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PRECARIZZATI, MERCIFICATI, AUTOMATIZZATI

PRECARIZZATI, MERCIFICATI, AUTOMATIZZATI

17 Luglio 2021 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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In un libro di non facile lettura (La società automatica) Bernard Stiegler, filosofo francese morto nel 2020, descrive la nostra società tecnologica come una società ormai automatizzata, funzionale, strutturata/destrutturata in base ad automatismi, forme disciplinari e regolarità assoggettanti. Con effetti reali in termini di controllo sociale, forme di vita e mondo del lavoro.

La società è diventata automatica, automatizzata

Il libro contiene una critica radicale dell’attuale situazione economica e sociale determinata dalle numerose rivoluzioni tecnologiche in atto che suggeriscono un futuro fatto di progressi inarrestabili mentre in realtà stanno determinando una serie di crisi sulle quali tutti sono chiamati a riflettere. Una su tutte, quella dell’occupazione e del lavoro che, secondo alcuni studiosi, vedrà la sparizione di oltre il 50% degli attuai posti di lavoro, non solo manuali ma anche cognitivi e intellettuali, per la diffusione crescente della automazione, della robotizzazione, della softwarizzazione globalizzata e dalla pervasività delle intelligenze artificiali. 

L’altro scenario su cui riflettere è quello della crescente e completa tracciabilità (profilazione – profiling) dei nostri comportamenti che fa prevedere un potenziale controllo algoritmico generalizzato con ricadute pesanti in termini di omogeneizzazione e condizionamento dei comportamenti, degli stili di vita, delle esistenze individuali così come di quelle sociali e collettive. In primo luogo nel modo in cui consumiamo. Il condizionamento è reso possibile dalla quantità di dati raccolti, anche a nostra insaputa, grazie alla capacità estrattiva e analitica delle piattaforme. Dati che vengono usati per personalizzare, come se fossimo semplici marionette digitali, ogni forma di interazione digitale e che generano accettazione routinaria della realtà esistente, ripetitività, conformismo, passività, delega ad automi analitici, servitù volontarie e colonizzazione del tempo, presente così come futuro. A diventare passive sono anche le coscienze, vittime della ripetitività , dell’abitudine e delle interrelazioni automatizzate con la tecnologia. 

Per Stiegler la realtà tecnologica attuale è stata assunta, anche in termini culturali e politici, come se fosse una seconda natura, evoluzione naturale della rivoluzione industriale. Ne è derivata una difficoltà reale a comprendere ciò che succede nel mondo e nella realtà da cui emerge la necessità e l’urgenza di interrogarsi su cosa ci sta succedendo, anche in senso antropologico. Bisogna interrogarsi sui contesti nei quali siamo immersi (prigionieri?) o rinchiusi, sugli automatismi che li caratterizzano e sulle narrazioni/linguaggi con cui ne parliamo, sulla digitalizzazione delle nostre coscienze, sulla nostra libertà all’interno di mondi tecnologicamente ibridati e algoritmicamente determinati. 

Non serve staccare la spina

Se la realtà descritta da Stiegler è veritiera e condivisa, c’è da chiedersi cosa possiamo fare cercando le forme e le motivazioni (necessarie) giuste per farlo. Scartata l’ipotesi ingenua, molto teorica e poco praticabile, della disconnessione e della fuga dalle realtà tecnologiche e online, non rimane che alfabetizzarsi sul digitale e i suoi effetti, praticare forme di auto-controllo e retro-azioni, divergente, costruito su biforcazioni, pratiche decostruttive e finalizzate a interrompere o a spezzare gli automatismi dell’automazione. Più che l’obiettivo finale, la disautomatizzazione, ciò che conta è la (tecno)consapevolezza maturata dentro la realtà tecnologica ormai pervasiva nella quale siamo tutti immersi e l’impegno che essa richiede per essere sviluppata e coltivata. Un impegno necessario sia nella fase critica e distruttiva delle promesse tecnologiche sia in quella costruttiva nella quale fare i conti con le contraddizioni dei propri comportamenti, sempre più determinati dalle nostre interrelazioni con la tecnologia. L’impegno non deve essere finalizzato a resistere ma a inventare, unica azione in grado di incidere sullo stato di fatto in termini culturali, artistici, economici, sociali e politici. 

La tecnologia attuale ci ha trasformati in merce, semplici dati personali (auto-prodotti, auto-captati, auto-pubblicati) da utilizzare per condizionare in senso macchinico e algoritmico le nostre scelte, per determinare i nostri comportamenti individuali e sociali (grazie ai Big Data i proprietari delle piattaforme possono ”controllare attraverso degli automatismi basati sulle reti sociali le pulsioni slegate funzionalizzandoli, cioè mettendole al servizio di una stimolazione personalizzata della pulsione consumistica attraverso meccanismi mimetici…”) e per alimentare i profitti di pochi. Come merce siamo stati tutti “proletarizzati”, anche nella stupidità dilagante e sistemica che ci vede servitori felici della nostra stessa schiavitù. Trattati come merce abbiamo dimenticato i nostri desideri e siamo precipitati dentro una spirale che impedisce ogni via di uscita. Un circolo vizioso tossico che alimentiamo come massa, nell’accezione psicologica data da Freud, e che invece dovrebbe essere analizzato criticamente, anche per far emergere tutto ciò che di positivo hanno le tecnologie attuali.  

La (tecno)consapevolezza e il pensiero critico che servono

La consapevolezza, unita allo sviluppo di pensiero critico per decostruire il presente, sono ancor più urgenti se si riflette sul capitalismo delle piattaforme, computazionale, tecnologico, tecnocratico e algoritmico dell’epoca presente. Un capitalismo finanziario che ci vuole tutti attivi 24 ore al giorno per 7 giorni alla settimana (24/7) ma senza diritti, privati del tempo, anche di sognare e desiderare, e in condizioni di lavoro, psichiche ancor prima di funzionali, sempre più precarizzate e automatizzate. Il tutto dentro un modello di società integralmente automatizzata “nella quale non esistono più impieghi, né dunque potere di acquisto ottenuto grazie a un salario, né dunque produttori/consumatori, la quale deve evidentemente istituire un nuovo processo di ridistribuzione […]”.

 

L’elaborazione di pensiero critico e la riflessione sono tanto più necessari perché il modello economico attuale è destinato a provocare grandi crisi (non solo del lavoro) e grandi shock, in particolare se si arriverà alla ‘fine’ dell’impiego e alla sua automatizzazione e robotizzazione . Siamo in una fase di transizione che deve essere sfruttata in “maniera risoluta e senza attendere il cambiamento sociale evocato” per acquisire forza contrattuale sulla ridistribuzione attraverso i salari dei guadagni.  Se questa contrattazione non avverrà o sarà perdente è facile prevedere nel prossimo futuro crisi sociali ben più profonde di quelle che già oggi emergono quotidianamente e alle quali non si presta la dovuta attenzione (so far “not in my bachyard”) e mai trattate nel modo adeguato dal sistema mediale corrente. Crisi profonde delle quali è facile prevedere l’esito violento, perché andranno a colpire bisogni e interessi materiali delle persone con effetti reali su tutte le dimensioni delle loro esistenze. 

La via di uscita sta nel sapere e nel diritto al sapere

La via di uscita che Stiegler intravede si basa sul sapere (saper- biforcare), sia in termini di apprendimento/disapprendimento sia di diritto al (di) sapere. La sparizione del lavoro (non del salario…ci si augura) redistribuisce tempo che può essere impiegato per ripensare tutti i saperi della nostra era tecnologica in modo da instaurare interrelazioni più consapevoli, libere e autonome con algoritmi, piattaforme e automatismi. Tempo e sapere potranno essere usati per contrastare la “governamentalità algoritmica” (focalizzata sulle relazioni più che sugli individui) e per mettere in discussione i sistemi di modellizzazione della società attuali, oltre che per riappropriarsi, psichicamente, individualmente e collettivamente, della capacità di sognare, di desiderare e anche di tutto ciò che abbiamo ceduto al nostro doppio digitale, diventato sempre meno soggetto e sempre più oggetto tracciabile, automatizzabile, condizionabile e gestibile come semplice prodotto, merce. 

Al sapere e alla cultura del sapere Stiegler ha dedicato il secondo volume dell’opera dedicata alla Società Automatica (2015). Il volume non è ancora stato tradotto in italiano. A chi ne avesse tempo e voglia (il libro non è facile, anzi è molto impegnativo), non rimane che leggere il primo volume che ho qui sommariamente e timidamente provato a raccontare. Il contributo di Stiegler con La società automatica sta tutto dentro lo scenario futuro di un mondo senza lavoro e il richiamo a riflettere criticamente su temi quali: l’automatizzazione generalizzata della produzione, la crisi finanziaria sempre in atto, la decadenza dei saperi, il potere dei Big Data, lo sfruttamento 24/7 delle facoltà cognitive, i progressi ciclopici delle intelligenze artificiali, l’emergenza ecologica realtiva all’innalzamento delle temperature, il nichilismo dilagante, la perdita di immaginazione del futuro e i processi di annichilimento progressivo dei processi di individuazione psichica e collettiva. Tanti temi sui quali tutti potremmo trovare il bisogno, la motivazione e l’interesse a riflettere, individualmente e collettivamente, da soli e insieme ad altri.

 

 

 

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