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Internet e new Media: un forte bisogno di Utopia per immaginare il futuro

Internet e new Media: un forte bisogno di Utopia per immaginare il futuro

25 Settembre 2013 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Per i più l’utopia è qualcosa che non esiste o non è facile da realizzare. In realtà essa ha molte facce e molti significati. Anche quando l’utopia ha preso le sembianze di Internet e dei mondi virtuali e liberi da essa prefigurati. Google, Facebook, Apple sembrano oggi un’utopia realizzata. In realtà sono solo una delle due rappresentazioni dicotomiche con cui si guarda all’utopia (Cyber-Utopia) di Internet . E non tutti sembrano condividerla. Anzi forse non bisogna farlo!

Il bisogno umano di utopie ricorrenti

E' soprattutto in periodi di crisi come questi che l'uomo va alla ricerca di nuove utopie, luoghi senza luogo, un altrove diverso da quello che viviamo, senza spazio e senza tempo ( atemporale e aspaziale) nel quale poter immaginare (sognare) di realizzare un sogno, un progetto una idea folle, una utopia (etopia) ...appunto!

La ricerca di mondi utopici è sempre esistita ( le colonne d'Ercole e il mondo al di là del mondo greco, l'Atlantide dispersa menzionata da Platone, la caccia al vello d'oro, il Valhalla, ecc.) ma si è concretizzata in pensiero speculativo a partire dal cinquecento, prima con riflessioni sulle tre dimensioni apaziali dell'universo consociute, poi su quella temporale (Newton e Einstein) e infine a quella digitale e degli universi virtuali e paralleli ( molto simili ai mondi dei quanti della nuova fisica).

“If you dream alone, it’s just a dream. If you dream together, it’s reality.” – da una canzone folk Brasiliana

Grazie ad internet e ai suoi strumenti tecnologici, che hanno fatto evolvere l'universo digitale, abbiamo potuto elaborare nuovi progetti utopici (cyber-utopie o utopie virtuali) e sperimentare nuove forme di ricerca dei loro non luoghi e delle nuove regole che li rendono possibili.

Con l'eliminazione delle barriere geografiche e temporali, Internet ci ha avvicinato al regno dell'utopia permettendoci di realizzarne alcune ( biblioteca universale, comunicazione globale grazie alle traduzioni e ai vocabolari di Google Tranlate e soluzioni simili) ma anche di dare forma a nuovi pericoli e a situazioni equivoche e dense di conseguenze negative per il nostro futuro di esseri umani.

Non tutti però condividono l'idea che l'utopia di Internet si sia trasformata in una realtà (etopia). Alcuni pensano che se lo fosse andrebbe comunque superata con la ricerca di nuove utopie. Per altri invece è sempre più forte la necessità di una riflessione sul perchè questa utopia si sia tramutata in qualcosa di diverso da quanto è stato sognato e perseguito per anni e sui passi da fare per mantenerla viva come possibile destinazione futura e percorso ancora da completare. Un percorso che non permette cedimenti al pensiero unico dilagante, anche in Internet, e che suggerisce molta immaginazione guidata da molte letture e altrettanta conoscenza.

Il mondo non è come appare. Anche la realtà digitale è pura rappresentazione e interpretazione. Internet e i mondi (non-luoghi) digitali che lo abitano non sono perfetti, sono ricchi di conflitti e problematicità ma al tempo stesso sono pieni di opportunità e potenzialità. Le nuove utopie nascono dalla volonta di volerle sperimentare e realizzare mettendosi in gioco e immaginando che altri mondi siano possibili.

Nè più nè meno che nella realtà degli universi spaziali e temporali che già conosciamo!

Fonte: Cyber Wanderlust

Utopie e utopisti di Internet

Alcuni anni fa, molto prima che apparisse il tablet e prima ancora dell’iPhone,  alla domanda su cosa fosse l’utopia, Derrick de Kerckove rispondeva: “ L’utopia è a portata di mano, è una sorta di palmtop universale, con un sistema operativo che funziona, in collegamento costante e senza fili con la mia posta elettronica, capace di darmi le informazioni che mi interessano, capace anche di collegare in tempo reale il mio pensiero connettivo con quello dei miei collaboratori e di farlo senza limiti di frontiere e di tempo” ( Utopia, De quelques utopies à l’aube du 3° millenaire – Syllepse 2001 France ).

Oggi il dispositivo universale sembra avere preso forma nell’iPad di Apple e nei suoi numerosi ‘fratelli e fratellastri’, Google e Internet ci permettono di vivere costantemente nel presente (everything is NOW) alla velocità della luce e Facebook ci da l’illusione che il pensiero connettivo ( collettivo per Pierre Levy) sia ormai una realtà.

 

 

Internet è stato da sempre il regno dell’utopia e lo spazio vitale per numerosi utopisti (Andrew Keen, Clay Shirky, Ray Kurwei, Pierre Levy, Derrick de Kerckove, Kavin Kelly, Evgeny Morozov, Ethan Zuckerman, Howard Rheingold, Geert Lovink, ecc. ) che negli spazi virtuali della rete hanno intravisto la possibilità di realizzare nuove realtà parallele. Internet è diventato lo strumento per dare forma ad una terza dimensione, denominata cyberspazio (spazio virtuale, senza luogo perché non legato ad una entità fisica che occupi spazio) che si è venuta affiancando agli altri due spazi, fisico e mentale, di esperienza umana.

Il cybersapzio, grazie alla comunicazione digitale elettronica,  ha trasformato la globalizzazione da economica a psicologica e cognitiva,  dando luogo ad una riorganizzazione immateriale e ad una  ri-modellizzazione dei territori abitati dall’uomo senza più il condizionamento e la resistenza del materiale e della fisicità. Internet con i suoi spazi virtuali è diventata lo spazio dei desideri da realizzare e della creatività artistica e imprenditoriale, un campo di esplorazione perenne, una estensione della psiche dei suoi abitanti e lo spazio immaginario per una coabitazione sociale migliore di quella vissuta nella realtà di tutti i giorni.

Essere utopisti non significa necessariamente desiderare o lavorare per mondi migliori. Tutti gli obiettivi utopici sono buoni, è sbagliato però assumere che essi siano inevitabili e perseguirli in modo naive. L'utopia di internet non deve essere vista come una previsione di mondi futuri e possibili ma come una profezia da avverare con il proprio coinvolgimento e impegno.

Non si tratta di fare previsioni e attendere che si avverino ma di operare in modo virtuoso e mantenendo la barra diritta verso l'obiettivo utopico da realizzare. In questo senso Internet è già una utopia realizzata. Grazie alle sue tecnologie infatti il mondo sociale è oggi migliore, più interconnesso, più aperto alla comprensione reciproca, alla maggiore collaborazione e alla condivisione di conoscenze, alla cooperazione. In una parola il cambiamento sociale introdotto dalle nuove tecnologie è buono ed ha offerto nuove opportunità ad un nuemro più elevato di persone e in tutti i luoghi della terra ( progetto MIT-Etiopia e tablet per auto-apprendmento).

 

Una riflessione è oggi necessaria

Se per molti,  Internet è l’eu-topia ( un luogo del benessere e di felicità)  realizzata, per alcuni è una realtà che oggi obbliga a nuove e più approfondite riflessioni.

La riflessione è diventata necessaria perché, alla visione dell’utopia Internet ottimistica, si sta oggi sostituendo, almeno nel pensiero di molti studiosi, quella negativa. Una visione questa, dettata dalla sempre maggiore privatizzazione degli spazi che passa principalmente attraverso il ruolo che giocano, all’insaputa di molti utenti e cittadini della rete, società private come Google, Facebook, Apple e altre ancora.

Slavoj Zizek, il filosofo vivente oggi forse più importante,  parlando del web ha notato come: “ Tutto è oggi accessibile, ma sempre (only) come informazione mediata attraverso un’azienda che possiede tutto, software, hardware, contenuti e computer.  Coloro che possiedono i cancelli d’ingresso, possono filtrare i servizi e il software che propongono in modo da dare alla parola ‘universalità’ un significato particolare e dipendente dagli interessi commerciali ed ideologici ad essi associati.” Su questa visione si sono oggi posizionati anche altri pensatori come Lehmann, Baluja, e Eli Pariser ( Il Filtro – Edizioni Il Saggiatore - vedi articolo su SoloTablet: Google non è più uguale per tutti e fa filtro. Fra un pò farà anche la ricerca...).

Google e Facebook sono sempre più concentrati sulla personalizzazione ( ad esempio in Google i risultati delle ricerche sono calibrati sulla percezione del profilo dell’utente che usa il motore di ricerca) delle informazioni offerte in modo da poter sfruttare al meglio le proposte commerciali e pubblicitarie su cui si basa il loro modello di business. Non è un caso che Mark Zuckerberg abbia sostenuto che “Uno scoiattolo che sta morendo di fronte alla vostra casa possa essere una notizia più rilevante di centinaia di persone che stanno morendo per la fame in Africa”. Meglio cioè giocare allo scambio di messaggini su Facebook che prendere tempo per una riflessione che esuli dal mezzo tecnologico o che lo usi in modo diverso. Un uso diverso sarebbe molto più produttivo per l'utente ma molto meno remunerativo per Facebook!

Con Internet sempre più dominato da poche aziende,  è utile riflettere su quali siano i valori che sottendono le loro strategie e processi decisionali. Non tutti concordano sulla rilevanza dei rischi attuali perché ritengono che Internet abbia in sé tutti gli anticorpi utili ad assicurare il continuo progresso verso l’utopia del cyberspazio.

"Apres le desenchantement, on a besoin de croire e d'esperer encore. Depuis que le mythe est mort, que par la suite les croyances se sont effilochèes, les utopies comme on on fabrique des machines; les unes et les autres s'usent vite" - Fernand Dumont

Alcuni studiosi come Chris Lehman invece sottolinano l’urgenza di una riflessione critica su un cyberspazio sempre più commerciale e privatizzato. L’urgenza nasce dagli effetti cognitivi prodotti dalla diffusione dei media sociali. Twitter, Facebook, Youtube, ecc. stanno producendo un surplus cognitivo non necessario e colonizzando la sfera sociale facendo sparire le differenze tra pubblico e privato, tra produzione professionale e amatoriale, tra proprietà intellettuale e condivisione volontaria di contenuti.

Per capire ciò che sta succedendo bisogna scavare in profondità ed elaborare pensiero critico utile a valutare la differenza tra l’uso della rete per la produzione di valore sociale e quello per giocare e godersi film pornografici, tra un uso che privilegia compassione e creatività ed uno che promuove manicheismi e integralismi vari.

Internet rispecchia oggi la composizione sociale e di classe delle nostre società. A tutti è data la possibilità di sognare le proprie utopie ma pochi hanno le risorse cognitive per concretizzarle. Ai più l'utopia è servita come profezia e come prodotto già confezionato, edulcorato e ben descritto. A farlo sono Facebook e Google, l'iPhone di Apple e il Galaxy di Samsung. Sono utopie ristrette a confini delimitati da bisogni commerciali e modellli di business contingenti che svuotano lo scopo e il fine del percorso da compiere per realizzarle. Sono utopie che qualcuno cerca costantemente di trasformare in miti con l'obiettivo di allontanarci dalla realtà tumultuosa e rivoluzionaria che stiamo vivendo, timoroso come è che si possano profetizzare utopie diverse, più ricche di pathos e di libertà, di socialità e riflessione critica, di scambio di conoscenze basato sulla conoscenza, di democrazia e partecipazione.

 

Fonte: www.foreignpolicy.com

Alcune riflessioni conclusive

Criticare l’evoluzione attuale di Internet rischia di porre chi lo fa in cattiva luce. In una realtà in cui prevale il pensiero unico, anche la critica alla Internet personalizzata e commercializzata di Google e Facebook può essere vista come la solita posizione sinistrorsa della rete libera o come il risultato di una incapacità a comprendere la rivoluzione tecnologica in corso. A questa critica è facile reagire affermando che la tecnologia è sempre più una ‘scatola nera’ impenetrabile ai più e che l’utopia non è mai morta. Autori come Pierre Levy hanno ben descritto la buona utopia di Interenet intesa come maggiore libertà individuale e collettiva, maggiore comunicazione e interdipendenza ma oggi altri autori comeTrebor Scholz, Miriam Cherry, e Jonathan Zittrain suggeriscono di esplorare  a fondo il cambiamento regressivo del cyberspazio odierno per far emergere i molti  timori qui sopra esposti.

Il timore più grande è quello legato alla privacy delle persone ed alla sua costante violazione da parte di società come Google, Facebook, Microsoft, ecc.. Una novella di Shumeet Baluja, uno scienziato americano, illustra molto bene cosa è oggi possibile fare grazie alla centralizzazione dei dati personali nella Silicon Valley. I rischi che corriamo non possono non farci riflettere sui compromessi a cui siamo oggi obbligati per abbeverarci alla cornucopia di Internet e dei suoi social media.

Meglio esserne coscienti e acquisire maggiori conoscenze e informazioni.

L'utopia nella sua duplice veste di eu-topia (luogo di felicità) e u-topia (non luogo, un altrove da realizzare) non è morta ed è anzi motore potente di ogni cambiamento. I tempi che viviamo sono, in molti aspetti a nostra insaputa, rivoluzionari e come in ogni rivoluzione aumentano le opportunità di dare forma a nuovi sogni, profexie e utopie. Le nuove utopie non saranno più solo fisiche ( finito è il tempo delle Città di Campanella o dei falansteri di Fourier) ma soprattutto cognitive e virtuali, più fluide e dinamiche, reticolari e orizzontali (meno gerarchiche). più automatizzate e universali.

In tutto questo bisogna però anche essere coscienti che in Medio Oriente, Twitter e Facebook non hanno fatto alcuna rivoluzione. A farla sono state le persone e le loro pratiche politiche e rivoluzinarie finalizzate al cambimaneto e al miglioramento delle condizioni reali di vita individuale e sociale. Internet, i social media e le nuove tecnologie sono state lo strumento abilitante, posto al servizio di finalità positive e che hanno a lovo volta contribuito e condizionato l'unica vera utopia, il perseguimento della sua attualizzazione che non richiede un sua necessaria concretizzazione. Operare questo tipo di riflessione permette anche di uscire fuori da una visione centrata sulla tecnologia dell'informazione e di tenere conto dei numerosi altri mondi complessi da noi abitati ed esplorati ogni giorno.

 

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