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L’attesa ai tempi di WhatsApp

L’attesa ai tempi di WhatsApp

21 Giugno 2019 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Abituati al tempo continuo e rapido della tecnologia, cadenzato dalla binarietà senza intervalli di stimolo e risposta, abbiamo perso l’abitudine dell’attesa. Un ritardo nel feedback digitale ci mette in ansia, ci infastidisce mettendoci in crisi. Tutta colpa del tempo reale e della simultaneità che hanno trasformato la vita di molti in una clessidra senza sabbia e in orologi senza lancette.

Quando cinguettiamo, inviamo una e-mail, messaggiamo, lo facciamo sapendo di provocare reazioni immediate. Se il feedback però non arriva, invece di interrogarci sul perché, tendiamo a innervosirci, a riattivare il nostro smartphone più volte e fino a quando la nostra attesa non è stata finalmente soddisfatta. Una soddisfazione ben diversa da quella che hanno provato tutti coloro che, avendo spedito un messaggio in bottiglia nella forma di lettera scritta a mano, hanno assaporato il gusto e il senso dell’attesa tipico del tempo differito. Un tempo che Amazon ha drasticamente ridotto e che l’istantaneità dei messaggi WhatsApp o WeChat hanno eliminato. 

Fortunatamente la vita di ognuno è contrassegnata dall’attesa. Le madri attendono i loro pargoli lungo tutto il periodo di gestazione, gli adolescenti attendono di essere diventati adulti per godere delle libertà e opportunità che assegnano in modo errato agli adulti, gli adulti attendono di vedere realizzarsi sogni di coppia e sogni professionali, gli anziani attendono nella speranza che la loro attesa sia prolungata ancora di un po', prima che arrivi l’attesa eterna. Per i credenti fino alla rinascita, per i buddisti fino alla prossima reincarnazione e, per tutti gli altri fino alla rigenerazione biologica prossima futura con un’attesa che potrebbe non avere mai fine o allo scongelamento di corpi ibernati e magari spediti nello spazio con una delle navicelle del fondatore di Tesla. 

Chi crede che il tempo reale, dell’immediatezza e della simultaneità non sa cosa sia il tempo e non conosce il valore e la profondità della sua diacronicità. Non conosce neppure il piacere del dolce far nulla, dell’ozio e dell’inattività, intesa anche come spazio nel quale non succede nulla, neppure un cinguettio o un messaggino WhatsApp. Non ha avuto modo neppure di valorizzare l’attesa come momento di ascolto di sé stessi e di sguardi rivolti al mondo dentro di Sé. Probabilmente non ha mai sperimentato l’attesa come momento esistenziale di una sofferenza creatrice e rigeneratrice come quella che nasce dal desiderio, dall’impazienza di vedere il proprio partner innamorato, dal tormento che deriva da attese che si protraggono e dalla noia o dalla rabbia che esse possono generare. 

Il tempo dell’attesa non è necessariamente lungo, è sempre soggettivo, oggi è sempre più breve, rattrappito, quasi accartocciato sul tutto e subito digitale. Capace di trasformare anche la sua stessa percezione da parte di chi lo sperimenta e lo vive in modo compulsivo, attaccato com’è al tempo binario (prigione) dei dispositivi e delle piattaforme a cui è sempre più connesso (imprigionato). La tecnologia moderna è sempre in accelerazione, impone i suoi ritmi e velocità, regole e logiche di consumo. Ma forse la percepiamo così perché è nella vita stessa che siamo anche noi sempre in accelerazione, mai contenti o sereni se dobbiamo attendere, sempre tesi a correre, competere, mostrarci così come lo fanno altre entità come i prodotti, le notizie, i marchi e i denari. 

Per competere, per diventare influencer, per arrampicarci sulla scala sociale o in quella aziendale, l’imperativo compulsivo è a correre, magari dotati di uno smartwatch che ci segnala a ogni istante le distanze percorse e i tempi da centometristi utilizzati per farlo. Correre non è però necessario, i tempi morti non sono morti per davvero, ma semplici momenti di pausa utili a ritrovare le forze ma anche a imparare a come ritornare alla lentezza e assaporare i tempi dell’attesa. Il primo passo è diventare consapevoli che l’attesa è sempre un tempo organizzato, quasi pianificato. Attendiamo per avere un appuntamento all’ufficio comunale (non c’è APP che tenga), per una visita medica (una TAC a distanza di un anno dalla sua prenotazione), per una consultazione legale così come per la conclusione di una causa (o di una prescrizione), per diventare di ruolo come insegnante di scuola o per passare da ricercatore Co.Co.Co a ricercatori assunti e a tempo indeterminato (spesso a cinquant’anni quando molti sono già in attesa di una pensione che ormai non arriverà mai).

Programmata, pianificata è anche l’attesa digitale. Un’attesa dal tempo compresso, quasi sparita perché ben congegnata e costruita su meccanismi che ne hanno cambiato la percezione. Pianificata e organizzata da altri, in genere dai proprietari delle piattaforme tecnologiche che usiamo, attraverso i loro alter ego algoritmici che hanno contratto il tempo, fatto sparire il futuro e con esso anche la sua attesa. Come se il futuro potesse essere fatto sparire e con esso anche la nostra morte. Come se il futuro compresso fosse in grado di far sparire l’unico futuro che ci fa paura e del quale avremo sempre, prima o poi, la certezza della sua concretezza e inalienabilità. 

La tecnologia può anche far scomparire l’attesa ma il tempo non scompare, continua a scorrere e passa anche se le nostre attese sono brevi o inesistenti. Passa sia rispondendo in tempo reale a centinaia di messaggini e cinguettii, sia dedicandosi al pensiero profondo, alla lentezza della riflessione e alla ricerca interiore del proprio benessere psicobiologico. Nel primo caso può essere passato senza che ce ne siamo resi conto, nel secondo caso potremmo trovare le risorse che servono per dare maggior senso e autenticità al tempo in modo da viverlo intensamente e consapevolmente. Sia il tempo reale sia quello virtuale, entrambi componenti coesistenti dell’unica vita che ognuno di noi dispone. 

Se si guarda al tempo esistenziale di una vita intera, la percezione potrebbe suggerire di averla vissuta senza pause, intervalli o intermezzi. Si ha però sempre la consapevolezza di non potersela rigiocare o ricominciare. Neppure se la si è spesa online, negli spazi digitali che danno l’illusione di poterlo fare, con la semplice aggiunta di un nuovo profilo digitale o l’accesso a nuove tipologie di APP. Una seconda vita non esiste, così come non esiste una vita senza attese! Esiste una sola vita che possiamo usare per rinascere in forme diverse e ripetute, per sperimentare il tempo differito così come quello continuo, ma soprattutto per scegliere quello più adatto a farci vivere e sentire di esistere. Cosa difficile a farsi se abbiamo eliminato ogni spazio o momento di ascolto, di silenzio comunicativo, e di attesa. 

Chi avrà vissuto intensamente il tempo presente senza attese, riempiendolo di selfie e cinguettii, di messaggi e immagini Instagram, avrà forse sprecato la possibilità di vivere intensamente la realtà ma avrà la fortuna di vivere per sempre nel grande cimitero digitale che esiste online. Un cimitero di profili digitali defunti (insieme ai loro proprietari o creatori) che ha già superato di gran lunga gli abitanti dei cimiteri della Terra. Già oggi su Facebook ci sono più morti che vivi e la sua piattaforma globale è assimilabile a un cimitero digitale più che a una piazza sociale. La vita dopo la morte dentro la realtà virtuale vivrà di un tempo prolungato e di un’attesa che durerà fino a quando dureranno le risorse tecnologiche che lo alimentano o un amministratore di sistema non avrà deciso di cancellarla per sempre. 

Per capire cosa succederà non ci resta che attendere!

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