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Vite degne di essere vissute. Note sulla prospettiva «post-umana»

Vite degne di essere vissute. Note sulla prospettiva «post-umana»

01 Marzo 2021 Biblioteca Filosofica Firenze
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Il concetto paradigmatico di “post–umano”, se liberato da ogni sovradeterminazione ideologica, fa riflettere sulla complessità delle nuove forme di umanizzazione. Non si tratta di esorcizzare un concetto che sembra mettere in discussione la nostra essenzialità umana, ma di interrogarsi innanzitutto sulla sua consistenza ontologica.

Un contributo di Gaspare Polizzi, docente di Pedagogia Generale e Sociale all'Università di Pisa, membro dell'Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze, membro del Consiglio Direttivo Nazionale della SFI


Nello spettacolo-verità di Marco Paolini Ausmerzen. Vite umane indegne di essere vissute la vicenda della diffusione di pratiche eugenetiche si intreccia con la determinazione nazista allo sterminio di tutti coloro che furono sottoposti a procedure di emarginazione (prima i disabili, i malati mentali, gli alcolizzati, gli omosessuali, poi i rom e gli ebrei). Che l’eugenetica, a partire da sir Francis Galton, stringesse legami “parentali” con l’evoluzionismo scientifico di Charles Darwin e poi con la genetica del ‘900, non è un’affermazione ipotetica: selezione artificiale e naturale possono procedere insieme, soprattutto quando si comprende come applicare a livello genotipico criteri di manipolazione e di selezione che permettono di progettare e di generare fenotipi, organismi animali complessi, e poi anche esseri umani. Lascio qui da parte il motivo della denuncia storicamente documentata della razionale volontà politica dello sterminio che nel nazismo arrivò a congiungere gli “indegni” e gli ebrei, operando su vasta scala.

Al fondo permane un interrogativo ontologico che ha accompagnato l’intera storia umana e che riemerge oggi lungo il crinale di quella radicale trasformazione della condizione umana dovuta allo straordinario potere di vita e di morte accumulato nei cambiamenti promossi dal sapere scientifico-tecnologico dell'umanità che Michel Serres ha chiamato “ominescenza”, processo incoativo di svolta nell’evoluzione dell’umano che marca un differenziale dell’ominizzazione[1].

Il concetto paradigmatico di “post–umano”, se liberato da ogni sovradeterminazione ideologica, fa riflettere sulla complessità delle nuove forme di umanizzazione. Non si tratta di esorcizzare un concetto che sembra mettere in discussione la nostra essenzialità umana, ma di interrogarsi innanzitutto sulla sua consistenza ontologica.

Che cos’è il post-umano?

Forse, il riconoscimento dell’esistenza di creature viventi non più identificabili come umane, in quanto utilizzano protesi diffuse di varia natura e funzione che modificano profondamente la funzionalità organica umana, rendendo poco riconoscibili le demarcazioni essenziali tra umani e macchine, tra meccanismi cibernetici e organismi biologici. In questo caso tutto si gioca sugli avverbi “profondamente” e “poco”, ovvero sul grado di modificazione funzionale e di riconoscibilità. Premesso che l’uso delle protesi è costitutivo della capacità tecnica degli ominidi, ben prima di Homo sapiens, e che le trasformazioni della funzionalità organica umana sono anch’esse ben presenti nella storia evolutiva (basti pensare alla capacità di digerire il latte animale, prodotta dalla presenza dell’enzima della lattasi, risultato evolutivo di stili di vita di antiche popolazioni umane che assumevano il latte nell'alimentazione quotidiana), bisogna valutare il grado di riconoscimento della distinzione tra meccanismi cibernetici e organismi biologici. Da un lato tale grado di demarcazione si riduce progressivamente (i progressi della robotica e dell’impiantistica chirurgica convergono sempre più) e dall’altro nel termine "cibernetica" vi è già l’indicazione di un rapporto stretto tra animale e macchina (Norbert Wiener, che lo coniò nel 1947, la intese come «studio del controllo e della comunicazione nell'animale e nella macchina»)[2].

La prima indicazione sarebbe dunque di metodo. L’analisi dei processi di umanizzazione comporta una discesa nella profondità del sommovimento tettonico, oltre le dinamiche superficiali degli eventi politici, economici e religiosi che continuano a passare inquietanti nelle pagine dei quotidiani, ma che vanno lette nel segno della lunga durata, indici di una rete di linee di sviluppo di un medesimo processo evolutivo, che cambia insieme i connotati della specie umana, del mondo e delle relazioni reciproche.

Se l’uomo è «l'animale il cui corpo abbandona le proprie funzioni» (M. Serres), si tratta di riconoscere la costruzione di una corporeità non più “naturale” come un aspetto costitutivo dell’antropo-poiesi, espresso fin dalle origini della storia e della cultura umane, fin dalla fabbricazione del primo utensile, ma che appare oggi – per la potenza pervasiva degli artefatti – come un’espressione peculiare della biforcazione dell'umanizzazione. I nuovi corpi miscelati biotecnologici devono essere pensati nella pienezza delle loro potenzialità, rapportando le scienze, che offrono i mezzi tecnologici dell’artificio, con una filosofia post-umanista, che dovrà impegnarsi nella ricerca di un progetto per uomini exo-darwiniani. La consistenza, nell’antropo-poiesi, della dimensione biologica e “animale” può divenire un punto di partenza per dissolvere alcuni “pre-giudizi” sull’essenza dell’uomo.

L’interrogativo sul post-umano implica quindi quello sull’umano

Inevitabilmente, l’interrogativo sul post-umano implica quindi quello sull’umano. Tutte le scienze evolutive e storiche (dall’evoluzionismo darwiniano al marxismo, alla genetica di popolazioni) convergono nell’insegnarci che non è possibile estrarre una natura originale dal repertorio performativo della specie umana, riconoscere un’essenza dell’umano, ma che si può presupporre soltanto un insieme di circostanze e di situazioni che ha favorito l’apertura del “sistema uomo”. Proprio ora, nel quadro di quella che si prospetta come una svolta dell’umanizzazione, assistiamo a una metamorfosi nella considerazione ontologica dell’umano: l’uomo viene inteso come un essere plurale, come il risultato di una pluralità di processi coniugativi con l’alterità. E non si tratta di riconoscere l’umanità nei suoi connotati puramente culturali: l’apertura plurale del “sistema uomo” risiede nella costruzione della sua sfera biologica evolutiva, rispetto alla quale la cultura reagisce con un feedback positivo. Proprio per il carattere estremamente complesso del loro repertorio genetico, per l’alto contenuto virtuale delle istruzioni genetiche, gli uomini hanno potuto sviluppare così consistenti dinamiche di apprendimento culturale. La dimensione biologica appare ora costitutiva dell’umano e in essa risalta la curvatura evolutiva nel suo orientamento selettivo, da intendersi come un meccanismo insieme di evoluzione e in evoluzione, che produce slittamenti evolutivi e co-evolutivi anche esterni al modello selettivo darwiniano. Nella co-evoluzione millenaria di Homo sapiens non va dimenticato poi l’apporto delle altre specie animali, incluse in pieno nei processi di umanizzazione, sia perché assunte a modello per la produzione di svariate protesi tecnologiche (dalle ali degli uccelli, alle pinne dei pesci) sia perché a loro volta umanizzate (cani, gatti, bovini, cavalli non esistono da tempo più al loro stato “naturale”). Antropologia evolutiva e zoo-antropologia convergono nell’illuminazione di tale nesso, ricco di forme di zoo.mimesi e di zoo-poiesi[3].

Torniamo allora alla terribile evidenza iniziale. Un’élite politica che ha costruito il suo consenso sul primato “umano” di un popolo e sulla discriminazione razziale, progetta, con le più raffinate biotecnologie oggi disponibili la selezione biologica su larga scala della popolazione dominante, attrezzandola con le migliori risorse dell’ingegneria genetica. Nasce un popolo post-umano che diviene dominante e conquista l’intero pianeta, rendendo schiavi altri popoli, resi incapaci di ogni reazione (qualcosa di simile allo scenario di Matrix!). La peggiore delle prospettive possibili per l’umanità futura. Su di essa, sui rapporti tra bio-politica e dominio bio-tecnologico non si cesserà mai di riflettere abbastanza, individuando tutte le possibili barriere politiche, giuridiche, etiche che la comunità degli Stati può ergere.

Una svolta post-umana, od oltre-umana

Ma guardiamo anche all’altro versante nel crinale dell’umanizzazione. Una svolta post-umana, od oltre-umana, che renda possibile la cura e la guarigione permanente da malattie ereditarie (anemia falciforme, corea di Huntington, emofilia, sindrome di Down, talassemia), o la guarigione, con l’installazione di protesi neurologiche permanenti, di gravi malattie degenerative del sistema nervoso centrale o periferico (basti pensare all’Alzheimer o al Parkinson). O ancora che possa intervenire sui portatori di importanti handicap conducendoli a condizioni di normalità (e non è necessario scomodare la velocità post-umana di Pistorius). Non sono neppure da sottovalutare le possibilità di espansione delle potenzialità cognitive e dell’azione che scaturirebbero da una svolta post-umana. Usiamo già con efficacia la laparoscopia e siamo in grado di dirigere a distanza, anche a distanze planetarie, macchinari complessi per gli usi più diversi. Molti tra noi condividerebbero l’entusiasmo espresso di recente da Luigi Luca Cavalli Sforza[4], sulla possibilità, non remota, di inserire un chip nel cervello con i contenuti mnemonici di un’intera biblioteca.

Continuiamo allora a riconoscerci come “umani” evitando di fare del post-umano il fantasma di tante paure umane, troppo umane. Se ci sarà, come possibile, una svolta evolutiva profonda nella storia dell’umanità, abbiamo almeno il 50% di chances di dominarla a nostro vantaggio. Preoccupiamoci piuttosto di rendere democratica e plurale ogni scelta che concerna l’umano, impedendo i silenzi delle élite o l’emergere di turbamenti strumentalmente religiosi, come quelli che – purtroppo soltanto in Italia – hanno fatto fallire il referendum abrogativo della legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita. Le vite indegne di essere vissute potrebbero allora trovare proprio in una svolta evolutiva dell’umanità una sorte opposta a quella riservata loro dai criminali nazisti, rendendo più degna la facies umana. 



[1]          Cfr.M. Serres, Hominescence, Le Pommier, Paris 2001.

[2]          Cfr. N. Wiener, Cybernetics, or Control and Communications in the Animal and the Machine (19612), tr. it. La Cibernetica, Milano, il Saggiatore 1968.

[3]          Cfr. R. Marchesini, Post-Human. Verso nuovi modelli di esistenza, Bollati Boringhieri, Torino 2002.

[4]          Cfr. L.L. Cavalli Sforza, La specie prepotente, Editore San Raffaele, Milano 2010.

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