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Carta e schermo pari non sono

Carta e schermo pari non sono

17 Giugno 2019 Carlo Mazzucchelli
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In molte coppie, più o meno felici di stare insieme, il tema dello spazio è argomento costante di discussione, liti e sfrigolii vari. La discussione è tanto più articolata e insistente se lo spazio è occupato da carta, giornali, rivisti e soprattutto libri. Soprattutto se gli uni e gli altri rientrano nella categoria del già letto e oggi anche se tutti hanno anche una loro versione digitale che ne permetterebbe, semmai servisse, la rilettura.

Chi ama la carta è incurante dello spazio che occupano i libri, anche se si tratta di un monolocale. Non si accorge della polvere che finisce per rivestirli e che continua ad accumularsi, una volta letti. Molti libri rimangono dove sono per anni, in solitudine, a ingiallire, del tutto dimenticati. Vengono lasciati così perché, chi ama il libro di carta non cederà mai alla tentazione di rileggerlo sulla superficie di un display. Preferirà sempre riprenderlo in mano, sfogliarlo e leggerlo, dopo avergli fatto la polvere, avergli ridato la vita con lo sguardo e averlo rianimato con semplici gesti ripetitivi già sperimentati in passato. Tutti uguali ma diversi dallo struscio dei polpastrelli che lasciano impronte e continuano a levigare pattinando sulla superficie di un display.

Chi ama la carta ritiene che faciliti le capacità cognitive e la riflessione, la comprensione del testo, l’apprendimento, e la memoria, ma anche la comodità della lettura, l’attenzione e la concentrazione, soprattutto se mentre si legge ci si è disconnessi e dimenticati dei numerosi display che abitano ormai in pianta stabile dentro quasi tutte le case. Chi preferisce il display ha probabilmente accettato, per appartenenza generazionale o semplice conformismo, la pervasività del digitale che non ha trasformato solo i libri ma reso obsoleto ogni tipo di supporto cartaceo e, per alcuni, indebolito la capacità cognitive rendendo tutti un po' stupidi. A chi ama la carta piace il fruscio dello sfoglio, il poter saltare da una pagina all’altra, la percezione di avere maggiore padronanza dell’opera che si sta leggendo e dell’intero processo della lettura, la consistenza e il volume del manufatto cartaceo, la sua matericità che soddisfa il tatto e la percezione. A chi ama il display piace l’ipnosi che esso è in grado di generare, forse non dà fastidio neppure il brusio elettronico incessante che mantiene attivi i suoi pixel, ama immergersi soddisfatto nelle sue realtà virtuali, comprese quelle aumentate.

Carta o display sono entrambi strumenti di lettura, anche se il secondo è in realtà diventato prevalentemente un mezzo potente di scrittura, interazione e documentazione. Se è vero quello che sostiene Maryanne Wolf che il nostro cervello non sia nato per leggere, carta e display possono entrambi contribuire ad allenare il cervello alla lettura e a diffondere nuovi tipi di lettura, più consoni all’era tecnologica che caratterizza il terzo millennio. La tecnologia ha sicuramente cambiato il come, il quando e il modo di leggere, ma soprattutto ha cambiato il lettore. Da tempo non si legge più ad alta voce, un’operazione che permetteva al cervello di ascoltarsi mentre leggeva. La lettura silenziosa di un tempo, che permetteva un rapporto intimo con un libro e i suoi contenuti, oggi si è trasformata in un navigare veloce e rumoroso, fatto da soli ma spesso in modo superficiale e senza alcuna intimità di pensiero. In velocità si scorrono parole che scivolano su schermi sempre troppo piccoli per permettere una relazione forte e profonda con quello che si legge. Il modo di leggere impedisce di comprendere, cogliere i significati nascosti e fare proprio il testo, di coglierne le relazioni con altri testi, scritti da altri autori, e che potrebbero favorire l’elaborazione di riflessioni e altri pensieri.

La lettura serve a uscire dai propri confini, ad aprirsi ad altri mondi, a riflettere su quello che si sa e non si sa di sapere, a usare il proprio pensiero per elaborare collegamenti e altri pensieri, per esercitarsi nel pensiero critico, per dotarsi di strumenti utili a comprendere e analizzare la realtà e per viverla da cittadini. Uscire da i confini oggi significa però prima di tutto uscire dalle cornici dei display e dalle superfici degli schermi digitali. Non è più sufficiente fare attenzione al modo di leggere digitale (accessi continui al dispositivo, sguardo veloce alle novità, sfoglio rapido dei messaggi, ecc.), bisogna riflettere sui suoi effetti. Uno su tutto, la schiavitù che ne deriva, ma anche la complicità servile con cui la si subisce. Il surplus cognitivo e informativo cattura l’attenzione, svia la concentrazione trasformando il dispositivo in un padrone dispotico che governa il tempo e l’agenza e condiziona il modo di pensare, di comportarsi e di agire.

Chi preferisce la lettura su un display o ha abbandonato la lettura per la navigazione online, se interessato a comprendere cosa perde e/o quanto sia importante la lettura, potrebbe cercare di informarsi meglio sulle numerose ricerche che studiosi di discipline diverse stanno producendo. Ricerche che analizzano i meccanismi, le logiche e le pratiche della lettura digitale e evidenziandone le caratteristiche e i loro effetti. Quelli rilevati fin qui indicano uno sviluppo minore della capacità di ricordare, una minore capacità di comprensione del testo e al tempo stesso la presunzione di avere compreso tutto (grazie Google!), una crescente difficoltà a distinguere contenuti e testi importanti dagli altri, una maggiore difficoltà di approfondimento e anche di scrittura.

Gli effetti della lettura digitale su display dovrebbero interessare soprattutto i genitori. La loro responsabilità è grande ma il loro ruolo non è mai stato così importante per il benessere psicobiologico dei loro figli. Sono chiamati a diventare Tecnovigili e ad apprendere come rapportarsi ai loro figli Tecnorapidi. Non sono soltanto chiamati a leggere e raccontare storie ai loro figli nella prima fase della loro vita o a suggerire quali libri leggere in quella adolescenziale e successiva. Hanno la necessità di capire quale e quanto grande sia la difficoltà cognitiva e lo svantaggio che ne deriva da letture fatte prevalentemente su un display. Per capirlo devono affiancare i loro figli nell’uso del dispositivo quando sono piccoli, spiegare loro le logiche delle piattaforme tecnologiche, i benefici così come gli effetti e gli svantaggi. Soprattutto devono fornire strumenti utili a un uso diverso del media tecnologico, non legato alle tante ricompense con le quali le piattaforme alimentano il cervello, più lento e meno prigioniero delle tante accelerazioni imposte dalle realtà tecnologiche e dalle interfacce dei display.

Per fare tutto questo il punto di partenza è non considerare più la tecnologia come un semplice strumento neutrale ma smontarne la presunta neutralità per contrastarne gli effetti. Ad esempio favorendo la lettura su carta, l’esperienza immersiva della lettura di un bel libro, con l’eventuale e possibile distacco dal display.

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