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Nanotecnologie e nanismo politico

Nanotecnologie e nanismo politico

07 Ottobre 2015 Antonio Fiorella
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Fior fiori di scienziati sono impegnati nel comprendere ed imitare i processi della natura. E’ una rincorsa frenetica tra élite e il resto del mondo. La massima ambizione dei burattinai è quella di disporre di macchine pensanti per accrescere potere e fortune. Ma robot ed umani imparando ciascuno dai propri errori, progrediranno di pari passo nelle loro specifiche capacità, e saranno altrettanto incerti nello sciogliere i nodi della politica? Quanti hanno davvero il sentore che i margini di manovra si stanno progressivamente assottigliando?

La portata rivoluzionaria della ricerca promette di scompaginare l’ordine mondiale così come lo abbiamo recepito sino ad oggi. L’analisi politica non è meno rivoluzionaria (solo l’analisi!).

Il libro Il mondo è piccolo come un’arancia di Roberto Cingolani ci conduce nell’intimo della materia, scomponendola in infinite particelle, per studiarle, ricomporle e rigenerare la materia stessa. Un altro libro, Contro le elezioni di David van Reybrouck, sembra voler azzerare secoli di conquiste sociali per ricondurre la democrazia all’autenticità delle origini. Due realtà agli antipodi destinate a scontrarsi.

Roberto Cingolani fa una rapida rassegna sulle nanotecnologie.  Già professore ordinario di fisica generale presso la Facoltà d'Ingegneria dell’Università del Salento, è direttore scientifico dell'Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova, di cui (si apprende da wikipedia) viene considerato una sorta di amministratore delegato. Infatti è di quelli che badano al sodo: il suo curriculum annovera, oltre a premi scientifici e innumerevoli articoli pubblicati su riviste scientifiche internazionali, più di una quarantina brevetti. L’iCub, l’essere umanoide più eclettico al mondo, è figlio del centro di ricerca IIT.

“Oggi, scrive Roberto Cingolani, siamo in grado di vedere l’infinitamente piccolo a una dimensione alla quale sono distinguibili le architetture atomiche, e sofisticate nanotecnologie ci permettono di costruire e riparare la materia, senza distinzione fra inorganica, organica o biologica. La portata è rivoluzionaria.”

 

 

Se tutto ciò che la mente fatica a misurare e che sfugge all’occhio umano prima  o poi viene estromesso dagli affanni quotidiani della gente comune, non è così per l’immensamente piccolo. Da lettori e profani ci si scopre sempre più affascinati al cospetto dei risultati raggiunti dalle  tecno-scienze. Perfino un po’ storditi! Risultati che si sommano gli uni agli altri. Conquiste che sono tra noi, tangibili, che ammiriamo in un palmo di mano. Siamo giunti al punto che di giorno in giorno coltiviamo aspettative crescenti e siamo testimoni di ancora nuovi traguardi in ogni campo. I cambiamenti sono talmente rapidi che fatichiamo a stare al passo con l’innovazione. E nello stesso tempo assistiamo, distratti o consapevoli, all’accavallarsi di  mirabolanti interventi (con materiali intelligenti, biodegradabili, resistenti, ultraleggeri) che concorrono a correggere le disfunzioni che possono accadere nel campo della salute, dell’ambiente, e nell’ambito della vita moderna. L’impellente bisogno di tamponare l’emergenza è fronteggiato con soluzioni impareggiabili. Il tutto nella rincorsa di esigenze individuali e collettive, di comportamenti singoli e di massa, che tuttavia mettono a nudo la fragilità di interi ecosistemi.

“Per capire di quali dimensioni stiamo parlando”, spiega Piero Angela nella prefazione, “basta pensare che l’unità di misura di questa nuova tecnologia è il nanometro, che corrisponde a un milionesimo di millimetro! In un nanometro, mediamente, si allineano 3 atomi. Siamo quindi nel più intimo della materia”.

 

 

Oggi la ricerca si avvale di strumenti sofisticatissimi che hanno permesso lo sviluppo di nuove branche della scienza, come la microelettronica, la genetica, la robotica, le biotecnologie, le nanotecnologie. Anche se poi tutte queste diramazioni confluiscono verso il medesimo orizzonte, più vasto e altamente interconnesso.

Tanto per dare uno spaccato, il primo transistor fu realizzato nei laboratori della Bell, nel 1947. Rappresentò l’oggetto primordiale alla base dell’elettronica analogica e digitale. La scoperta che il transistor fungeva da amplificatore di tensione e da interruttore, consentì di dare valore 1 al passaggio di corrente e valore 0 al blocco. Ciò rese possibile codificare e trasmettere informazioni binarie. Da allora prese l’avvio un febbrile processo tecnologico che, per esempio, nel 1997 integrava 7,5 milioni di transistor nel processore Pentium II (Intel). Tre anni più tardi, nel 2000, il Pentium conteneva 42 milioni di transistor.

Alcuni procedimenti tecnologici vengono definiti top-down. E’ il caso delle tecnologie litografiche, basate sulla rimozione di materiale. Come avviene nella scultura, c’è spreco di materia prima. La natura invece agisce attraverso processi bottom-up. “Una proteina si forma progressivamente, seguendo le regole inscritte nel nostro codice genetico e filtrate da miliardi di anni di evoluzione”. La natura impiega metodi di formazione, più semplici e meno dispendiosi, che la ricerca studia e tenta di imitare.

Soluzioni a problemi energetici, di costo, di efficienza e di sostenibilità sono a portata di mano o raggiungibili nel breve termine. Ma poiché possono insorgere controindicazioni nella diffusione esponenziale di sistemi e componenti nanotecnologici, ad esempio nei prodotti di largo consumo, già s’indaga su potenziali rischi. Materia questa, affrontata dalla nanotossicologia, benché tutte le ricadute siano da verificare soprattutto alla distanza. E qui entra in ballo il fattore tempo, contrapposto alla febbrile necessità di vedere approvati brevetti per rientrare nei costi, alla corsa per lanciare nuovi prodotti e per mietere profitti, tutto il prima possibile. Un modello di sviluppo, questo,  semplicemente forsennato e ormai inarrestabile.

Intanto le neuroscienze avanzano nel mappare e configurare l’interazione tra intelligenza, corpo fisico, e ambiente circostante.

L’iCub, il robot che promette di crescere imparando dai propri errori, si muove già come un cucciolo umano.

Il dinamismo della ricerca, afferma Roberto Cingolani, è davvero di portata rivoluzionaria.

Quando si parla di efficienza energetica, di fonti alternative, di tecniche di risparmio, di nuove risorse, di smaltimento dei rifiuti, di soluzioni innovative, sostiene Piero Angela, è alla ricerca scientifica e tecnologica, in definitiva, che occorre rivolgersi.

 

 

A cotanta esuberanza sul fronte scientifico fa da contraltare il nanismo politico. Che da sempre trae il proprio potere come e dove meglio può, e che cerca di consolidarlo con qualsiasi mezzo. In una miope visione  involutiva più protesa alla catastrofe che al consolidamento della civiltà. En passant, registriamo l’osservazione di Marco Mamone Capria (docente di Matematica e Informatica, Università di Perugia): “La scienza è oggi come fonte di autorità quello che i pronunciamenti della gerarchia ecclesiastica erano nel Medioevo”.

ONU. I membri permanenti del Consiglio di sicurezza sono le cinque nazioni uscite vincitrici dalla II guerra mondiale: Cina (fino al 1971 Taiwan), Francia, Regno Unito, Russia (precedentemente URSS), Stati Uniti. 70 anni dopo conservano ancora il potere di veto. Non ne fanno parte paesi grandi come un continente: India (1,2 miliardi di popolazione), Indonesia (250 milioni), Brasile (200 mil.).

NATO. Dopo la caduta del muro di Berlino le basi NATO, in Italia e in Europa, rappresentano una occupazione di fatto.

UE. È impressionante notare come l’Europa non abbia una minima idea di quali siano i suoi interessi strategici nelle aree vitali per la propria sicurezza (Mediterraneo e Balcani), afferma Giampaolo Rossi a proposito dei profughi. Medesima osservazione per la questione Ucraina.

Nuovo (dis)ordine mondiale. Dei primi 100 produttori di armi al mondo, nessuno ha sede in Africa. Solo uno è in Sud o Centro America. Tra i primi 30 produttori, diciassette sono negli Stati Uniti. Sei dei primi 10 mega-speculatori sono negli Stati Uniti, gli altri quattro sono in Europa occidentale.

 

 

Il pamphlet Contro le elezioni: Perché votare non è più democratico di David van Reybrouck metta a nudo il “paradosso della democrazia”: tutti sembrano aspirarvi, ma verso cui nutrono crescenti dosi di scetticismo.

Coincide con il pensiero di numerosi studiosi di politica contemporanea. Ne citiamo uno per tutti. Il filosofo e professore di Princeton University, Sheldom Wolin, in Democrazia Spa (2011), nel fare una radiografia del potere negli Stati Uniti, pone l’interrogativo (pleonastico) se la democrazia nordamericana sia da prendere a modello o non sia piuttosto “un’incarnazione fortemente equivoca”. Il peso delle multinazionali, dalle risorse che superano quelle di molti paesi, si manifesta attraverso l’operato delle lobby e del mercato.

Tralasciamo la defunta “primavera araba” dove, in Tunisia ed Egitto, vi sono state delle elezioni, ma si è presto toccato con mano il “lato oscuro del nuovo sistema”.

Le democrazie occidentali attraversano una duplice crisi, di legittimità e di efficienza. L’UE già colpita da due sconfitte referendarie, nel 2005, in Francia e nei Paesi Bassi, ha visto la crisi economica accentuare la diffidenza dei cittadini sia verso le istituzioni centrali sia verso quelle del loro stesso paese. Le elezioni del giugno 2010, in Belgio, hanno prodotto una situazione di stallo di anno e mezzo, prima che si sia riuscito a formare un nuovo governo.

L’inizio del XXI secolo vede una ridotta sovranità degli stati-nazione. All’incapacità politica di affrontare i problemi strutturali, si somma una “sovraesposizione del triviale” favorita dal sistema mediatico e da logiche di marketing.

Parti significative di sovranità nazionale sono state cedute a istituzioni transnazionali; quella finanziaria ed economica, a BCE, Commissione europea, Banca mondiale e FMI; quella relativa alla sicurezza, rimane sotto l’egida della NATO, braccio armato d’interessi geopolitici, economici e globali. Inoltre la funzione politica viene ormai esercitata da persone interessate più alla prospettiva professionale che al servizio della comunità. I movimenti Occupy Wall Street e Indignatos sono lì a stigmatizzare l’operato di politici che si arricchiscono in nome del popolo, ma che in realtà operano al servizio dei potentati economici.

 

Fonte: www.nuvole.it

All’epoca della Rivoluzione americana e francese (1776, 1789) non esistevano partiti politici. E neppure era presente la volontà di dare peso alla voce del popolo. Gli elettori, chiamati a votare per censo, erano pressoché l’uno per cento della popolazione. Le donne, gli indiani, i neri, i poveri erano esclusi dal voto.

Nella maggioranza dei paesi la conquista del suffragio universale è avvenuto solo nel corso del ‘900. Ma il sistema elettivo è andato maggiormente in crisi con l’avvento dei nuovi media. Il candidato politico viene confezionato e offerto al cittadino consumatore, come un prodotto, in una campagna elettorale divenuta ormai permanente. Colin Crouch ha coniato il termine “post-democrazia” ad indicare “uno spettacolo controllato nei minimi dettagli, gestito da équipe rivali di professionisti specializzati nelle tecniche di persuasione”. Per di più, avverte Wolin, laddove l’elettore esprime il proprio voto ad ogni tornata elettorale, il mondo degli affari, attraverso le lobby, affianca i rappresentanti del popolo ogni santo giorno.

Il presente sistema si dimostra poco incline ad affrontare scelte di lungo termine, ed è più propenso ad assecondare gli interessi immediati dei partiti.

Nell’antichità, il sistema democratico ateniese contemplava il sorteggio e la rotazione degli incarichi pubblici. Aristotele considerava “democratico” il sorteggio, e riteneva che segno distintivo della libertà fosse l’essere a turno “governati e governanti”.

La repubblica di Venezia e la signoria di Firenze ricorrevano al sorteggio sia pure con modalità diverse. Ballotte erano chiamate le sfere del sorteggio utilizzate nella Repubblica veneziana, da cui derivano il termine inglese ballot (scheda elettorale), e ballottage in Francia.

Un veloce excursus storico consente di affermare che il sorteggio era usato in alcune città-stato di limitata estensione territoriale; il sistema si accompagnava a un periodo di relativa stabilità politica, benessere economico, e culturale; venivano adottare procedure diverse, associate ad elezioni.

Montesquieu ne Lo spirito delle leggi (1748) sottoscrive l’analisi di Aristotele: “Il suffragio a sorte è proprio della natura della democrazia, il suffragio a scelta lo è della natura dell’aristocrazia”. La Rivoluzione francese e quella americana portarono avanti l’idea repubblicana, ma non quella democratica. Il sorteggio fu messo da parte e fu perseguito il disegno di estendere a tutti il suffragio universale.

Nel 1988 “the Atlantic Monthly” pubblicò un articolo, firmato da James Fishkin, dove si proponeva di riunire per un paio di settimane un migliaio di cittadini provenienti da ogni angolo degli Stati Uniti, assieme ai candidati alle elezioni presidenziali (repubblicani e democratici). Questi avrebbero presentato i loro programmi, tutti ne avrebbero discusso, e l’intera popolazione americana avrebbe seguito il dibattito alla televisione. Fishkin intendeva superare la “democrazia di massa diretta dai sondaggi, dalle frasi a effetto politiche messe in circolazione e dagli slogan”. La partecipazione non doveva limitarsi alle proteste, allo sciopero, alla firma di petizioni, tutte manifestazioni passive delle prerogative democratiche. La volontà dei cittadini deve potersi esprimere, e radicare, dentro i meccanismi istituzionali.

Nasceva così l’idea di sondaggio “deliberativo”. L’espressione democrazia deliberativa sta ad indicare una democrazia dove i cittadini votano, ma anche discutono tra loro, e con gli esperti.

In Texas, dove Fishkin lavora, il coinvolgimento dei cittadini ha visto aumentare dal 52 all’84 per cento la loro disponibilità a pagare di più per l’utilizzo di energia pulita. In Germania, Danimarca, e Francia sono state implementate forme di partecipazione per studiare l’impatto delle nuove tecnologie, per decidere su questioni riguardanti ambiente e infrastrutture. Sul sito participedia.net si trovano informazioni su centinaia di progetti partecipativi.

“L’autoselezione rafforza l’efficacia, il sorteggio, la legittimità”, sostiene l’autore van Reybrouck; il quale ha provveduto a raggruppare in figure dimostrative i tratti essenziali dei progetti che sono stati sviluppati nelle province canadesi della Columbia Britannica e dell’Ontario, e di tre progetti in Olanda sulle riforme della legge elettorale esistente.

Islanda e Irlanda hanno dato vita a progetti mirati a proporre modifiche alla Costituzione. La crisi economica in Irlanda e il fallimento dell’Islanda avevano minato la legittimità dei modelli esistenti. Le autorità dovevano agire per ristabilire la fiducia.

Accanto a situazioni di indubbio successo, colpisce il fatto che spesso le proposte presentate non sono riuscite a tradursi in progetti concreti. In caso di referendum confermativo, la complessità delle riforme favoriscono il fronte del no: “if you don’t know, say no”. Soprattutto quando la stampa e i partiti si mettono di traverso con atteggiamenti derisori. I media e il mondo politico si ritengono “i guardiani dell’opinione pubblica”. Guai a rinunciare a questo o a quel privilegio!

In Islanda, nell’ottobre del 2012, la proposta di Costituzione fu approvata; il referendum ebbe i due terzi dei voti, grazie alla trasparenza adottata durante l’intero percorso.

 

 

Negativamente significativo il fatto che i principali media stranieri abbiano raramente dato notizie di questi avvenimenti.

Ernest Callenbach e Michael Phillips, nel 1985, hanno suggerito di trasformare la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti in Camera rappresentativa, cioè di sorteggiare i 435 rappresentanti. Da notare che entrambi propongono un sistema ibrido, dove di fronte a un Senato elettivo andrebbe creata una Camera di cittadini sorteggiati. Parimenti nel Regno Unito è stato ipotizzato di sostituire la Camera dei Lord, ereditaria, con la “Camera dei Pari” composta da cittadini sorteggiati. Hubertus Buchstein, professore d’università tedesco, propugna invece per una Camera supplementare a livello sovranazionale, per colmare il deficit democratico in Europa. La libertà è una cosa che s’impara (Toqueville). Il cittadino deve essere messo in grado di coltivare la politica (Wolin).

La democrazia è come l’argilla, una materia da modellare secondo le epoche, è il pensiero cardine dell’autore del libro Contro le elezioni, David van Reybrouck.

Il quale però poco si sofferma sull’affastellarsi di trattati internazionali che sovrastano gli Stati, sempre meno sovrani, e poco analizza il pullulare di micro gruppi, associazioni, movimenti, che sporadicamente si coagulano in azioni mirate, ma assai di rado riescono ad agire in maniera continuativa. E ancor meno s’interroga sull’incalzare della ricerca scientifica, e sull’innovazione che sempre più condiziona il cittadino.

Fior fiori di scienziati sono impegnati nel comprendere ed imitare i processi della natura. E’ una rincorsa frenetica tra élite e il resto del mondo. La massima ambizione dei burattinai è quella di disporre di macchine pensanti per accrescere potere e fortune. Ma robot ed umani imparando ciascuno dai propri errori, progrediranno di pari passo nelle loro specifiche capacità, e saranno altrettanto incerti nello sciogliere i nodi della politica? Quanti hanno davvero il sentore che i margini di manovra si stanno progressivamente assottigliando?

AF

 

Il mondo è piccolo come un’arancia, Roberto Cingolani, il Saggiatore

Contro le elezioni: Perché votare non è più democratico, David van Reybrouck, Feltrinelli

 

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