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E’ possibile resistere all’algoritmo?

E’ possibile resistere all’algoritmo?

25 Novembre 2019 Carlo Mazzucchelli
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La tecnologia odierna non è più neutrale, tanto meno lo sono gli algoritmi che la governano. I computer che tutti usano sono molto diversi da quelli di un tempo. Non sono più semplici terminali di connessione ma parte integrante di una infrastruttura in Cloud composta da migliaia di server, di software e di algoritmi di cui sappiamo poco o nulla. Algoritmi potenti e sofisticati, incaricati di raccogliere masse smisurate di dati, in forma di informazioni e comportamenti, per poi organizzarli, renderli utilizzabili, anche in forma di sorveglianza e controllo. Difendersi da questi algoritmi robotizzati sembra impossibile. Ciò non toglie che ci si possa continuare a interrogare come farlo.

Chi frequenta le reti sociali online crede di fare delle scelte libere ma in realtà è dentro un acquario ideologico dominato dalle logiche di robot e algoritmi costruiti ad arte per soddisfare i bisogni, le mire e gli obiettivi, generalmente di guadagno e di potere, di chi li ha creati. Il vero potere degli algoritmi nasce dalla loro capacità di raccolta ma soprattutto dalla loro abilità nel creare contesti esperienziali dai quali possano nascere sempre nuovi dati, informazioni e comportamenti utili al raggiungimento dei risultati per i quali sono stati creati. 

Per chi usa le reti sociali il risultato è spesso la distorsione della realtà che finisce con il coincidere con quanto viene pubblicato sul muro delle facce personali. Ciò che si crede sia l’opinione di tutti finisce per diventare reale solo se e quando trova espressione dentro il muro personale di un profilo Facebook o di altri social network. La trasformazione non è sempre consapevole a livello individuale, spesso è il frutto dell’azione di algortimi potenti, capaci di distorcere la realtà delle cose. E’ sufficiente esprimere un MiPaice o fare la scelta di seguire qualcuno o qualcosa e l’algoritmo inizia la sua azione manipolatoria e condizionatrice.  Lo fa suggerendo contenuti da seguire, pagine da visitare, inviando messaggi di segnalazione e allerta e sollecitando una reazione o un feedback alle azioni intraprese da amici o contatti della rete personale. 

Essere intelligenti significa saper dubitare, dei suggerimenti dell’algoritmo,  delle proprie convinzioni mantenendo la capacità di elaborare pensiero critico. In particolare quando emergono novità, cambiano le circostanze e il contesto, emergono tendenze nuove e segnali di cambiamento. L’algoritmo non sembra però pensato per favorire intelligenza, libertà di scelta e capacità di cambiamento. L’algoritmo ci vuole inflessibili, ostinati, e settari, perché è costruito sui nostri pregiudizi, compreso quello della conferma, e sulla sua abilità nell’alimentarli in modo persistente. La battaglia tra intelligenza individuale e algoritmi per la folla sembra impossibile da vincere. Lo è almeno per quanti, come Jaron Lanier, pensano che siamo tutti imprigionati dentro un grande esperimento pavloviano nel quale vengono utilizzate caramelle e regali con l’unico obiettivo di modificare il nostro comportamento indirizzandolo ad azioni precostruite, spesso associate a promozioni commerciali seducenti, annunci pubblicitari e iniziative marketing, con l’obiettivo di creare dipendenza (fidelizzazione?). 

Il contesto consumistico definito dagli algoritmi tecnologici non è limitato al consumo delle merci. Si è esteso alla politica, oggi dominata da una radicalizzazione che corrode le democrazie occidentali facendo emergere leader aggressivi, autoritari, paranoici e tribali.  Leader di questo tipo trovano alimento nella realtà sociale problematica corrente fatta di elevata disuguaglianza, di crescente povertà e di precarietà lavorativa. Trae alimento anche dal ruolo che le reti sociali online hanno avuto nel trasformare cittadini in semplici follower, persone normali in tanti idioti pronti a credere a qualsiasi cosa, purché sia pubblicata sulla pagina di un influencer di riferimento. 

Per molti questo tipo di pensiero o riflessione è semplice catastrofismo o espressione di tecnofobia. Ciò non toglie in ogni caso che si debba prestare attenzione agli effetti della tecnologia sulla testa delle persone ma anche sulla  società. Dopo avere sperimentato il cyberottimismo e il cyberentusiasmo dei dispositivi mobili e delle loro APP, oggi potrebbe essere utile dare ascolto alla propria tecnopreoccupazione, con l’obiettivo d maturare una maggiore tecnoconsapevolezza. Il sentimento della preoccupazione deve essere vissuto con disillusione, guardando ai vari fenomeni sociali e politici in Rete con spirito critico e con l’obiettivo di imparare a usare i mezzi tecnologici, dopo averli meglio studiati, conosciuti e compresi, per scopi e finalità positive. 

Un modo per farlo è non farsi catturare dalla moltitudini agitate dagli algoritmi, non farsi imprigionare in masse di persone trasformate in mute aggressive e sempre in caccia, favorire la costruzione di comunità aperte, dialoganti, capaci di accettare il diverso e la diversità del suo essere e pensiero, di ascoltare voci, idee e opinioni diverse dalle proprie. Così facendo si potrebbe forse riuscire a istruire l’algoritmo ad apprendere cose diverse e a farsi una ragione del fatto che le persone hanno deciso di mantenere una mente aperta. Il movimento delle Sardine italiane è forse un primo esperimento di questo tipo. Si stanno scontrando con la brutalità, la volgarità e l’odio disseminati in Rete, forse con l’aiuto degli algoritmi, dalla parte con cui hanno deciso di combattere, ma la loro azione potrebbe suggerire agli stessi algoritmi un approccio pragmatico che porti a nuove forme e finalità di apprendimento.

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