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2019 e Tecnologia: l’anno delle domande!

2019 e Tecnologia: l’anno delle domande!

24 Agosto 2018 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Tutti usano la tecnologia e molti ne parlano. Non è detto però che la conoscano o siano consapevoli dei suoi effetti sulla vita delle singole persone, della società e delle sue possibili evoluzioni. Il 2018 ha fatto emergere tutta una serie di problematiche. Il 2019 potrebbe essere l’anno giusto per cominciare a porsi utili domande. E come si sa, le domande sono spesso più difficili delle risposte!

Il 2018 tecnologico

Il 2018 ha visto emergere alcune potenziali debolezze e vulnerabilità delle tecnologie e delle loro piattaforme gettando i germi per ulteriori potenziali allarmi ma soprattutto per una maggiore presa di tecno-consapevolezza. False notizie e uso dei social a scopo politico e di manipolazione, problemi crescenti per la sicurezza dei dati personali e la privacy (a rischio in particolare per l’uso che ne fanno le multinazionali dei Big Data e i loro clienti), uso improprio e prepotente del potere di pochi produttori mondiali (i Signori del Silicio di Eugeny Morozov) che posseggono piattaforme, elaborano algoritmi e generano Big Data.

Tutto ciò non ha scatenato alcuna rivoluzione al contrario (rispetto a quelle di cui continuamente parliamo), nel modo con cui la maggioranza dei consumatori-cittadini utilizzano la tecnologia. Ha però inoculato in molti il dubbio capace di portare a una riflessione critica su quanto sta accadendo. Un modo per sviluppare questa riflessione passa attraverso il porsi delle semplici, e non necessariamente ovvie, domande e interrogativi.

Lo aveva fatto in modo più approfondito anche Heidegger nel suo libro Die Frage nach der Technik nel quale discettava sull’essenza della tecnologia come forza separata dalla società e capace di dare forma a una seconda natura, con l’obiettivo di contribuire a una relazione futura più libera con essa. Oggi tutti possono farlo, anche senza aver letto Heidegger o altri autori che in passato (Ellul, Habermas, ecc.) e oggi propongono riflessioni approfondite su ciò che la tecnologia ci sta facendo: Kevin Kelly, Jaron Lanier, Eugeny Morozov, Byung-Chul Han, Douglas Roushkoff, Sherry Turkle, Nicholas Carr e molti altri.

La riflessione necessaria e le domande da porsi nel 2019

Non tutti sono necessariamente pronti a fare questo passo, molti altri non ne vedono alcuna utilità (troppo abituati alle risposte dei motori di ricerca e alle news di Facebook), solo pochi hanno compreso quanto sia importante cominciare a riflettere su alcuni fenomeni che stanno cambiando la realtà individuale della vita di molte persone e generando nuove patologie sociali.

Riflettere significa prendere atto che la tecnologia è diventata il medium per eccellenza della vita di ogni giorno nella società moderna, che ogni sua evoluzione si riverbera in cambiamenti e trasformazioni che interessano vari ambiti e livelli, economici, politici, culturali e religiosi determinando conseguenze la cui comprensione passa attraverso la conoscenza critica della tecnologia.

Riflettere significa comprendere che si è immersi in una narrazione tutta (troppo) centrata sulla bontà delle tecnologie e sulle abilità (potenza) di chi le produce (il successo dell’inaugurazione dell’Apple Store di Milano ne è la testimonianza tangibile). Una situazione simile a quella della politica italiana attuale nella quale la narrazione populista riesce a tenere incatenata l’attenzione di milioni di persone su un tema grande ma non prioritario come quello della migrazioni, facendo dimenticare altri temi come il lavoro, l’economia, le infrastrutture, i diritti civili, i beni comuni, ecc.

Aprirsi a questa riflessione non significa mettere in discussione il valore e l’importanza della tecnologia corrente (non solo informatica ma anche ad esempio quella in ambito biologico, chimico, della mobilità, ecc.) ma analizzare i fenomeni che la caratterizzano. Alcuni di questi fenomeni stanno già oggi avendo un impatto forte su milioni di persone. Non ci si fa caso fin quando interessano gli altri, soprattutto si fa fatica a collegarli a eventi destinati a emergere, affermarsi e determinare scenari e panorami futuri.

Su cosa interrogarsi

Per dare un nome e cercare i significati di questi fenomeni, parliamo ad esempio di disruption, di automazione e robotizzazione, di intelligenza artificiale, di pervasività del mezzo digitale, del commercio elettronico online e dei vari servizi derivanti da piattaforme digitali, della cieca fiducia sulla razionalità ed efficienza della tecnologia che porta i più ad abbandonarsi ad essa e del ruolo che i suoi prodotti hanno assunto nella vita di moltissime persone. La scarsa conoscenza di questi fenomeni indica da un lato la grande ignoranza che molti hanno sulla tecnologia e dall’altro l’estrema urgenza che impariamo a conoscerla e a studiarla come se fosse una seconda natura, tentando di liberarci al tempo stesso della sottomissione con cui viviamo la relazione con essa e del feticismo con cui rivestiamo i suoi prodotti e piattaforme.

Per comprenderne i significati è sufficiente pensare al ruolo che ha avuto lo smartphone nel determinare la morte e la sostituzione di attività, modelli di business, aziende e competenze. Lo smartphone non ha semplicemente reso inutili le linee telefoniche via cavo, sostituito le macchine fotografiche e fatto prevalere i media digitali su quelli tradizionali. La pervasività dello smartphone sta determinando la crisi di interi settori e ambiti economici, commerciali e lavorativi come la fotografia (a Milano sono spariti i negozi di fotografia), le edicole (chi frequenta la stazione centrale di Milano da tempo avrà vissuto la sparizione di edicole, baracchini e chioschi che vendevano riviste e giornali, ecc.) e il retail (negozi, piccole catene di punti vendita e ora anche quelle medie e grandi) che ha visto la crisi di catene legate al consumo elettronico come Trony, Mediaworld, ecc. Tutti questi fenomeni avvengono e stanno accelerando mettendo a rischio il lavoro e le attività di molte persone e aziende mentre continua a crescere il fatturato, il profitto e il potere di pochi grandi aziende, non a caso di quelle che possiedono piattaforme tecnologiche con le quali hanno imposto i loro modelli di business, condizionato comportamenti e fatto emergere nuovi stili di vita.

Tra queste realtà aziendali, che hanno dimostrato una capacità di crescita mai vista nel passato, per comprendere la necessità di una riflessione ci sono piattaforme come Uber, AirBnB, Apple, Facebook, Google, Amazon, Microsoft, e poche altre. Riflettere su Uber non significa più valutare la sua proposizione come utile offerta competitiva capace di introdurre maggiori opportunità in un mercato da sempre controllato e protetto dalle lobby di chi lo gestisce. Significa anche prendere atto che la crescita di Uber è avvenuta così rapidamente e fuori da ogni controllo da avere prodotto conseguenze imprevedibili che oggi richiedono interventi politici e sociali. Ad esempio la proliferazione di tassisti Uber in alcune città americane ha fatto crescere il traffico cittadino e alimentato i rischi di congestione. Al tempo stesso un servizio e modello di business che prometteva maggiori opportunità di guadagno oggi sta producendo un abbassamento generalizzato del reddito di molte migliaia di operatori e tassisti. Una riflessione simile vale per AirBnB, inizialmente un servizio potente e sorprendente per la sua capacità di offrire opportunità di guadagno a tutti coloro in possesso di un’abitazione da affittare, oggi dominato e in mano sempre più a grandi catene che operano nel mercato dell’ospitalità, a società immobiliare in possesso di migliaia appartamenti sfitti e di molti speculatori che con le loro azioni stanno producendo rialzi di prezzi e turbando il mercato, in particolare nelle città più gettonate.

La riflessione che coinvolge Apple, vale anche per altri produttori di smartphone e tablet e dovrebbe focalizzarsi sul ruolo che il display sta avendo nel determinare non soltanto nuovi modi di interagire con la realtà, ma anche nuove forme di dipendenze con effetti e conseguenze che stanno preoccupando psicologi, insegnanti e soprattutto genitori. Infine la riflessione su Facebook dovrebbe suggerire di focalizzare l’attenzione sui suoi modelli di business e funzionali che così bene si prestano a abusi, manipolazioni e distorsioni della realtà con effetti importanti sulla vita delle singole persone (bullismo, sexting, stalking, ecc.) ma anche della libertà e della privacy del cittadino così come della politica e della democrazia.

Gli interventi dall'alto non bastano

Tutti i fenomeni fin qui descritti hanno prodotto reazioni in tutto il mondo che hanno portato a nuove legislazioni (vedi il GDPR europeo), a interventi per regolamentare, vietare o limitare l’uso di alcune piattaforme tecnologiche in alcuni ambiti lavorativi, a scelte politiche pensate per impedire l’affermarsi di sistemi autoritari, populisti e autocratici (operazione fallita in più parti del mondo se si considerano la Brexit, l’elezione di Trump e la vittoria dei partiti populisti in Italia).

Queste iniziative dall’alto però non sono sufficienti. E’ necessario che tutti comincino a porsi delle domande, a interrogarsi confrontando le opportunità, i benefici e i vantaggi ottenuti dalla tecnologia con i suoi effetti, in particolare quelli che si manifestano in profondità e sul medio-lungo termine. Il 2019 potrebbe essere l’anno giusto per porsi e porre queste domande, a sé stessi privatamente, pubblicamente, politicamente, ecc. Le domande che servono sono quelle che aiutano a comprendere non tanto i vantaggi o gli svantaggi economici (ad esempio le numerose piattaforme per la distribuzione di merci come Deliveroo e altre hanno offerto una  possibilità di guadagno a molti disoccupati, giovani, migranti e extracomunitari, ecc.) quanto le conseguenze sociali dell’affermarsi della cosiddetta economia dei lavoretti (GIG economy), sulla lenta sparizione dei servizi pubblici come quelli sanitari,  sui vari diritti acquisiti negli anni come quello alla casa, ecc.

Tutti devono reimparare a porsi delle domande

Porsi delle domande potrebbe servire a rilevare quando siamo diventati dipendenti, sudditi e sottomessi alle tecnologie che usiamo. Riconoscere la posizione subordinata ci permetterebbe di chiedere maggior spazio e un ruolo diverso nell’intera filiera di produzione delle nuove tecnologie, dal design alla vendita al consumo con l’obiettivo di difendere i valori e l’essenza di una vita umana di qualità, dell’ambiente e della società.

Queste e altre domande che ci si potrebbe porre servirebbero anche a determinare un utilizzo diverso dei molti dispositivi tecnologici in possesso, a passare meno tempo appiccicati a un display, a recuperare forme di attenzione e pratiche diverse da quelle alle quali la tecnologia si ha abituato, a riscoprire la bellezza della relazione fisica e delle conversazioni faccia a faccia. Molte delle domande che sorgeranno non otterranno risposte facili ed esaustive ma il solo fatto di essere state elaborate e poste rappresenterà un bel passo in avanti rispetto alle abitudini che si sono affermate negli ultimi anni tecnologici. Guardando al 2018 poi si potrà comprendere quanto esso sia stato l’anno di rottura e di passaggio verso una relazione con la tecnologia più critica, cinica, scettica e tecno-consapevole.

 

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