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Creare relazioni autentiche

Creare relazioni autentiche

08 Maggio 2019 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Il nuovo libro di Anna Maria Palma e Lorenzo Canuti. Tutto centrato sul tema della gentilezza come nutrimento fondamentale per coltivare relazioni autentiche ma soprattutto per trattarsi e trattare bene gli altri. Lontano dagli stereotipi, dalle pratiche più o meno diffuse, e dai luoghi comuni che raccontano la gentilezza nella semplice forma di cortesia, buone maniere e di buona educazione.

Punto di partenza del nuovo libro degli autori di La gentilezza che cambia le relazioni – Linfe vitali per arrivare al cuore, è una sensibilità non comune sulla sofferenza che ogni persona sperimenta ogni qualvolta si trova a essere ignorato, negato, non considerato, spesso non ascoltato e mortificato. Nella sua vita personale, sociale, lavorativa e professionale.  

Questa sensibilità non è esagerata e trova riscontro in una sofferenza oggi molto diffusa che si esprime nella forma di una solitudine contemporanea sofferente che, per usare le parole del filosofo Miguel Benasayag, genera passioni tristi. La solitudine e la sofferenza che ne derivano suggeriscono la costante ricerca di soluzioni, di sbocchi creativi e positivi. L’obiettivo è il superamento di inquietudini, ansie e angosce ma soprattutto la ricerca e la capacità di trovare forme e modi concreti per dare un senso alla propria vita e, per usare le parole dei due autori del libro di cui parliamo, per imparare strada facendo a trattarsi bene e a trattare bene gli altri. 

Uscire dalla solitudine e imparare a resistere alle difficoltà di vivere dentro una realtà sempre più caotica e incomprensibile, non è cosa semplice né facile. Non lo è perché nella nostra era tecnologica siamo soli pur avendo centinaia di contatti virtuali online, siamo isolati pur interagendo e conversando attraverso i nostri profili digitali, veri e propri avatar e alter ego di quello che siamo o vorremmo essere, con altre centinaia di profili usati da altri con le stesse finalità, infine siamo iperconnessi dentro spazi sociali ricchi e affollati da persone reali con le quali abbiamo disimparato a interagire e comunicare di persona. Ne deriva una separazione dagli altri, ma in fondo anche da noi stessi. Con il risultato che si finisce per trattarsi male e trattare male gli altri, sempre più vissuti come semplici esistenze digitali e meno come persone reali. 

La solitudine del cittadino dell’era tecnologica trova residenza nelle case, dentro i nuclei familiari e le coppie di fatto, nella scuola e negli ospedali, nelle aziende e nelle organizzazioni pubbliche. Crea sofferenza che si somma ad altre forme di sofferenze, pre-tecnologiche, che si manifestano negli abusi di potere, nelle prevaricazioni e violenza del linguaggio, nell’arroganza e nella prepotenza. E’ una sofferenza che nasce dal non sentirsi considerato, dal percepire relazioni non simmetriche, ingiuste e poco rispettose di ruolo, genere, competenze e capacità. Tante situazioni che negano bisogni, che non soddisfano esigenze reali e desideri, che non rispondono adeguatamente ad aspettative, richieste e sollecitazioni. 

Una risposta ai bisogni emergenti determinati dalle tante sofferenze diffuse è quella offerta da Anna Maria Palma (autrice con me anche di un altro libro La gentilezza che cambia le relazioni digitali) e Lorenzo Canuti nel loro nuovo libro Creare relazioni autentiche – Nutrire il cuore con i frutti della gentilezza.

Un libro tutto improntato sulla gentilezza e le numerose analogie a essa associabili. La gentilezza che interessa gli autori è quella costruita sull’autenticità e intimità della relazione e sulla capacità di so-stare nel cuore di ogni relazione cogliendo e valorizzando i dettagli minori che la caratterizzano. In ogni ambiente, ruolo e dimensione essa trova espressione. E’ una relazione che fornisce risposte concrete e creative alla solitudine, suggerendo e facilitando il passaggio dall’arcipelago dell’Io a quello del ‘Noi’, dal narcisismo dei tanti Ulisse moderni al suo superamento attraverso la ricerca dell’isola che non c’è. Un’Itaca lontana ma agognata da tutti come lo era da Ulisse che sapeva di poter trovare la serenità solo ritrovando le relazioni perdute con la sua compagna, il figlio e gli amici, la sua terra con i suoi profumi e odori. 

La strada per lo stare bene obbliga a lavorare su sé stessi, a costruire e coltivare relazioni. Un modo per riuscire a farlo consiste nel prestare attenzione, nel maturare una maggiore (auto)consapevolezza (oggi anche una tecnoconsapevolezza), e nel coltivare la propria response-ability.

Tre dimensioni obbligatorie per trovare la propria strada per l’isola che non c’è e per riuscire a raggiungere la destinazione finale in compagnia di altri, rispettandone le specificità e differenze, le prerogative e le aspettative, ma soprattutto le libertà e le scelte. Un viaggio fatto insieme, tanti individui che hanno scelto di viaggiare insieme ad altri perché con essi condividono l’importanza della disponibilità all’incontro e alla condivisione, e soprattutto del peso che tante disponibilità simili può raggiungere. Il risultato finale non è mai una semplice sommatoria ma, come in tutti i sistemi complessi, ben più grande, diverso, soprattutto qualitativamente. Ad esempio nelle interazioni,  conversazioni e relazioni che si possono stabilire durante il viaggio. 

La metafora del viaggio emerge dal libro dei due autori insieme a quella dell’isola che non c’è.  Entrambe le metafore servono a sottolineare l’importanza di prendersi cura dell’altro e dell’esclusione che oggi potrebbe colpirlo (il pensiero va al migrante ma non solo, tutti siamo in realtà dei migranti, tutti alla ricerca di nuove isole affettive, relazionali, emotive e cognitive), un modo per prendersi cura anche di sé stessi. Una espressione del prendersi cura è contribuire a lenire la tanta sofferenza in circolazione, operando in modo da evitare conflitti e superare le tante disconferme che spesso la alimentano. 

Riprendendo i temi trattati nel loro primo libro, gli autori insistono sul ruolo della gentilezza identificando quattro spazi o dimensioni fertili per favorirla. Si può parlare diverso per pensare in modo gentile. Tutto l’opposto della brutalità del linguaggio che caratterizza molte delle relazioni online e soprattutto la comunicazione politica corrente fatta di chiacchiere cinguettanti nelle quali manca spesso il pensiero e il cui linguaggio fa strame della lingua, la nostra matria (citazione da Massimo Cacciari) senza la quale saremmo senza una dimora, anche relazionale. Un’altra dimensione è quella del pensare diverso per parlare in modo gentile. Anche questo richiama un invito alla realtà odierna fatta di comunicazioni veloci, poco pensate e dalle quali sembra essere escluso il pensiero critico che porta alla consapevolezza. La  terza dimensione è quella dell’ascoltare nel silenzio la gentilezza. L’invito all’ascolto nel silenzio, anche se richiama alla meditazione e alla mindfulness, sembra più un urlo esistenziale che gli autori lanciano con gentilezza ma con forza, sapendo quanto sia oggi difficile non soltanto superare il rumore ma soprattutto farsi ascoltare e soprattutto capire. Un urlo che tutti dovrebbero contribuire ad alimentare e il cui buon esito tutti dovrebbero contribuire a ricercare. Infine la quarta dimensione recita la response-ability dell’ascolto. 

Il testo termina con un diario della gentilezza e con il contributo di una costellazione di compagni di viaggio che hanno contribuito al lavoro degli autori con le loro riflessioni e considerazioni sulla gentilezza. Di altri membri della costellazione sono stati ripresi e riportati pensieri e riflessioni usati nel testo a sostegno delle idee degli autori e del loro argomentare. 

Tutti coloro che nella costellazione non ci sono ancora sono invitati a un gesto gentile, ad esempio acquistando il libro!

 

 

 

 

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