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🍒🍒SMATERLIZZAZIONE: LE STORIE CHE CI RACCONTIAMO

🍒🍒SMATERLIZZAZIONE: LE STORIE CHE CI RACCONTIAMO

15 Novembre 2022 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Amiamo da sempre raccontarci storie, oggi siamo diventati tutti storyteller. Le storie servono a costruire mondi, a sfuggire da quelli presenti e ad allontanare orizzonti carichi di minacce. Lo storytelling è spesso usato per manipolare la realtà o per raccontarne una che non esiste. Gli esempi da citare sono numerosi, quello che vorrei proporre alla riflessione riguarda parole quali smaterializzazione, leggerezza, trasparenza, virtuale, nuvola (cloud), Big Data, sostenibilità, energia pulita, tecnologie a basso impatto ecologico.

🍒SOSTENIBILITA’ E DIGITALIZZAZIONE

Viviamo tempi interessanti, caotici, di crisi e di cambiamenti accelerati, imprevedibili. La politica e l’economia dopo il crollo del muro di Berlino hanno globalizzato il mondo, la tecnologia lo ha reso possibile e accelerato. In fase di deglobalizzazione, tutti oggi devono fare i conti con gli effetti entropici generati dai modelli di sviluppo che la globalizzazione ha reso possibili e oggi non funzionano più. Dopo trent’anni di richiami scientifici a porre maggiore attenzione al cambiamento climatico tutti, o quasi percepiscono che, senza politiche e comportamenti che si richiamino alla sostenibilità, il futuro del genere umano sulla terra possa essere a rischio. Al tempo stesso però non si riesce più a fare a meno di apparecchiature tecnologiche che appaiono connaturate con gli esseri umani da sempre e delle quali non riescono più a fare a meno. La digitalizzazione del mondo cozza però contro la sostenibilità. Concetto difficile da comprendere visto che lo storytelling ci ha convinti della leggerezza e della immaterialità del digitale, della sua virtualità che elimina lo spazio fisico e la distanza, della sua accessibilità che lo rende globale, diffuso, come una biosfera. 

🍒IMMERSI NELLE INFORMAZIONI MA IGNORANTI

Il surplus informativo non garantisce saperi e conoscenza. Abbiamo opinioni su tutto, pratichiamo l’arte dello storytelling e scriviamo di qualsiasi cosa perché riteniamo di avere le informazioni che servono e le conoscenze adeguate a poterlo fare. In realtà su molte cose siamo dei perfetti ignoranti, anche perché la fatica per acquisire nuove conoscenze è tale che si preferisce lasciar perdere facendo finta di nulla. La cosa vale anche per le nostre vite digitali, immerse dentro mondi paralleli, uno fattuale e l’altro virtuale, tra loro interconnessi, quasi duplicati. L’accelerazione tecnologica è tale che oggi pochi potrebbero spiegare le infrastrutture e le apparecchiature necessarie per collegare gli smartphone, i tablet e i computer che utilizziamo. Cercare una spiegazione è un viaggio dentro la tecnologia ma anche dentro l’opinione pubblica diffusa prevalente, lo storytelling dei media (e non solo), e le parole. Una su tutte: smaterializzazione! A seguire leggerezza del digitale, sostenibilità e risparmio energetico. 

🍒LA TECNOLOGIA È PESANTE

Il digitale doveva eliminare l’uso della carta. Oggi si leggono meno giornali, l’ebook ha salvato alcune piante ma il packaging derivato dall’esplosione della logistica per la vendita online ha reso la carta una risorsa scarsa. La digitalizzazione (pensate anche allo storytelling sullo smartworking di questi tempi) avrebbe dovuto portare a risparmi energetici e comportamenti sostenibili. Nella realtà la tecnologia consuma oggi il 10% di tutta l’energia prodotta al mondo, è altamente inquinante e si basa su una componente infrastrutturale e materiale con pesanti ricadute e impatti ambientali ed ecologici. A tutto questo non pensiamo, compresi molti che hanno anime sensibili all’ecologia. Ci affidiamo acriticamente e superficialmente alle narrazioni marketing delle aziende tecnologiche e alle azioni di greenwashing praticate dai loro leader. 

Internet, social, smartphone, ecc., tutto ciò che ci tiene collegati e attivi online, hanno un impatto ambientale pesante, molto materiale e reale. I nostri smartphone sono pieni di litio, magnesio, bromo, ecc. la cui estrazione consuma risorse e inquina territori. Le reti di comunicazione sono tali grazie a cavi, router, hotspot, WiFi, centri di archiviazione dati (data center), che assorbono quantità enormi di risorse della terra, come il rame, minerale scarso su tutta la terra. Il digitale non esisterebbe senza terre rare e metalli quali il palladio, il tantalio, l’antimonio, il berillio, e di metalli di difficile estrazione. La produzione di microchip richiede l’uso di quantità inimmaginabili di acqua (in alcuni territori l’acqua è sottratta alle popolazioni degli umani) così come il raffreddamento delle migliaia di Data Center (tre milioni in totale) distribuiti su tutto il globo, alcuni nelle zone più fredde ma anche più incontaminate del globo terrestre. L’obsolescenza programmata, l’accelerazione tecnologica, i comportamenti individuali generano una quantità crescente di detriti il cui smaltimento costa in termini economici e ambientali, ma sta anche cambiando secondo alcuni la conformazione stessa della crosta terrestre. Le antenne 5G in arrivo contengono innumerevoli metalli rari come il gallio, lo scandio, ecc. e saranno distribuite ovunque a brevi distanze le une dalle altre. Internet scalda molto, produce CO2 e spesso si surriscalda per fenomeni virali digitali basati su azioni non propriamente intelligenti e che si potrebbero evitare. I mari si sono riempiti di “ventimila” cavi sottomarini che si estendono in profondità fino a raggiungere ogni angolo della terra e tengono impegnate immense risorse industriali ma anche militari per la loro protezione e sicurezza. E gli esempi da citare potrebbero continuare. 

Mentre guru e storyteller digitali, pubblicitari e designer del Web continuano ad alimentare le loro narrazioni sulla smaterializzazione, le tecnologie continuano a consumare risorse materiali dando forma a una diffusa e nuova materializzazione del mondo fatta di cavi, tubi, antenne, server, hard disk e miliardi di dispositivi. Spesso usati per farsi dei selfie o per diffondere foto di gattini e di criceti in gabbia. Ancora più spesso usati per videosorvegliare e controllare tutto e tutti cancellando l’anonimato e la riservatezza dei dati individuali delle persone. 

🍒COSA POSSIAMO FARE

Poco, forse quasi nulla! Nel poco una dieta digitale potrebbe fare la differenza. Alla dieta da selfie inutili, messaggi vuoti, immagini condivise e video inguardabili, si potrebbe aggiungere anche la pulizia costante degli archivi personali, per ridurre ogni ridondanza, e-mail inutili, foto memorizzate sullo smartphone. Prima di uscire di casa si potrebbe staccare il WiFi (io lo faccio sempre) e in casa usarlo sempre per guardare un video o un film evitando di ricorrere al 4/5G. Perché non ordinare meno cose su Amazon per ridurre gli effetti della logistica e del packaging? Cosa vieta di usare motori di ricerca alternativi a Google (la società tecnologica di cui si conosce di meno), meno invasivi e inquinanti come DuckDuckGo. 

Più di semplici gesti individuali contano però la conoscenza e una accresciuta (tecno)consapevolezza sull’uso passivo, da semplici utenti, che facciamo della tecnologia e sui suoi effetti, anche nascosti e ignorati dai più. Conta cambiare mentalità, uscire dal relativismo autocentrato, cinico e narcisistico, assumersi le responsabilità, anche etiche (ambiente, salute, economia, diritto, ecc.), che servono per partecipare alla riduzione del consumo di risorse e dell’inquinamento della Terra. Conta l’agire individuale che sempre segue la conoscenza. È necessario cominciare ad abbracciare la sobrietà, operare scelte diverse da quelle suggerite e facilitate dagli algoritmi, coltivate dallo storytelling che forma il senso comune e alimenta pratiche e abitudini. L’obiettivo che ci si può porre è di invertire gerarchie valoriali, abitudini e motivazioni, esperienze utente e decisioni. 

Le iniziative che vanno in questa direzione, verso futuri tecnologici sostenibili e umani, sono numerose. Raramente se ne parla, difficile è reperire informazioni che ne permettano una maggiore conoscenza e favorire un sostegno partecipativo. Anche i pochi che ne parlano online non sono influencer apprezzati dalle moltitudini o dal vasto seguito. Qualcosa però si sta muovendo. Ne sono testimonianza alcuni libri come Inferno Digitale di Guillaume Pitroni e Tubi di Andrew Blum, ma forse basterebbe leggere libri di fantascienza…

 

 

 

 

 

 

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