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Cosa c’entrano le mele e le arance con la scienza e la filosofia?

Cosa c’entrano le mele e le arance con la scienza e la filosofia?

06 Giugno 2022 Interviste filosofiche
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INTERVISTA A MARCO SALUCCI

Dopo avere esplorato Il problema mente-corpo (sottotitolo: Da Platone all’intelligenza artificiale) nel suo libro del 2019, il filosofo Marco Salucci porta in libreria un altro volume (Dalla mela di Newton all’arancia di Kubrik – La scienza spiegata con la letteratura) ricco di spunti per chiunque voglia continuare a riflettere criticamente e intellettualmente sulla realtà contemporanea. Una realtà tecnologica e scientifica che deve ancora fare i conti con un analfabetismo scientifico diffuso, frutto di carenze nell’istruzione scolastica e nella formazione e con l’idea errata che la scienza sia riservata agli specialisti, ai quali delegare ricerca e innovazione. Specialisti ai quali oggi abbiamo subappaltato la scrittura dei codici che fanno funzionare le molteplici intelligenze artificiali e gli algoritmi che ci ingarbugliano la vita pretendendo di imporne ritmi, regole e funzionamenti. Il viaggio tra mele e arance è un viaggio letterario che propone dotte e approfondite riflessioni su tematiche e parole che da sempre hanno catturato l’attenzione di filosofi e scienziati. Parole come “libertà e determinismo, bene e male, ragione e passioni, progresso e regresso, caso e fine, argomentazioni fallaci e corrette, credenza e conoscenza, scienza e pseudoscienza”, e molto altro ancora. Sulla nuova esperienza filosofica e letteraria abbiamo intervistato l’autore che si è reso disponibile per questa intervista.

Buongiorno professore, avendo letto entrambi i suoi due ultimi libri, vorrei cominciare con il soddisfare una curiosità. Cosa li collega tra di loro? Trattano di cose diverse ma secondo me raccontano molto di un approccio filosofico che non smette di interrogarsi su tematiche attuali e sulle quali tutti siamo chiamati responsabilmente a riflettere. Nei due libri c’è molto dell’autore che con questa intervista invito a raccontarsi e/o a illustrare da cosa nascano i suoi libri, in particolare il suo ultimo: Dalla mela di Newton all’arancia di Kubrick.

Questa è una splendida domanda che ho cercato, sebbene in modo non esplicito, di suscitare nel lettore. Sono contento che lei l’abbia colta.

Solitamente nei libri del genere a cui appartiene quello di cui si discute, e dunque anche in quello precedente sul problema mente-corpo, l’autore in quanto soggetto non esiste; intendo non esiste come persona, non è presente come potrebbe esserlo in un’opera di letteratura o di poesia. Abbiamo percezioni diverse di un autore se il libro in oggetto è un romanzo o un saggio scientifico.

Il fatto che nel mio libro interagiscano scienza e letteratura non è solo un modo per catturare il lettore, o per superare la vecchia separazione fra le “due culture”, ma molto di più, in primo luogo per me che l’ho scritto. Le opere di letteratura che utilizzo sono quelle che più amo (anche se molte altre sono rimaste fuori per ovvi motivi di spazio), è una sorta di antologia personale che ho compilato, idealmente, nel tempo. Si tratta di passi o brani che mi hanno colpito in modo particolare in primo luogo perché concordano, o rafforzano, o sono in sintonia con qualche argomento o con qualche tesi che si trova anche nella scienza o nella filosofia, per esempio.

Insomma è all’incirca quello che dice McEwan in Invito alla meraviglia che ho citato alla fine dell’Introduzione quando afferma che con i personaggi e le storie della letteratura “entriamo in contatto in modo più immediato e diretto di quanto possa accadere con le teorie e i protagonisti della scienza: per la maggior parte di noi la grandezza nella letteratura è più comprensibile e accessibile della grandezza nella scienza”.

Un’altra ragione per la quale mi sono servito della letteratura è che la scienza pone condizioni molto stringenti non solo alla soluzione dei problemi ma, prima ancora, anche alla loro formulazione. Quegli stessi problemi che invece nella letteratura o nella poesia (e quindi anche nel cinema e nei fumetti, arti entrambe presenti nel libro) si possono porre o meglio suggerire in modo più immediato. Per fare un esempio, tutti noi vorremmo che la nostra vita o l’universo stesso avessero un senso, un significato, ma è una questione che in termini scientifici non si può porre, forse non ha nemmeno senso porsela. Tuttavia possiamo farlo nella letteratura.

Le due posizioni ovviamente non vanno confuse: se un’opera letteraria, o poetica, mi dice che la mia vita ha un certo senso non credo che lo abbia davvero fino a quando non ho argomenti più solidi per crederlo. Insomma pensare che “sarebbe bello che le cose stessero così” va tenuto ben distinto da “di fatto le cose stanno così”. Ma il bisogno di credere, di sperare o di immaginare “che le cose stiano così” trova uno spazio nella letteratura che nella scienza non ha.

La pandemia non ha solo sorpreso tutti. Ha evidenziato come, nell’era tecno-scientifica attuale, la scienza sia pur sempre un ambito specialistico ignoto ai più, per questo contestabile nella sua pretesa di verità. E come se la tecno-scienza (tecnologia e scienza sono due cose diverse ma il termine usato descrive bene la nostra realtà attuale) si fosse messa sulla corsia di sorpasso rendendo difficile alla nostra coscienza di padroneggiarla. Sul fronte intellettuale e culturale le cose non vanno meglio. Cultura tecno-scientifica e cultura umanistica continuano a ignorarsi, a combattersi e a escludersi a vicenda. Ciò di cui abbiamo bisogno al contrario è che entrambe viaggino insieme verso un nuovo umanesimo, capace anche di resistere alle pretese della tecnologia. Lei cosa ne pensa e quanto di questa eterna disfida ha occupato il suo nuovo libro?

Penso che la separazione fra le cosiddette “due culture”, come le chiamava P. Snow sia ormai in gran parte superata almeno in ambiente accademico e più in generale nella comunità degli studiosi. Continua però a sopravvivere nel senso comune e, quel che è peggio, nelle agenzie formative e nei sistemi di istruzione: è anche per ciò che ho voluto accostarle puntualmente in ogni capitolo del libro.

Sicuramente una maggiore diffusione della mentalità scientifica, che non equivale necessariamente alla conoscenza di contenuti delle teorie scientifiche ma va intesa come abitudine a valutare la correttezza di un argomento o la fondatezza di un’informazione, è necessaria alla salute della stessa vita civile e democratica. Questo è un compito dei sistemi di istruzione ma dovrebbe esserlo anche di quelli dell’informazione che invece troppo spesso sono solo in cerca dello spettacolo. Tuttavia, detto questo, è inevitabile che una asimmetria e una distanza fra l’opinione comune e la cultura scientifica sia destinata a crescere, tanto per la complessità quanto per la specializzazione della scienza. 

Nella crisi delle democrazie occidentali attuale ho trovato molto interessante nell’introduzione del suo libro l’attenzione posta a ciò che accomuna scienza e democrazia e a ciò che le differenzia. La riflessione è per me tanto più interessante quanto più è diffusa la pretesa egemonica e antidemocratica del tecno-capitalismo attuale nell’imporre una visione algoritmica del mondo. Scienze e tecnologia per evolvere hanno bisogno di libertà e democrazia, partecipazione, responsabilità e consapevolezza, di etica. Tutte cose che ci raccontiamo costantemente, anche medialmente, come pratiche alla portata di tutti ma che in realtà evidenziano come siamo bravi ad auto-ingannarci in continuazione. Cosa può dirci nel merito? E quanto è profondo, psichico, l’auto-inganno?

Il legame fra scienza e democrazia è tema antico e molto frequentato ed è anche uno dei temi principali – se non il filo conduttore stesso - del mio libro. Intanto definiamo la scienza come la ricerca della descrizione più umanamente attendibile e fondata della realtà. Poi diciamo che questa ricerca equivale alla ricerca della verità. Ho usato una perifrasi per evitare deliberatamente di citare subito il termine “verità”, che non può – nell’era post-post-moderna - essere citato senza una serie di specificazioni. Stabilito il vocabolario, è evidente che non ci può essere democrazia senza verità: possiamo democraticamente, a maggioranza per esempio, decidere di sterminare tutti gli individui 'x' giustificando la decisione con una falsa credenza 'y'. D’altra parte è noto che i totalitarismi si sono fondati, oltre che sulla coercizione, sulla menzogna e la propaganda. E qui chiudo il cerchio: la post-verità del post-moderno – chiarisco l’espressione che ho usato sopra – in quanto nega la verità giustifica qualunque opinione. D’altra parte, è argomento antico, dire che la verità non esiste è un’auto confutazione: almeno che la verità non esista è vero.

Molta dell’ignoranza sulla scienza nasce dalla non conoscenza dei metodi sui quali si appoggia. È una ignoranza che, nel dibattito mediale e online dell’epoca moderna, determina cortocircuiti pericolosi ed effetti democratici imprevedibili. Come dimostra la pretesa di molti no-vax durante la pandemia di ergersi a paladini di verità, libertà e scienze alternative. Una pretesa espressa da milioni di persone che hanno evidenziato come le nostre conoscenze non sempre abbiano una base razionale o empirica ma siano basate su credenze, sia individuali sia collettive. Nel suo libro ha dedicato un capitolo intero alle credenze, forse per l’emergere prepotente di nuove forme di irrazionalità, per il diffondersi di pseudoscienze e posizioni antiscientifiche. Come è possibile che nel terzo millennio moltitudini di persone siano portate a nutrire credenze in palese contrasto con i fatti?

Per non essere frainteso premetto che gran parte dell’ignoranza nei confronti della scienza, ma anche della cultura intesa in senso generale, è sicuramente colpevole: uscire dall’ignoranza costa fatica.

Detto questo però non basta appellarsi ai deficit culturali o perfino cognitivi degli individui per spiegare certi comportamenti o opinioni. Il cervello è una macchina per credere, per parafrasare il titolo del libro di Pievani e Girotto Nati per credere. Nel 2002 Kahneman è stato insignito del premio Nobel per gli studi condotti insieme a Tversky sulle modalità con le quali gli esseri umani prendono decisioni. Siamo facilmente vittime di inganni e facilmente ci autoinganniamo: l’evoluzione ci ha selezionati per sopravvivere, non per essere bravi matematici. Oltre al rapporto fra scienza e democrazia, un altro tema centrale del libro è rendere conto della distanza che separa l’opinione comune dalla scienza.

Avendo scritto un libro sulle parole (OLTREPASSARE – Intrecci di parole tra etica e tecnologia) mi è piaciuto molto il suo Capitolo Puffo che riflette sul linguaggio, non solo scientifico, sulle parole, sui concetti e sulle idee. Lei sembra sposare le teorie di De Saussure e l’idea che non possano esistere pensieri prima e indipendentemente dal linguaggio. Il linguaggio contribuisce oggi, soprattutto con l’affermazione delle piattaforme tecnologiche, a complicare la nostra relazione con il mondo (fatti, eventi, narrazioni, ecc.) ma forse la complicazione nasce dall’assenza o dalla sparizione del pensiero. Bisognerebbe saper fare chiarezza, nel linguaggio così come nel modo di pensare. Ma chi può fare oggi questo tipo di intervento? Forse i filosofi possono farlo ma dovrebbero parlare un linguaggio comprensibile, usarlo là dove le moltitudini stanno, facilitare la comprensione delle numerose trappole e fallacie logiche che ingannano il nostro cervello. Un obiettivo difficile, reso ancor più complicato dal fatto che i filosofi così come gli scienziati sembrano aver perso la loro autorevolezza e autorità. Cosa ne pensa?

Il rapporto fra pensiero e linguaggio è stato ed è molto dibattuto. Autori molto diversi come per esempio Saussure e Wittgenstein, o la più recente filosofia analitica, hanno insistito sulla inseparabilità di pensiero e linguaggio. Il pensiero esiste solo in quanto esiste nel linguaggio. È d’altra parte esperienza comune che l’atto stesso del parlare e più ancora dello scrivere è anche un atto di autorivelazione: è il pensiero che si manifesta e si precisa all’autore stesso. Ma il rapporto fra pensiero e linguaggio si complica se ci domandiamo se gli animali privi di linguaggio abbiano un pensiero e, nel caso, che tipo di pensiero abbiano. Sicuramente nel caso degli esseri umani il pensiero, nel modo in cui comunemente lo intendiamo, non esiste senza linguaggio, ed è verità banale che un linguaggio semplificato comporti la semplificazione del pensiero. Anche qui torna il tema della democrazia: come ben illustrato dalla neolingua in 1984 di Orwell.

La guerra in Ucraina è la dimostrazione di quanto la storia abbia perduto la sua funzione di magistra vitae e di come l’umanità sia da essa trascinata. La perdita è tanto maggiore quanto più grandi e diffusi sono l’incertezza e il timore che il futuro non potrà più essere migliore del presente. Per alcuni filosofi stiamo vivendo il tempo dell’estinzione. In altre parole è come se il progetto intelligente ma anche l’evoluzionismo si debbano oggi confrontare con una evoluzione implosiva dagli effetti imprevedibili e forse catastrofici. E tutto questo nell’era della scienza e della tecnologia che per molti hanno assunto un ruolo millenarista e religioso dominato dalla fede nelle “magnifiche sorti e progressive” dell’evoluzione umana. E se invece l’evoluzione non avesse senso, e se nonostante le tante conoscenze che abbiamo acquisito, non avessimo ancora imparato a porci le domande giuste?

L’evoluzione non ha senso. Come non ha senso la legge di gravità. Ovviamente se per “senso” intendiamo qualcosa tipo “il significato della vita e dell’universo”, cioè la domanda per rispondere alla quale nel romanzo di Adams Guida galattica per autostoppisti viene costruito un supercomputer (che dopo un’elaborazione di sette milioni di anni risponde “quarantadue”!).

Come qualunque altro evento biologico anche la specie umana è sottoposta alle leggi dell’evoluzione, quindi anche all’estinzione. Estinzione che è certa se vista nella giusta prospettiva temporale: sicuramente quando la Terra o il Sole non permetteranno più la vita, almeno nelle forme conosciute. Il problema è accelerarla o rallentarla. I cambiamenti ambientali dell’Antropocene sicuramente la stanno accelerando. 

Ho trovato due capitoli molto vicini al mio modo di pensare attuale. Lei parla di scenari perturbanti e di ultimo uomo. Tra gli scenari accenna alla scomparsa dell’umanità o a un’umanità derelitta. Immagino che questi scenari siano collegati alle molteplici crisi che stiamo vivendo e alla percezione che qualcosa nella nostra evoluzione sulla Terra si sia rotto. I postumanisti vedono in questa rottura un balzo in avanti e usano la tecno-scienza per dimostrarne i percorsi e i vantaggi. Potrebbero avere ragione ma se tutto fosse al contrario una semplice illusione? Una illusione che crollerà di fronte alla natura e alla Terra che si stanno riprendendo il loro controllo del mondo antropocentrico che abbiamo creato? Servirebbero maggiore conoscenza, una diversa informazione, maggiore consapevolezza e l’adozione di una nuova etica. Ma siamo ancora in tempo per tutto questo?

Non so se siamo in tempo: gli esperti ci dicono che siamo in ritardo ma che se agiamo subito potremmo farcela; il punto è che in realtà non si sta facendo molto.

Sappiamo che dovremmo darci da fare ma non lo facciamo. Ci sono interessi economici troppo grandi che anche ammesso che vogliano e possano essere convertiti hanno una grande inerzia e quindi tempi lunghi. C’è poi da considerare anche la questione etica, come lei suggerisce. In realtà la maggior parte delle volte le persone non agiscono in base alla ragione ma in base a ciò che a loro “va di fare”. Come diceva Jonas – si noti: nel 1979 - proprio riguardo alla questione ecologica la paura potrà più della ragione.

Per concludere e nel ringraziarla vuole aggiungere qualcosa a quanto fin qui detto?

Spero che queste parole ci siamo scambiati inducano qualcuno a leggere il libro!

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