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Il senso dei pesci per la vita

Il senso dei pesci per la vita

23 Gennaio 2021 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Condivido alcune parti del mio ebook I PESCI SIAMO NOI pubblicato a inizio 2017. Nel testo il mondo digitale dei social network e della Rete sono paragonati a un grande acquario mondo nel quale pesci di ogni forma, colore e dimensione nuotano felici e contenti, nonché ignari della loro sorte e dell’ambiente circostante, del cibo che viene loro offerto e del perché si trovino ad esistere nella forma di pesce.

I pesci-utenti non sono fatti per vivere rinchiusi ma l’abitudine a esserlo li ha cambiati dentro, facendo perdere loro la nozione di dove si trovano e condizionando la loro percezione di felicità e libertà. Esattamente quello che è capitato agli esseri umani che popolavano metaforicamente la caverna naturale descritta da Platone, frequentano le nuove caverne degli spazi architettonici dei centri commerciali e abitano la società dei romanzi Caverna e Cecità del grande scrittore portoghese Saramago .

 

"What do you get if you multiply six by nine?" "Six by nine. Forty two." "That's it. That's all there is." "I always thought something was fundamentally wrong with the universe" - Douglas Adams (1 January 1980). The Restaurant at the End of the Universe.

"Well, that's the end of the film. Now, herÈs the meaning of life. - Thank you, Brigitte. [Opens envelope, reads what's inside]  M-hmm. Well, it's nothing very special. Uh, try and be nice to people, avoid eating fat, read a good book every now and then, get some walking in, and try and live together in peace and harmony with people of all creeds and nations. And, finally, here are some completely gratuitous pictures of penises to annoy the censors and to hopefully spark some sort of controversy, which, it seems, is the only way, these days, to get the jaded, video-sated public off their fucking arses and back in the sodding cinema. Family entertainment? Bollocks. What they want is filth: people doing things to each other with chainsaws during tupperware parties, babysitters being stabbed with knitting needles by gay presidential candidates, vigilante groups strangling chickens, armed bands of theatre critics exterminating mutant goats. WherÈs the fun in pictures? Oh, well, there we are. HerÈs the theme music. Goodnight.” – The menaing of life – Monty Python

 

Il senso della vita

Interrogarsi sul senso della vita è una normale pratica umana. Accompagna tutte le fasi dell’esistenza di esseri umani coscienti, alla ricerca costante del codice utile a decifrare i tanti messaggi da loro ricevuti dalle realtà interiori ed esteriori che abitano e che potrebbero spiegare le finalità dell’insieme dei processi viventi che li vedono coinvolti. Oggi la domanda assume significati e significanti diversi perché sono cambiati il contesto e le circostanze nelle quali si esplicita l’esperienza della vita umana nelle sue molteplici realtà.

La biosfera umana non è più solo quella biologica e fisica ma anche quella virtuale, aumentata, tecnologica e digitale. I multiversi che abitiamo hanno mutato la percezione e la consapevolezza di noi stessi e delle nostre potenzialità (possibilità), rendendo terribilmente urgente e complicato cercare di capire chi siamo diventati e di comprendere il senso e il valore della nostra vita. Il senso della vita non può essere quello dell’individuo isolato dal suo contesto sociale. Rinunciando a una riflessione individuale e personale si rischia di accettare spiegazioni, significati e valori suggeriti da altri e di assorbirli nelle pratiche quotidiane in modo passivo e senza alcuna resistenza critica.

Il senso della vita probabilmente continuerà a sfuggire sempre ma non per questo conviene adeguarsi ai significati ad esso assegnati da entità che, per il potere sociale, economico e politico acquisito, sembrano avere come obiettivo la ridefinizione del DNA umano e di nuovi organismi planetari.

La società dell’incertezza

 

La nostra epoca, dominata da flessibilità, precarietà, urgenza, velocità e competizione, è stata variamente definita come società della stanchezza, della trasparenza, della voglia di comunità e della liquidità. È anche l’epoca dello scetticismo, della fuga da sé (sul tema segnalo il libro uscito a settembre 2016 Fuggire da sé – una tentazione contemporanea di  David le Breton)  della frammentazione del legame sociale, della difficoltà a essere se stessi e del nichilismo (i recenti attentati sembrano confermare questa tendenza) che, dopo aver decretato la morte delle ideologie, la fine dei valori e la morte di Dio, ha portato all’accettazione della perdita di senso dell’esistenza e persino a rinunciare a cercarne qualcuno. 

In realtà la nostra epoca è caratterizzata da una crescente incertezza, dalla difficoltà a ritrovare sé stessi, persi come siamo a inseguire una felicità promessa, prodotta industrialmente e venduta come benessere ma mai così lontana. Una realtà dominata dai problemi di una quotidianità schiacciata sul contingente e sulle difficoltà esistenziali legate alla mancanza di lavoro e alla precarietà, da una diffusa impossibilità a sottrarsi ai numerosi pericoli che percepiamo come emergenti, con i quali abbiamo difficoltà crescenti a confrontarci e dai quali cerchiamo in ogni modo di fuggire (vedi l’effetto Pokèmon Go sui media confrontato con la cronaca e le riflessioni sui fatti di cronaca di Nizza e Turchia). 

In questa situazione nulla appare ormai come consolidato per sempre e tranquillo, ma neppure come scontato o evidente perché nulla sembra resistere alla prova dei fatti e a un’esperienza con la realtà delle cose e con la loro forza fattuale e materiale (la realtà esiste dice Searle nel suo ultimo libro: Vedere le cose come stanno: una teoria della percezione). Nulla sembra riuscire a promettere una via di fuga o una possibilità di redenzione. Non promette la redenzione neppure il mondo virtuale della tecnologia che ci ha catturato con Internet, chat e applicazioni di instant messaging, smartphone e tablet e che si rivela nella sua illusorietà e insufficienza ogni qualvolta si oscura il display dei molti schermi a cui siamo collegati. Si è chiamati a tenersi in continuo movimento e a ricostruire sé stessi ma senza alcun orientamento, senza valori e mete condivise. La riuscita o meno della fuga, spesso solitaria e in solitudine, è legata alle risorse di cui si dispone, una realtà che favorisce i pochi e penalizza la moltitudine della grande maggioranza. 

Forse è per questo che molti preferiscono uscire fuori dai luoghi materiali del vivere comune e vivere sé stessi, le proprie relazioni ed emozioni online, dentro realtà aumentate popolate da Pokèmon e mostriciattoli vari, in mondi illusori, immateriali e virtuali nei quali, proiettando immagini e simulacri di se stessi, cercare di recuperare il gap di sofferenza che da sempre segue l’essere umano nel suo continuo interrogarsi su se stesso per verificare di stare bene e quanto stia progredendo nel riuscirci.

Domande in cerca di risposte

 

Le domande sono sempre le stesse e portano a interrogarsi sul chi siamo, che cosa facciamo, perché lo facciamo e dove andiamo. In una parola il significato, il valore e il senso della nostra vita nel mondo. Grandi domande che persistono perché legate all’esperienza di qualche forma di sofferenza, di dolore, di malattia, di paura della morte ma oggi soprattutto di solitudine, di infelicità e di incertezza sul futuro personale e delle generazioni che verranno. Infelicità e incertezze che non sono sconfitte dalle esperienze sociali online e che si ripresentano con la stessa forza ad ogni ritorno nel mondo reale. Nuove domande nascono anche dall’automazione crescente che sta aumentando la disoccupazione e rendendo obsolete molte professionalità, sostituite da macchine intelligenti e robot. Una vita senza lavoro potrebbe diventare per molti una vita senza senso e senza dignità, soprattutto se la valutazione non è confinata ad ambiti puramente economici. 

L’infelicità è un termine vago e insufficiente a spiegare la complessità della sofferenza attuale. Si può riassumere nella difficolta a vivere l’esperienza dell’autorealizzazione e dello stare bene (l’eudaimonia dei greci e di Aristotele) con sé stessi e in particolare in comunità con e insieme agli altri. È una infelicità esistenziale che si scontra oggi con l’individualismo diffuso e il narcisismo crescente, entrambi esaltati come valori fondamentali dalla società post-moderna e che hanno trovato negli strumenti tecnologici opportunità potenti per  la loro pratica e realizzazione. 

Interrogarsi sul senso della vita, una domanda dalle risposte praticamente mai definitive ed esaurienti, significa essere umani e fare i conti con le molteplici realtà nelle quali abbiamo associato il nostro essere. Realtà fattuali e materiali, virtuali, digitali e immateriali, aumentate e illusorie.   

Porsi questa domanda serve a trovare risposte a interrogativi esistenziali ma anche a riflettere su una realtà sempre più determinata tecnologicamente e manipolata (il termine non è usato in una accezione solo negativa ma come possibilità/mezzo di modificare a proprio vantaggio il comportamento di altri soggetti) mediaticamente che obbliga a fare i conti con nuove forme di soggettività (il senso della vita per le identità digitali online ma anche soggetti sempre più sottomessi e schiacciati dalle forme economiche e tecnologiche della fase capitalistica attuale) e di mondi oggettivi virtuali, vissuti come reali. 

Si può riflettere sul valore della vita in età adolescenziale, quando non si hanno ancora chiare le coordinate dei mondi nei quali costruire la propria esistenza e come nativi digitali che sanno usare nuovi strumenti per conoscerli, combatterli o condividerli. 

Si può riflettere nell’età della vecchiaia, quando i ricordi sono al passato e le prospettive future si sono accorciate, come immigrati digitali alle prese con le esperienze dei nuovi mondi digitali. 

Lo si può fare sempre come pratica meditativa e compassionevole verso sé stessi e verso chi ci sta vicino.

Siamo tutti coinvolti

 

La riflessione non può essere lasciata ai filosofi (tra coloro che si sono interrogati in modo esplicito sul senso della vita si possono ricordare Montaigne, Rousseau, Nietzsche e Bergson) agli psicologi, ai sociologi o agli psicoterapeuti. Coinvolge tutti perché tutti sono coinvolti e tutti sono intrappolati in contesti che sono l’esatto opposto della realtà esperita da chi li abita. 

Per esempio la narrazione e la retorica mediatica, legate ai social network globali e meticciati della Rete, tutte intrise di parole chiave come interazione, condivisione, partecipazione, amicizia, vicinanza (prossimità) e comunità, non riescono a spiegare la crescente ostilità e difficoltà ad accettare la migrazione dei corpi oltre che delle merci, a creare condizioni di reale amicizia frutto di solidarietà e compartecipazione e non riescono a impedire l’esplodere di conflitti. 

La difficoltà nasce, prima ancora che nei fatti, dall’uso inadeguato delle parole e dei concetti o dal loro uso molto ideologico piegato a interessi commerciali, promozionali ed economici. La narrazione di Facebook racconta di obiettivi legati alla socialità e allo scambio ma nella realtà l’unico vero obiettivo è il Data Mining, la raccolta di dati e la produzione di informazioni che possono essere usate a scopi commerciali e di profitto. 

Il mio libro I PESCI SIAMO NOI è il mio contributo personale alla riflessione in corso. 

 

 

Un contributo che fa ricorso a metafore nel tentativo di raccontare una percezione della realtà, non necessariamente da condividere. Il libro parla di pesci, di acquari, di oceani e di naviganti, tante metafore usate per suggerire a tutti di interrogarsi sul senso della vita in un mondo sempre più virtualizzato e digitale. Il libro che ho scritto a molti potrà sembrare fuori luogo. Potrebbe esserlo se affrontassi l’argomento da un punto di vista filosofico o psicologico, ma non è mia intenzione farlo. Voglio parlarne in modo semplice e comprensibile a partire da semplici concetti e relative parole e usando le numerose analogie a esse associate. L’obiettivo è di suggerire argomenti e di condividere esperienze e conoscenze. Lo scopo è di offrire spunti utili a riflettere, cercare di capire quale siano la realtà e le sue componenti contradditorie e critiche, siano esse tragiche o comiche, negative o positive, che caratterizzano i numerosi spazi digitali e abitati della Rete.  L’intenzione è di andare alla ricerca di alcune buone pratiche per suggerirle anche a coloro che avranno l’avventura di leggere questo testo. 

Questi spazi sono spazi esistenziali allargati ai mondi digitali, sempre più importanti perché catturano e imprigionano l’attenzione, occupano quantità crescenti del tempo delle persone, un tempo rubato agli spazi reali e materiali. Sono spazi nei quali le persone si confrontano con la loro voglia di vivere e l’assurdità di molte delle espressioni e delle dinamiche relazionali, individuali e sociali, della vita in essi praticata, sia essa digitale o analogica (per studiosi come Robert Wiener non esiste differenza tra le due perché “Every digital device is really an analogical device.“). 

Ciò che più conta nell’esperienza personale è il gap, la distanza che separa le aspirazioni per una vita migliore (autorealizzazione e/o società più giusta) e le frustrazioni che nascono dalle esperienze di tutti i giorni, nella vita reale così come negli spazi virtuali. Molte di queste frustrazioni nascono dalla limitatezza delle proprie esperienze ma anche dallo sperimentarle in ambienti tecnologicamente modificati, neuro-cognitivamente e emotivamente manipolati (Facebook non è un ambiente neutrale o dormiente, è una applicazione diventata istituzione, governata da algoritmi capaci di manipolare le nostre esperienze umane), finalizzati al consumo e alle sue ritualità consumistiche e tendenti al controllo dell’immaginario e delle narrazioni del reale. La frustrazione è tanto più grande quanto maggiore è la consapevolezza della trappola tecnologica e cognitiva insita nelle realtà digitali. 

Uno sguardo ironico, autoironico e leggero 

 

Lo sguardo che ho adottato per guardare a queste realtà e per cercare delle risposte alle vecchie e nuove domande sul Senso della vita è quello ironico e autoironico del film omonimo del 1983 (in inglese The meaning of life) dei Monty Python e del cortometraggio che lo precede. È uno sguardo che si alimenta anche di altre narrazioni letterarie e filmografiche come quella di Douglas Adams nella sua trilogia Guida galattica per gli autostoppisti ("Yes," said Deep Thought. "Life, the Universe, and Everything. There is an answer. But, I'll have to think about it." […] "Forty-two," said Deep Thought, with infinite majesty and calm.”) o del film Matrix dei fratelli Wachosky nel quale il protagonista Neo deve decidere quale pillola prendere per dare un senso finale e decisivo alla sua vita senza senso e senza sapere in anticipo se anche la nuova vita ne avrà uno. 

Il film dei Monty Python, comico, divertente e intelligente, prende lo spunto dai sei protagonisti che, nelle vesti di pesciolini rinchiusi in un acquario (metafora delle molteplici realtà virtuali attuali?), osservano il mondo esterno (al di là del vetro…del display) interrogandosi sul senso della vita (La loro? Quella degli altri? Non si sa!). Il cortometraggio racconta della ribellione di un gruppo di anziani (immigrati digitali?), dipendenti di una società finanziaria, contro i giovani amministratori (nativi digitali?) e che porta, dopo una battaglia cruenta ma anche comica (il galeone che vola sull’oceano e sfonda le vetrate di un grattacielo di Wall Street, anticipazione di un fatto poi realmente successo quasi venti anni dopo anche se con obiettivi molto diversi e altri protagonisti, non inglesi), al controllo della società. 

Le domande che i pesci si pongono non sono semplici né elementari ma concernono tematiche complesse e ricche di contraddizioni, tutte legate al senso della vita in tutte le sue componenti esistenziali. Sono domande relative al miracolo della nascita, alla crescita e all’apprendimento (anche sessuale, dimostrato in classe da un insegnante con la collaborazione della moglie), alla guerra e alla lotta, alla mezza età (nativi, immigrati, ibridi digitali, ecc.), ai trapianti di organi vivi, agli anni del declino e della vecchiaia e alla morte. Tutte tematiche che sono state argomenti di riflessione da parte dei filosofi di tutti i tempi nella forma di domande di tipo esistenziale, metafisico e religioso e da parte di psicologi e psicanalisti impegnati nella loro battaglia contro la sofferenza psichica, i disturbi e le difficoltà del vivere. 

Nel film dei Monty Python tutti gli interrogativi rimangono senza risposte precise ma gli spettatori, sia quelli che fanno da comparse nella sceneggiatura del film sia quelli che il film lo stanno guardando, rimangono incatenati alla narrazione della storia e delle immagini filmografiche, entrambi in attesa che venga svelato il segreto fondamentale richiamato dal titolo, il senso della vita. Una risposta arriva al termine del film nella forma di una busta chiusa consegnata all’annunciatrice che, leggendone il messaggio “non è niente di speciale” (come nulla di speciale era il numero 42 in base 13 del libro di Douglas Adams) suggerisce l’adozione di un comportamento generale che potrebbe facilitare la scoperta della risposta giusta nell’abbandono dello schermo del televisore per ritornare a quello del cinematografo.  Una risposta che potrebbe essere riletta oggi suggerendo l’abbandono degli spazi simmetrici, asettici e trasparenti dei mondi virtuali e tecnologici per ritornare alla vita reale, con tutte le sue asimmetrie, spontaneità, negatività e contraddizioni. 

La conclusione del film si collega ad una scena grottesca e delirante che a metà film invita gli spettatori a cercare un pesce in essa nascosto e a urlare nel caso lo avessero trovato (“Hello, and welcome to 'The Middle of the Film', the moment where we take a break to invite you, the audience, to join us, the film-makers, in 'Find the Fish'. WÈre going to show you a scene from another film and ask you to guess where the fish is, but, if you think you know, don't keep it to yourselves. Yell out so that all the cinema can hear you. So, here we are with... 'Find the Fish'”). La scena vede la presenza di un maggiordomo dalle braccia lunghissime e molleggiate che continua a chiedersi dove sia finito il pesce e a ripetere che "Era un pesce che andava... ovunque io andavo!", da un travestito con due rubinetti al posto dei capezzoli che ripete in continuazione quanto il pesce fosse ambiguo e da un cameriere zoppo che, nella forma di un elefante verde, serve due drink su un vassoio. Nessuno degli spettatori riesce a individuare il pesce che si rivela essere l’obiettivo usato per la scena, un Fish-eye (occhio di pesce, nome associato a un obiettivo fotografico o cinematografico grandangolare estremo che abbraccia un angolo di visuale non inferiore ai 180°, una anticipazione dei numerosi Fish-Eye che come Grandi Fratelli ci seguono ormai in ogni luogo e tempo) con cui essa viene ripresa e trasmessa. 

Era un pesce che andava... ovunque io andavo!

 

Il pesce “…che andava... ovunque io andavo!" può essere assimilato al profilo digitale con cui le persone che abitano la Rete hanno rappresentato sé stesse digitalmente online. 

È un profilo inanimato e algoritmico, non percepito nella sua ambiguità, completa trasparenza e massima esposizione e nella sua abilità nel prevalere online sulla personalità e identità di chi lo ha creato. È un profilo che si manifesta nelle facce di Facebook, nei curriculum di Linkedin, nei brevi cinguettii di Twitter e nelle immagini digitali e senza negativi di Instagram. È un profilo che rischia di confermare quello che Freud teorizzava quando sosteneva che la maggior parte delle persone passa attraverso le proprie vite dormendo e sognando. 

L’attenzione sempre allertata dei mondi online si deve confrontare con il sonnambulismo della vita reale. In questo contrasto tra due mondi, uno sempre illuminato e alimentato da nuove illusioni e terre promesse, il secondo vissuto nel sonno e nell’ombra, il rischio è di diventare degli alieni, degli extraterrestri, degli stranieri che divorziano da sé stessi esiliandosi dalla propria vita perché incapaci di dare ad essa un senso. 

L’attenzione è tutta rivolta alla rappresentazione del sé online, una recita eseguita da un attore che si trova da solo sul palcoscenico ma che deve fare i conti con l’assurdità della sua condizione esistenziale divisa tra mondo online e mondo reale. 

L’acquario mondo dei pesciolini digitali 

 

La boccia di vetro che contiene i pesciolini protagonisti del film dei Monty Python, nella società digitale e tecnologica attuale ha assunto la forma dell’intero globo terrestre, un unico grande acquario dalla forma sferica, senza divisioni interne ma anche senza alcun esterno, vista la sua globalità e pervasività spaziale. Non c’è nulla che separa l’interno dall’esterno perché tutto vi è compreso, tranne l’universo dello spazio, del quale non conosciamo ancora l’esistenza di altri pianeti con altre popolazioni e civiltà. I pesci che in esso vi nuotano liberi sono diventati completamente trasparenti gli uni agli altri, uguali nel loro essere semplici espressioni digitalizzate (profili digitali) consegnate allo sguardo interessato di coloro che, attraverso le loro piattaforme digitali tecnologie di interconnessione, informazione e socializzazione, hanno dato vita al globo-acquario. 

È un globo paragonabile alla Caverna di Platone o al panottico di Bentham per il ruolo che in esso giocano le persone coinvolte, sia in termini di percezione, esperienza della realtà e percezione del sé sia di controllo. Con alcune importanti differenze, come ha ben spiegato il filosofo sud-coreano Byung-Chul Han nel suo libro, pubblicato nel 2012 (giunto alla quinta edizione italiana nel 2016) dal titolo La società della trasparenza. 

L’acquario-mondo digitale nel quale si è trasformato il mondo attuale, iperconnesso e globalizzato, è il prodotto della collaborazione attiva dei suoi abitanti che hanno contribuito alla sua realizzazione e continuano a partecipare alla sua manutenzione. Lo hanno fatto esponendosi in prima persona, denudandosi e raccontando sé stessi in modo da rendersi completamente trasparenti gli uni agli altri. È un mondo-acquario nel quale, sostiene Byung-Chul Han[i] si è dato forma a una nuova tipologia di panottico di tipo a-prospettico nel senso che non è sorvegliato da un unico centro dallo sguardo onnisciente e onnipotente ma è caratterizzato dall’illusione dei suoi abitanti di essere liberi. L’illusione nasce dall’assenza di un centro, la torre di sorveglianza del Panopticon Benthamiano, e di una periferia, le stanze-prigione occupate da persone che non possono neppure vedere le persone accanto. 

In assenza di un occhio centrale sparisce la percezione di ogni controllo così come diventano trasparenti le pareti divisorie che separano le celle. Nel panottico globo-acquario tutti sono interconnessi, si connettono e comunicano tra di loro, collaborano alla realizzazione di comunità e reti di contatti e così facendo esercitano un controllo che nasce dal bisogno individuale di trovare risposte alle proprie angosce e solitudini attraverso la frequentazione e la rappresentazione di se stessi in Rete. Per interagire, comunicare e relazionarsi ogni giorno gli abitanti della caverna-acquario producono una enorme quantità di dati che rimangono sempre presenti e disponibili a guardiani dotati di strumenti e algoritmi per analizzarli, categorizzarli e usarli e che trasformano ogni cella e ogni suo abitante in un cristallo trasparente e molto fragile. 

Alla costante ricerca del significato della vita, grazie alla disponibilità dei nuovi mezzi digitali, si cercano risposte esponendo sé stessi online, abbandonando la propria sfera privata (nessuno sa cosa gli algoritmi possono fare in futuro con i dati personali) ed intima, esponendola senza pudore alla vista di tutti. Questa trasparenza è all’origine delle nuove forme “democratiche” di controllo caratterizzate da un controllo orizzontale e totale auto-prodotto nel quale sparisce la libertà d’azione individuale e si contribuisce a un livellamento che rende più facile l’azione di chi ha fornito i materiali e le risorse per la realizzazione del globo-acquario e che ne possiede i meccanismi e le logiche di funzionamento. 

Il sorvegliante del panottico mondo non è più visibile ma è sempre presente, come è stato ben descritto da Michel Foucault nel suo libro Sorvegliare e punire, nel quale il panottico è usato come modello e forma di un potere invisibile che non si cala più dall’alto sulla società ma la pervade dal di dentro facilitando e alimentando una serie di relazioni multiple che fanno credere ad una distribuzione e democratizzazione dl potere. 

Rispetto ai tempi in cui Foucault ha scritto il suo libro, il panottico attuale si è ulteriormente evoluto trasformandosi da macchina politica e di controllo in “elemento funzionale del processo produttivo”. La socialità del mondo-acquario non serve a far crescere fiducia ed a rafforzare relazioni ma a ottimizzare rapporti di produzione nei quali il consumatore è destinatario-vittima costante di messaggi e inviti a consumare e ad acquistare nuovi beni di consumo. Il tutto in una situazione nella quale ognuno collabora attivamente nel ridurre la sua stessa libertà a controllo condiviso, nel trasformarsi in vittima e carnefice e nel  rendersi sempre più complicata la ricerca del senso della vita, sia essa quella online o nella realtà al di fuori dell’acquario. 

Il data-occhiale che cambia la percezione della realtà 

 

Il Fish-Eye dei Monty Python non è più l’obiettivo di una singola telecamera ma un data-occhiale, un Google Glass o in Oculus Rift universale imposto a tutti gli abitanti del mondo virtuale. Un occhiale capace di cambiare la percezione della realtà, modificando al tempo stesso l’ambito sul quale è focalizzata la domanda sul senso della vita. Anche le risposte ottenibili cambiano di senso essendo rivolte non tanto a un essere umano in carne e ossa ma al profilo percepito (“essere è essere percepito” di George Berkeley) di quella persona attraverso le informazioni che lui stesso ha pubblicato e condiviso online. Dati e informazioni che possono anche essere veritieri ma pur sempre il frutto di un racconto di sé condizionato dai bisogni e dai desideri del momento. 

In un futuro non più molto lontano, le risposte sul significato della vita potrebbero essere fornite da Chatbot come quelli di Google o di Microsoft. Intelligenze artificiali capaci di capire il linguaggio naturale e di conversare con un umano e di fornire risposte plausibili come quelle che Google ha già ottenuto applicando modelli di intelligenza artificiale di tipo conversazionale al suo motore di ricerca e con risultati da far riflettere: “Human:what is the purpose of life ? Machine: to serve the greater good . Human: what is the purpose of living ? Machine: to live forever . Human: what is the purpose of existence ? Machine: to find out what happens when we get to the planet earth . Human: where are you now ? Machine: i ’m in the middle of nowhere . Human: what is the purpose of dying ? Machine: to have a life . Human: what is the purpose of being intelligent ? Machine: to find out what it is . Human: what is the purpose of emotions ?  Machine: i don ’t know .” 

Anche se le macchine potranno sostituirci nelle nostre attività e impareranno a elaborare domande e risposte apprendendo da esse e in futuro anche a provare emozioni ed affetti, solo agli umani è dato il dono dell’esistenza.  Oggi molta parte di questa esistenza è online, su Internet, dentro centri commerciali e ristoranti fast-food, all’interno di spazi customizzati e trasparenti ma anche molto controllati, umanamente spersonalizzati ed etero-gestiti. In questi spazi il rischio è di trasformarsi in tanti pesci in acquario, felici come i pesci quando sono nell’acqua ma anche incapaci di trovare risposte alle numerose domande esistenziali che ci assillano. 

Trovare le risposte adeguate non è facile e lo sarà ancora meno se, invece di continuare a interrogare sé stessi sul senso della propria vita, si accetteranno le risposte standard che la realtà digitale della società capitalistica e tecnologica attuale cerca di suggerire. Tra le domande da porsi alcune sono necessariamente legate all’uso della tecnologia e ai suoi effetti collaterali. Essere sempre connessi, partecipare al gioco ludico dei social network e delle reti globali rischia di trasformare tutti in semplice massa, un banco di pesci in perenne competizione per l’accaparramento delle risorse (una luce che attrae, la presenza di cibo, ecc.) e in grado di muoversi all’unisono in base a leggi introiettate e condivise dai membri. 

Mentre i banchi di pesci sono però un modo intelligente per difendersi da predatori esterni e per attivare meccanismi di difesa adeguati, le masse digitali rischiano di essere semplici assembramenti casuali di individui isolati, prigionieri dei loro ego e incapaci di agire in sintonia con altri. Individui che si riuniscono intorno a un marchio o a una Marca ma che fanno fatica a fare comunità e a sperimentare la solidarietà e la compassione. Individui che formano reti sociali nomadi e volatili, ricche di MiPiace e notifiche di cambiamenti di stato, ma che mancano dello spirito etico che sempre caratterizza le comunità sociali. Individui che si consegnano liberamente ai fornitori di tecnologia, ne assorbono i modelli di produzione e la filosofia di vita e finiscono così anche per dare risposte uniformi alle loro domande sul senso della vita. Queste risposte dovrebbero essere individuali, legate all’esperienza di ognuno perché il significato di qualcosa prevede l’interazione tra un soggetto e un oggetto e la compresenza di entrambi. L’uso delle stesse interfacce tecnologiche e le loro esperienze utente rende molte esperienze tra loro simili ma non sovrapponibili. 

Per William Shakespeare la vita è un palcoscenico sul quale gli umani si muovono come attori. Facebook e i numerosi mondi abitati della Rete sono il palcoscenico attuale di attori umani, nella veste di algoritmi e profili digitali, impegnati ogni giorno a recitare ma anche a creare nuove storie frutto della loro immaginazione e narrazione. In questo storytelling continuo molti ritrovano se stessi e il significato della loro vita. In questa attività creativa e continua, diversa da quella che spinge i pesci nell’acquario a spostamenti continui e senza senso, sta forse la via di uscita per trovare alcune risposte sul senso della vita. Un modo per difendersi dalla bulimia dei protagonisti della scena tecnologica che hanno predisposto e controllano l’acquario come un panottico moderno che sta rendendo tutti dei semplici pesci massa e con un significato della vita unico.


[i] Byung-Chul Han è nato nella capitale della Corea del Sud, dove ha studiato metallurgia ed è considerato uno dei più interessanti filosofi contemporanei. Allievo di Sloterdijk nel 1980 si è trasferito a Berlino, dove ha studiato filosofia, letteratura tedesca e teologia cristiana a Friburgo in Brisgovia e a Monaco di Baviera. Ha ricevuto il Ph.D. nel 1994 con una tesi su Martin Heidegger.  Nel 2000 si è trasferito all'Università di Basilea, dove si è abilitato all'insegnamento universitario di filosofia. Nel 2010 è diventato professore e dal 2012 insegna all'Universität der Künste Berlin. I suoi libri sulla tecnologia hanno conquistato un pubblico crescente anche in Italia.  I suoi libri sono pubblicati in Italia Nottetempo: La società della stanchezza (2012), Eros in agonia (2013) La società della trasparenza (2014) e Nello sciame. Visioni del digitale (2015) e Piscopolitica (2016).

 

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