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Usiamo i mezzi programmati da qualcun altro. Solo una élite è in grado di trarne reali vantaggi!

Usiamo i mezzi programmati da qualcun altro. Solo una élite è in grado di trarne reali vantaggi!

08 Marzo 2017 Interviste filosofiche
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Penso che i social network facciano ormai parte della nostra vita e che, soprattutto, rispondano a un bisogno impellente di tutti noi. Rispolverando la vecchia e cara piramide di Maslow è possibile sottolineare che, tolti i bisogni fisiologici e di sicurezza, tutti gli altri bisogni - socialità, autostima e autorealizzazione – possono essere soddisfatti dai social. Basti pensare ai selfie che si fanno per ricevere like (autostima), ai video che si caricano su YouTube (auto-realizzazione), ai gruppi di WhatsApp (socialità) e via dicendo.

Carlo Mazzucchelli intervista Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech, autore, formatore e consulente aziendale sui temi del digitale.


Sei filosofo, sociologo, piscologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero? .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori. Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato è quello di coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione.


Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo?

Anzitutto grazie per avermi coinvolto.

Mi chiamo Gianluigi Bonanomi. Ho sempre avuto una passione smisurata per comunicazione e tecnologia: dopo una tesi sulle relazioni online (che si può ancora scaricare dal mio sito: www.gianluigibonanomi.com/tesi), nel 2001 ho iniziato a lavorare nel mondo dell’editoria informatica. Ero redattore della rivista Computer Idea.

Peccato che scrivere di tecnologia sulla carta fosse un’attività destinata a scomparire: ero il dinosauro che vedeva il meteorite arrivargli in fronte! Per fortuna, se potevo scrivere di hi-tech per la carta, potevo farlo anche per altri canali: così sono diventato Web writer, blogger, social media content editor e formatore. Fino al naturale sbocco: la consulenza aziendale.

Ora collaboro con alcune agenzie di comunicazione per la parte dei contenuti digitali: strumento strategico sia per fare branding che, soprattutto, per trovare clienti, grazie al content marketing (detto anche inbound marketing).

Nel frattempo non ho perso il vizio di scrivere: dirigo la collana “Fai da tech” di Ledizioni e ho scritto anche per alcuni altri editori, come Hoepli e Informant. Trovate tutti i miei testi, alcuni dei quali in download gratuito, qui.

A proposito di testi gratuiti, vorrei segnalare il picco della mia carriera autoriale: il mio testo “101 eBook gratis (oltre questo)”, gratis appunto, è stato piratato. Sono soddisfazioni.

 

Secondo il filosofo Slavoj Zizek viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

Mi capita spesso di essere invitato a convegni o nella scuole per parlare di tecnologia, e vedo moltissime persone preoccupate, spaventate addirittura.

Quando incontro i cosiddetti nativi digitali, che spesso tanto competenti non sono, racconto questa storiella. A sei anni stavo morendo: un’appendicite, in peritonite, mi stava uccidendo. Per fortuna un chirurgo, in una sala operatoria, usò sapientemente un bisturi per tagliuzzarmi il ventre e salvarmi la vita. Ma se quello stesso bisturi fosse usato per minacciare o accoltellare un passante a scopo rapina, il problema sarebbe il bisturi?

Quindi, il problema può essere la tecnologia?

A mio avviso no: la tecnologia è solo uno strumento, e come tale può essere usato bene o male. Molte persone rifiutano di cogliere il buono della tecnologia semplicemente perché ne vedono solo i rischi - che ci sono, eccome! - ma non ne colgono minimamente le opportunità. La tecnologia può salvare la vita: basti pensare a una macchina che frena al posto tuo, prima di un impatto in autostrada, mentre sei distratto; oppure a dei sensori inseriti in una maglietta che avvertono i medici se i parametri vitali di una persona diventano critici. Potrei citare centinaia di esempi.

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

In effetti il dibattito è aperto. Personalmente sono per la neutralità della Rete (net neutrality): a mio avviso qualsiasi forma di comunicazione elettronica veicolata da un operatore dovrebbe essere trattata in modo non discriminatorio, indipendentemente dal contenuto, dall'applicazione, dal servizio, dal terminale, nonché dal mittente e dal destinatario. Esempio concreto: Google dovrebbe decidere di non mostrare nei risultati di ricerca link a contenuti che ritiene inadeguati? Per me no.

La questione è davvero delicata. Me ne sono occupato in particolare nell’ultimo libro, appena uscito, che si intitola “Manuale per difendersi dalla post-verità”, scritto a otto mani con tre altri autori di Ledizioni: Rossella Dolce, Marco Giacomello e Fiorenzo Pilla. Nel testo raccontiamo che cosa sono e perché vengono create le bufale, le implicazioni psicologiche e giuridiche, ma soprattutto spieghiamo come difendersi. Da qui però a parlare di censura ce ne passa: personalmente sono convinto che la soluzione non sia mai censurare ma educare.

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando?

Qualche giorno fa Bill Gates, padre di Microsoft, ha avviato il dibattito sul fatto che i robot, che ruberanno il lavoro agli umani, dovranno essere tassati.

Non è una boutade, ma una questione seria. Un problema che sta emergendo non solo nelle fabbriche, dove Internet of Things e Industry 4.0 sono sempre più sinonimo di automazione, ma anche nel mio mondo: quello della comunicazione aziendale. Il futuro prossimo, in alcuni casi già il presente, vedrà sempre più protagonisti chatbot (algoritmi che si occupano della customer care su siti e social) e marketing automation, con piattaforme che si occupano di trovare clienti e chiudere le vendite in autonomia.

Ma se pensiamo anche al mio primo mestiere, quello di giornalista, lo scenario non è molto diverso; si parla di “robot journalism”: gli articoli non li scrivono degli umani, ma degli algoritmi. Per fare un esempio, già da qualche anno l’Associated Press ha iniziato ad automatizzare completamente la sua produzione di articoli sui risultati economici delle aziende. Almeno, aggiungo io, non si vedranno più articoli con orrori tipo “un’altro” e “pò”…

 

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia?

Penso si sia capito: sono certamente un tecno-entusiasta, un integrato che mal sopporta gli apocalittici ma capisce gli scettici, i tecnico-critici. Devo però aggiungere che ho l’abitudine di non prendere mai nulla, tantomeno me stesso, troppo sul serio. Del resto il mio hobby è quello di prendere in giro la tecnologia. Da anni scrivo battute satiriche di tema hi-tech, che raccolgo sul mio sito e che da quest’anno sono protagoniste della rubrica “Tecnorisate” dello storico magazine online Spot & Web.

 

Mentre l'attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all'uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell'alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa?

Credo abbia detto tutto lei.

Aggiungo solo che uno dei saggi più interessanti che ho letto in questo anni, a firma Douglas Rushkoff (mio guru personale da quanto pronunciò la celebre frase “Se su Internet qualcosa è gratis, il prodotto sei tu”) si chiama “Programma o sarai programmato”. Il testo parte da questo presupposto: è vero che computer e reti informatiche consentono a tutti di scrivere e pubblicare, ma la competenza alla base dell’era informatica riguarda in realtà la programmazione, attività di cui quasi nessuno di noi è a conoscenza. Usiamo i mezzi programmati da qualcun altro. Solo una élite è in grado di trarre vantaggio da quanto promette il nuovo mezzo.

 

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Facebook, Amazon e Apple). E' un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l'identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boetie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa?

Credo che privacy e accettazione acritica di quanto ci propone il software sia effettivamente un problema.

Ma torniamo sempre al punto di partenza: se le persone fossero consapevoli di quello che stanno facendo, la prospettiva cambierebbe completamente. Se le persone banalmente leggessero le permission che chiede un’app prima dell’installazione, si eviterebbero tanti equivoci.

Se le persone capissero, per fare un esempio, che i social network non sono gratis, ma che si sta consumando un baratto tra accesso a un servizio e uso dei dati personali, potrebbero anche comprendere che forse, invece di problemi, potremmo avere a che fare con opportunità.

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo  guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Penso che i social network facciano ormai parte della nostra vita e che, soprattutto, rispondano a un bisogno impellente di tutti noi. Rispolvero la vecchia e cara piramide di Maslow per sottolineare che, tolti i bisogni fisiologici e di sicurezza, tutti gli altri bisogni - socialità, autostima e autorealizzazione – possono essere soddisfatti dai social. Basti pensare ai selfie che si fanno per ricevere like (autostima), ai video che si caricano su YouTube (auto-realizzazione), ai gruppi di WhatsApp (socialità) e via dicendo.

 

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall'invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo?

Penso sia sempre possibile difendersi: basta avere un atteggiamento critico riguardo a tutto quello che ci circonda. Senza però sfociare nella paranoia.

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

I testi che si possono leggere sono davvero tanti, alcuni addirittura illuminanti e non necessariamente a tema tecnologico. Sul mio sito mi sono divertito a elencare i dieci libri che mi hanno cambiato la vita: non i più belli, ma quelli che in qualche modo mi hanno condizionato. Vi lascio una selezione di tre libri che secondo me tutti dovrebbero leggere:

- Come trattare gli altri e farseli amici – Daniel Carnegie

- Il cigno nero – Nassim Nicholas Taleb

- Partire dal perché – Simon Sinek

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

Penso che il progetto SoloTablet sia qualcosa di unico nel panorama editoriale tecnologico on-line: personalmente apprezzo molto il taglio culturale che gli avete dato.

Del resto l’informatica deve essere ripresa in mano dagli umanisti, che possono dare un contributo fondamentale per la crescita dell’intero movimento.

Infine vorrei ringraziarvi per questa intervista: è la prima volta, per quanto mi riguarda, che le domande sono più interessanti delle risposte…

 

 

* Tutte le immagini di questo articolo sono scatti di viaggio di Carlo Mazzucchelli (Mongolia, Stati Uniti, Buthan)

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