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La sorveglianza tecnologica non dorme mai

La sorveglianza tecnologica non dorme mai

27 Agosto 2015 Carlo Mazzucchelli
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Secondo i filosofi Arthur e Marilouise Kroker la sorveglianza non dorme mai perché vive continuamente dei dati che robot e algoritmi tecnologici, disegnati per non dimenticare nulla e archiviare tutto, continuano a raccogliere su ognuno di noi. Lo sostengono in un loro ebook disponibile online.

Sicurezza e privacy personali, sorveglianza, controllo e libertà individuali sono tutti concetti e temi ampiamente dibattuti in rete da quanti elaborano una loro riflessione critica sulle evoluzioni tecnologiche della nostra società e sull’uso che di esse viene fatto da entità provate così come da istituzioni e organismi pubblici.

La riflessione condotta da Arthur e Marilouise Kroker ha il merito di essere ampia, approfondita e di fornire informazioni non facilmente reperibili in rete a un comune cittadino che continui a mantenere viva la volontà di difendere la sua privacy e la sua libertà di cittadino, sia nella vita reale sia online.

Il punto di partenza è la pervasività della tecnologia e il ruolo che gli algoritmi digitali hanno assunto nell’agire da strumenti di raccolta, classificazione, organizzazione e archiviazione dei dati. Sono algoritmi che operano grazie a sensori che monitorano tutto ciò che facciamo, le parole che usiamo, i luoghi che frequentiamo, le preferenze che ci caratterizzano, le bugie e le verità che raccontiamo, le amicizie che coltiviamo, le transazioni che attiviamo e le idee che esprimiamo.

 

 

La sorveglianza si manifesta oggi prevalentemente in tre forme diverse: online, nelle strade e attraverso i dispositivi mobili.

Sensori, videocamere e algoritmi non dormono mai, sono diventati mobili, sono collegati tra di loro e capaci di ricombinarsi a formare nuove entità di sorveglianza e monitoraggio e stanno diventando sempre più bravi nell’osservare le nostre vite digitali. Gli algoritmi online in particolare sono diventati strumento di sorveglianza e controllo preferito da parte delle polizie e degli organismi di difesa e contrsato del crimine di tutto il mondo. Questi algoritmi servono a monitorare in tempo reale transazioni finanziarie, a prendere rapide decisioni o effettuare ulteriori investigazioni, per monitorare le violazioni di diritti civili, per spionaggio economico allo scopo di difendere interessi nazionali. Servono però anche per fotografare e memorizzare abitudini e preferenze dei singoli individui e per archiviare infinità di dati utili a profilare ogni singola azione o persona e a produrre conoscenze utili per utilizzi futuri.

Ciò che il caso NSA (National Security agency) e soprattutto Snowden hanno evidenziato è quanto sia potente e estesa la sorveglianza mondiale. Per fornire una idea il testo dei Kroker descrive in dettaglio il data center della NSA nello stato mormone dello Utah, le sue meraviglie architettoniche (edifici come torri di Babele e labirinti), le tecnologie impiegate per raccogliere segnali e dati da tutto il mondo (decine di migliaia di server, sistemi di raffreddamento, router, algoritmi intelligenti, ecc.), e la sua organizzazione preposta a intercettare, decifrare, analizzare e archiviare zettabytes di dati. L’edificio della NSA può servire a descrivere il futuro digitale che ci aspetta, un futuro nel quale intelligenze future potrebbero decrittare e conoscere la vita di milioni di indivdui così come di intere società nazionali, di repubbliche e democrazie, di regimi dispotici e imperi o califfati. Il tutto grazie ai Big Data e agli algoritmi usati per riempirli.

La sorveglianza odierna è tanto più invasiva quanto più diffusa è la pratica della vita digitale e online, un dominio nel quale non sembrano valere le regole per la difesa della privacy personale e che si presta perfettamente alla ricerca e alla scoperta dei lati oscuri, protetti, segreti e sconosciuti di ogni individuo. Ciò che interessa al sistema globale di sorveglianza tecnologica, ma anche alle grandi Marche e alle multinazionali della Grande distribuzione, non sono tanto informazioni demografiche quanto prismatiche e capaci di comunicare e far emergere informazioni sui comportamenti, le propensioni, le tendenze, le pulsioni, i sentimenti, le idee politiche, ecc.

 

 

La sorveglianza diffusa non è solo quella pubblica e governativa. L’evoluzione tecnologica da tempo ha messo a disposizione a centri commerciali e punti vendita strumenti potenti per profilare e catturare i dati personali dei consumatori. Strumenti capaci di associare i dati raccolti a parametri biometrici e ad assegnare a ogni profilo una faccia (face recognition). La soluzione può servire a identificare per tempo potenziali criminali, terroristi o semplici borseggiatori ma permette anche una schedatura di massa e la costruzione di archivi globali nei quali ogni consumatore e cittadino può trovare dimora nella sua veste digitale.

Nulla di grave se fosse certo e garantito il diritto alla privacy e se questo diritto non fosse violato ogni giorno come testimoniato dalle numerose chiamate dai call center e da iniziative marketing personalizzate. Molto grave invece l’assenza di una adeguata legislazione che definisca diritti e doveri di chi possiede questi profili digitali e può usarli a lungo nel tempo, senza chiedere il permesso di farlo ai loro legittimi proprietari o senza permettere loro di modificare i permessi originariamente concessi per scopi determinati e adeguatamente comunicati. Il rischio è la convivenza di due profili con due facce, una fisica e biologica, l’altra digitale, decostruita e codificata in bit, con due vite potenzialmente differenziate anche se entrambi ben sorvegliate.

 

 

La sorveglianza di massa farà un ulteriore passo in avanti con la diffusione delle tecnologie indossabili e grazie ai numerosi sensori, in un futuro prossimo alimentati con energia solare, a microprocessori o mini-computer RFID e NFC che le caratterizzeranno. Semplici cerotti, tatuaggi o microcircuiti sottopelle saranno in grado di raccogliere nuovi dati, anche sensibili, e arricchire le banche dati dei sistemi di sorveglianza , completare i profili individuali in esse raccolti e permettere una sorveglianza anche dei corpi delle persone. Grazie alle molteplici informazioni mediche e sulla salute dell’individuo sorvegliato. A quel punto la sorveglianza da esterna diventerà interna, integrata con il corpo biologico, fusa chimicamente con i suoi elementi vitali, liquidi e molto umani

I tecnofili e futuristi entusiasti saranno pronti a decantare le novità (non più sorveglianza ma co-sorveglianza, sorveglianza collaborativa) come sintomatiche del passaggio ad una nuova generazione umana fatta da corpi intelligenti (smart-bodies-machine-to-body-communications), ibridi e leggibili da scanner, videocamere, monitor e algoritmi robotizzati. I tecnocritici condividono la consapevolezza sull’evoluzione in corso ma suggeriscono di interrogarsi su cosa rimarrà a quel punto della privacy individuale (località, stato d’animo, battiti cardiaci, ecc.) e quali contorni assumerà il futuro stato di sicurezza nazionale e sovranazionale. Già oggi la tecnologia è usata per collaborazioni di sorveglianza tra stai come nel caso di Five Eyes, un progetto che vede impegnati inieme Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda.

Una riflessione critica porterebbe anche ad una analisi attenta della storia e di come si siano sviluppati sistemi dispotici e tendenti al militarismo che hanno finito per mettere in crisi la democrazia e la libertà delle persone. Oggi il rischio viaggia nella società reale ma ancor più in quella cyber e digitale. Il meme positivo di Internet è proliferato a partire dagli inizi degli anni 90 evocando utopie che hanno fatto sognare milioni di persone ma che possono diventare distopie dalle quali potrebbe essere impossibile scappare. L’attacco delle torri gemelle di New York ha cambiato il mondo e trasformato anche la Rete in luogo di sorveglianza diffusa. La rivoluzione degli anni 90 è diventata la contro-rivoluzione degli anni 2000, oggi ancora dominante e sposata anche per fini commerciali. E il bello deve ancora arrivare.

 

Fonte: www.zengardner.com

 

Quello che stiamo sperimentando tutti oggi è da un lato le innumerevoli opportunità emancipatorie e di libertà della Rete e dall’altro il tentativo delle istituzioni di metterla sotto controllo e di farlo con mezzi e tempi che indicano la paura di averne perso il controllo e l’urgenza di aumentare i sistemi di sorveglianza per riportarlo saldamente nelle mani giuste. Secondo gli autori dell’e-book i mezzi usati sono tanti, tutti usati in modo cinico, poco etico e autoritario e tutti finalizzati ad usare le nuove tecnologie per un controllo telemetrico e biometrico degli individui.

Se questa è la destinazione finale, il primo interrogativo da porsi è su come e quanto in fretta un mondo tecnologico fatto di libertà, utopie, reti sociali e comunicazione si sia trasformato in distopie sistemi di sorveglianza statale, spazi sociali privati mediati tecnologicamente e usati per promuovere comportamenti e stili di vita consumistici e per attuare una sorveglianza diversa e forse ancora più invasiva nella vita privata delle persone. Sia perle finalità che la guidano sia perché i dati raccolti sono in genere condivisi anche con entità pubbliche e governative preposte alla sorveglianza e al controllo.

Fortunatamente per tutti molte pratiche di sorveglianza attuali sono ancora semplici sperimentazioni, come se chi le vorrebbe applicare sia consapevole della vischiosità e complessità del mondo digitale. Le potenzialità sono percepite in modo chiaro ma la conoscenza dei meccanismi della Rete rimane limitata e incerta in relazione ai linguaggi da usare, agli spazi da frequentare, ai contagi possibili da evitare, all’emergere di fenomeni improvvisi e non controllabili. Le primavere arabe sono sfuggite al controllo e non sono state anticipate dai numerosi sistemi di sorveglianza in campo e il recupero del controllo ha richiesto tempo e l’aggiornamento di tecnologie e metodologie. Una sperimentazione che servirà per il futuro ma forse solo fino al prossimo fenomeno sociale o politico che sfrutterà le potenzialità della rete in modi ancora più potenti e innovativi.

Le sperimentazioni no sono solo quelle che avvengono a traino di fatti reali ma anche quelle che ad esempio hanno portato a inoculare in comunità selezionate (700.000 utenti) dei social network contenuti emozionali capaci di provocare reazioni psichiche/psicologiche (stati di depressione e felicità) per misurarne gli effetti e verificare strategie per alterarle o condizionarle. In un’altra sperimentazione sono state monitorati per due settimane i metadati sull’uso della rete generati dalle connessioni Wi-Fi di un aeroporto canadese. In entrambi i casi tutto è stato fatto pensando al contenuto creativo e innovativo degli esperimenti e meno al diritto di privacy delle persone e al loro diritto a essere informati di essere stati scelti come cavie di un esperimento.


Per ulteriori approfondimenti consiglio la lettura del testo di Arthur e Marilouise Kroker .

 

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