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Soft skills, ricerca del lavoro, porte aperte e stipiti

Soft skills, ricerca del lavoro, porte aperte e stipiti

09 Aprile 2021 Redazione SoloTablet
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Tutti ci stiamo facendo domande su come sarà il mercato del lavoro nel post pandemia e nel prossimo futuro. Si, possiamo dire tutti: chi per funzione (dai Policy Maker ai Recruiter) chi per necessità (dal giovane in cerca di prima occupazione al disoccupato) chi per esigenze personali (dal perseguire una migliore retribuzione all’auspicio di riuscire a valorizzare meglio le proprie potenzialità professionali).

Il mercato del lavoro

A tutti questi tipi di interrogativi si affastellano risposte, a volte anche fuorvianti, soprattutto da parte di chi dovrebbe essere esperto del mercato del lavoro. Per essere chiaro fin da subito mi riferisco ad un discorso mal posto sulle soft skills: saper comunicare efficacemente, saper lavorare in team e per obiettivi, problem solving, eccetera eccetera.

Siamo ancora in piena pandemia e il mercato del lavoro in Italia manifesta un calo della domanda, come del resto anche in altre economie. Nel nostro Paese si teme e, al contempo, si scongiura la catastrofe che potrebbe succedere con lo sblocco dei licenziamenti. Dunque, appare urgente chiederci oggi cosa avverrà domani con l’obiettivo di preparaci al futuro prossimo per quanto imprevedibile, instabile, ambiguo e complesso.

La vita professionale e quotidiana sono immerse nella transizione digitale e nell’infosfera: dai processi produttivi e commerciali, dal sistema dell’education al tempo libero. Inoltre, la pandemia ha accelerato con forza l’uso massivo delle tecnologie digitali. Non solo, è ormai imprescindibile sfruttare costruttivamente le potenzialità della digitalizzazione a livello individuale, sociale, economico, e perché no nella riduzione dell’impatto ambientale.

A fronte di tali cambiamenti sociali e tecnologici è sempre più ricorrente pensare che serva puntare decisamente sulla formazione delle soft skills (trasversali e digitali) sia per accedere più facilmente al mercato del lavoro, sia per mantenere alto il livello di occupabilità delle persone. È così che le soft skills sono diventate un indubitabile “must” che crea tendenza nell’opinione comune e getta nell’oblio le hard skills. Per farsi un’idea del fenomeno è sufficiente googlare le due parole chiave “soft skills” e poi iniziare a leggere, in ordine sparso o analiticamente, pareri di esperti di risorse umane, resoconti di convegni, interviste a policy maker.

Tutti interessati alle soft skills

La sensazione è che, assegnando un’inappropriata priorità alle soft skills per ottenere successo lavorativo personale o competitività aziendale, si banalizzi la specificità e articolazione di qualsiasi tipo di professione. Sebbene tutti sappiano vagamente che la professionalità di un esperto è complesso know-how, composto di conoscenze tecnico-specifiche di processo o di settore economico, che non si improvvisa in breve tempo.

È una chimera semplificatrice credere di risolvere tutte le problematiche di incontro tra domanda e offerta di lavoro, sviluppo di carriera lavorativa, o peggio ancora dell’innovazione aziendale, contando solo su eccellenti soft skills. È come voler passare attraverso una porta aperta senza prendere le misure degli stipiti.

È mia opinione che occorra invece investire su Reskilling e Upskilling di competenze tecnico-specifiche per promuovere un effettiva occupabilità delle persone nel prossimo futuro; benché le soft skills offrano maggiori capacità di adattamento alle nuove situazioni, più flessibilità al cambiamento e intraprendenza.

Per motivare, che le hard skills sono e resteranno lo zoccolo duro di ogni professione su cui orientare gli investimenti futuri, intendo offrire l’esame di un caso teorico (di fantasia, ma forse non troppo lontano dalla realtà) in quanto non posso corroborare una tale ipotesi nello spazio di questo articolo, e soprattutto perché sarebbe necessaria una rigorosa indagine statistica o controfattuale sul campo.

Una case history

Ecco dunque il Case Study sulla ricerca di un nuovo lavoro da parte di Cristina Romano di anni 44, e Mario Rossi di anni 51.

Lei con Laurea magistrale in Sociologia e lui con laurea magistrale in Giurisprudenza.

Sia Cristina, sia Mario voglio cambiare lavoro per diventare Data Scientist: professione che presenta significative opportunità di carriera nel prossimo futuro pervaso dalla trasformazione digitale.

Inoltre, diventare Data Scientist offre buone opportunità per bilanciare tempi di vita e lavoro dato che le attività da svolgere sono facilmente eseguibili da remoto con un adeguato accordo di smart working (non la sua brutta copia di lavoro in casa a causa misure anticovid).

Cristina e Mario hanno elevate capacità di problem solvig e resilienza riconosciute sia dai rispettivi datori di lavoro che dei numerosi colleghi. Inoltre, hanno un buon capitale sociale ed ottime abilità di socializzazione. Lei, nonostante gli impegni familiari, appartiene ad un importante associazione di volontariato. Mario è maestro e allenatore di tennis in un circolo frequentato da benestanti.

Sotto il profilo lavorativo Cristina è responsabile approvvigionamenti di una catena di centri commerciali e Mario è agente vendite plurimandatario.

Entrambi, per i fatti loro, si metto a cerare a tutto campo, anche attraverso i social, posizioni lavorative aperte per il profilo Data Scientist. Dopo un mese di ricerca sistematica sono riusciti raccogliere una serie di offerte di lavoro attive ed interessanti, ma loro malgrado hanno anche scoperto che il Data Scientist deve essere in grado di occuparsi di:

a)     programmazione (conoscere diversi linguaggi di programmazione)

b)     sistemi operativi (gestire server, macchine differenti, flusso di dati data base)

c)     matematica e statistica.

A questo punto è evidente che Cristina e Mario hanno trovato una serie di porte aperte, ma si sono dimenticati degli stipiti.

Infatti, tutte e due possono provare a riorganizzare il loro curriculum vitae, ma con fatica possono dimostrare le tre competenze elencate di cui ai punti sopra a) b) c).

Mario Rossi riconsidera il suo trascorso professionale, ma purtroppo ha nessuna esperienza e progetto professionale riconducibile alle competenze a) b) c).

Cristina Romano, apparentemente più fortunata, potrebbe dichiarare le conoscenze di statistica (cfr. punto c) acquisite durante il corso di laurea in Sociologia e con qualche lavoro occasionale post-laurea in gruppi di ricerca per indagini ISTAT. Ma anche lei desiste dall’inviare qualsiasi candidatura, perché le mancano completamente a) b) e le abilità di analisi statistica sarebbero da rafforzare.

Prima conclusione del Case Study: per Cristina e Mario non ha senso spendere le soft skills nel Curriculum perché non sopperiscono alle mancanti “hard skills” necessarie per una ragionevole candidatura alle ricerche per posizioni di Data Scientist (ciò potrebbe valere anche per molte altre professioni non strettamente connesse alla digital trasformation).

Seconda conclusione: sia lei che lui potrebbero investire in un percorso di Reskilling, ma per fortuna hanno una attuale posizione lavorativa soddisfacente ed una retribuzione media non intaccata dal susseguirsi dei lockdown e dalle relative limitazioni produttive di alcune attività economiche.

La terza o le ulteriori conclusioni la lascio a te lettore se hai letto fino qui ed hai voglia di riflettere criticamente o approfondire.

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