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La cultura della sorveglianza

La cultura della sorveglianza

24 Luglio 2021 Redazione SoloTablet
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Segnaliamo una recensione di Francesco Nasi pubblicata sulla rivista Panodra.

Recensione: David Lyon, La cultura della sorveglianza. Perché la società del controllo ci ha reso tutti controllori, Introduzione di Gabriele Balbi e Philip Di Salvo, LUISS University Press, Roma 2020, pp. 232, 20 euro (scheda libro)

Il concetto di sorveglianza è ormai imprescindibile per comprendere la contemporaneità. Se la sua pregnanza era già stata colta dalla sociologia del secolo scorso con l’emergere di un ramo di studi appositi, i surveillance studies, è oggi che il tema si pone con ancora maggior vigore al centro del dibattito pubblico, politico e accademico. La sorveglianza è infatti passata da essere una pratica presente ma relativamente marginale (i controlli in aeroporto, le telecamere a circuito chiuso per strada, i controlli delle agenzie di sicurezza nazionali) a divenire un elemento centrale nella vita della quasi totalità degli individui, grazie alla presenza capillare e onnipresente di smartphone, Internet delle cose (IOT, Internet of things) e sistemi di sicurezza sempre più avanzati. Parafrasando Hegel, il cambiamento in termini di sorveglianza è stato quantitativamente così significativo da diventare anche qualitativo. Ed è di questo passaggio qualitativo che David Lyon vuole rendere conto ne La cultura della sorveglianza (LUISS University Press 2020). Professore di sociologia alla Queen’s University di Kingston, in Canada, Lyon è uno dei massimi esperti mondiali di studi sulla sorveglianza, tema che fin dagli anni Novanta è stato al centro della sua ricerca. Proprio la lunga attenzione dedicata a questi temi gli permette di avere una prospettiva più ampia e meno schiacciata sul presente dei fenomeni legati alla sorveglianza, potendo in questo modo scorgere con maggior facilità le continuità e le discontinuità rispetto al passato.

Per Lyon, la pervasività e la reciprocità della sorveglianza contemporanea si traducono in una vera e propria “cultura della sorveglianza”. Questo concetto può essere compreso solo superando i modelli che per decenni hanno riempito gli immaginari e gli studi sul tema, ovvero il panopticon di Bentham e il Grande Fratello di Orwell. Se questi modelli prevedevano una minoranza di sorveglianti e una moltitudine di sorvegliati, oggi le pratiche di sorveglianza vengono esercitate dalla grande maggioranza dei cittadini, trasformando questi atteggiamenti in una vera e propria pratica quotidiana: dal cercare la destinazione di un viaggio con Google Maps al contare i passi mentre si va a camminare con l’app apposita, fino alle conversazioni con gli amici e al riconoscimento facciale nei filtri di Instagram. In questo modo la sorveglianza penetra in profondità negli «usi, costumi, abitudini e modalità di lettura e interpretazione del mondo» (p. 20)[1] andando a costruire una società in cui ognuno è, più o meno consciamente, sia controllato che controllore.

 

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