nietzsche e Martin Heidegger, è caratterizzato dal cadere di numerosi presupposti fondanti della filosofia classica e della tradizione filosofica occidentale. L'espressione «pensiero debole» viene coniata nel più ampio contesto generale del relativismo e si contrappone al poco usato termine di «pensiero forte», quest'ultimo più vicino alla concezione di assoluto e di tradizionalismo [da: Wikipedia].



[i] Per “Socrate platonico” intendo il “personaggio” letterario protagonista dei Dialoghi che, come si sa, solo nei primi tra questi corrisponde con una certa presunta veridicità alla figura storica di Socrate. Nei Dialoghi della maturità e della vecchiaia non si può più, propriamente, parlare di pensiero socratico.

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