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COME ANDARE AVANTI: SPERANZA O CORAGGIO?

COME ANDARE AVANTI: SPERANZA O CORAGGIO?

18 Gennaio 2023 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Quando scrivo il concetto sul quale mi soffermo spesso è quello della crisi. Nulla di casuale, anzi molto di contingente, visto che nella crisi ci troviamo tutti. Non tutti ne hanno piena consapevolezza, molti la esorcizzano rimuovendola, alcuni ne hanno già accettato un esito apocalittico e per questo parlano di collasso di una civiltà in atto. Tutti gli altri fingono di non sapere e accettano le narrazioni che la negano parlando d’altro (gli umani sono sempre stati bravi nella fuga…)!

Le crisi con cui si stiamo confrontando sono molteplici, hanno raggiunto tutti gli ambiti dell’esistenza. La narrazione dominante però continua a essere dominata dalla celebrazione dei concetti che hanno caratterizzato l’immaginario degli ultimi trent’anni di sviluppo neoliberista del mondo: sviluppo e crescita senza fine, progresso continuo (conoscenza, libertà, tecnologia, individuo, economia, ecc.), felicità individuale, soluzionismo tecnologico, competitività. Una narrazione che risulta a molti inadeguata, in particolare a coloro che non hanno ancora perso la capacità di immaginare che ci possano essere narrazioni diverse, percorsi alternativi, persino nuovi modi di interpretare la crisi traendone vantaggio. Questi molti però non riescono a far diventare mainstream la loro percezione e narrazione. Sempre soverchiata dalle narrazioni felicitarie e conformistiche dominanti. 

Nel suo senso originale, risalente al termine greco κρíσις, e nell’evoluzione di un processo incerto come lo è quello attuale, la crisi indica un momento decisivo, nel quale esercitare l’arte della diagnosi e del giudizio, della scelta e della selezione per pronosticare e individuare i percorsi di uscita dalla crisi, prendendo delle decisioni. Oggi la parola crisi sembra sempre più svuotata del suo significato originario e marchiata dal “sigillo dell’indecisione, o meglio, dell’indecidibile” (M. R. d’Allonnes). 

La crisi è anche crisi delle élite, sempre più impotenti, e anche crisi etica/morale. Per questo motivo il ruolo individuale di ognuno di noi è diventato così fondamentale. Passa attraverso scelte etiche individuali, nuovi linguaggi e nuove parole, nuovi racconti e narrazioni della realtà, immaginazione, ricerca di nuovi legami incarnati fatti di compassione, solidarietà e collaborazione ma anche di nuovi modi di guardare alla natura e alle altre specie viventi non-umane, nuove forme di cittadinanza e ritorno alla spiritualità, fatta di interiorità, l’una e l’altra necessarie per affrontare in piedi i vari tsunami in rapido avvicinamento. 

La crisi sistemica in atto non è evitabile. Lo dicono molti studiosi (economisti, sociologi, esperti di geopolitica, ecc.) e lo percepiscono tutti. La sua inevitabilità porta molti a farne una lettura caricaturale, a non prenderla sul serio. E questo rappresenta un problema! Impedisce di comprendere i cambiamenti progressivi diffusi in atto e la loro interdipendenza, proprio mentre tutto dovrebbe essere messo in discussione. 

La comprensione della crisi passa attraverso la capacità di analizzare gli impatti che le crisi/catastrofi/eventi straordinari hanno sulle nostre vite e sulla nostra salute mentale, poi suggerisce di esplorare i percorsi e gli strumenti utili a cambiare la nostra visione del mondo, e infine ci può aiutare a decidere cosa fare. Ad esempio a cambiare rotta! A tornare sulla terra, magari dando meno peso al digitale! 

Ci si può muovere animanti dalla speranza che le cose alla fine andranno bene, oppure scommettere sul coraggio. 

Io scelgo quest’ultima opzione! 

"Bisogna assolutamente trovare il coraggio di abbandonare i nostri meschini egoismi e cercare un nuovo slancio collettivo magari scaturito proprio dalle cose che ci fanno male, dai disagi quotidiani, dalle insofferenze comuni, dal nostro rifiuto! Perché un uomo solo che grida il suo no, è un pazzo. Milioni di uomini che gridano lo stesso no, avrebbero la possibilità di cambiare veramente il mondo. (da Mi fa male il mondo“ —  Giorgio Gaber

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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