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23 Agosto 2021 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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“Com'è bella la città; Com'è grande la città; Com'è viva la città; Com'è allegra la città; Vieni, vieni in città; Che stai a fare in campagna?” ( Gaber, 1972). Forse Gaber aveva ragione, la città rappresentava una via di fuga, una percepita cornucopia di opportunità, l’illusione di una vita migliore. Oggi con i boschi in fiamme è diventata anche un modo di mettersi al sicuro.

Anche io ho scelto la città, in realtà ho scelto Milano che nel contesto italiano è un’isola fatta di diversità, accoglienza, generosità, innovazione, volontariato, antifascismo, e molto altro ancora. Ho scelto la città ma ho sempre tenute ben salde le mie radici in montagna, realtà che ha anch’essa radici profonde, che non ci sta a essere trasformata in parco giochi, in prodotto da consumare in modalità bulimiche e ludiche che creano disvalori dagli effetti nefasti per tutti.
 
In questo interminabile periodo epidemico la #montagna è servita da via di fuga, area di rifugio. Molti però non hanno colto l’importanza del rispetto che si deve alla montagna (la sacra casa degli dei dell’antichità), soprattutto dentro la crisi climatica che stiamo vivendo.
Ne sono derivati comportamenti fruitivi ludici che hanno generato in molti montanari e amanti della montagna sconforto e rabbia.  Perché la montagna non è un parco ma un territorio naturale nel quale sperimentare ricerca e conoscenza, in simbiosi con la natura, per dare senso alla propria vita, con i rischi che ne derivano.
 
La montagna non è un parco giochi, non è uno spazio tecnologico da bikers e-aiutati, non è neppure un paesaggio da play station o smartphone. Non è un territorio nel quale ciaspolare, esercitare tecnica e abilità e praticare il narcisismo dei selfie. La montagna è uno spazio culturale e di consapevolezza, un’esperienza di vita, una opportunità di praticare il silenzio, la riflessione e l’assenza del bisogno bulimico di comunicare (hei guarda dove sono…), un percorso lento e qualitativo di continua ricerca, anche esistenziale e spirituale, la capacità di tornare a casa…sempre!
 
A pensarla così però siamo rimasti in pochi. Pochi dinosauri (https://lnkd.in/dz3xdkvF), obsoleti, ancorati a valori in via di decomposizione, tribù in via di estinzione, dentro un trend che vede la montagna trasformarsi in parco giochi e opportunità immobiliare, prodotto da consumare e mostrare come semplice background di selfie narcisisti e celebrativi.
 
Io che di selfie non ne ho mai fatti (LEAVE NO TRACE!) continuo a ritenere che la montagna non possa fare da background ma sia maestra di vita, un simbolo che ci trascende e che ci aiuta a volare in alto coltivando la consapevolezza dell’ambiente  e di noi stessi.
 
Secondo Renè Daumal: “L’alto conosce il basso, il basso non conosce l’alto. Salendo devi prendere sempre nota delle difficoltà del tuo cammino, finché sali puoi vederle. Nella discesa non le vedrai più, ma saprai che ci sono se le avrai osservate bene.”

Salendo!

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