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FACEBOOK È MORTO, VIVA I SOCIAL?

FACEBOOK È MORTO, VIVA I SOCIAL?

14 Novembre 2022 Carlo Mazzucchelli
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Un articolo pubblicato sulla rivista The Atlantic e scritto da Ian Bogost racconta l’era dei social network come arrivata alla fine, aggiungendo che non sarebbe mai dovuta iniziare. E chissà se e quanti oggi potrebbero essere d’accordo con lui.

Il punto di partenza dell’articolo è la crisi irreversibile (questo lo penso io) di Facebook (il licenziamento di undicimila dipendenti è una cartina di tornasole) ma anche di altre piattaforme come Twitter. È una crisi ricca di opportunità, almeno per coloro che da tempo vivono il disincanto tecnologico (le piattaforme social non sono social network, non sono neppure network, ma media sui quali tutti si ritengono giornalisti, influencer, ecc.) e hanno iniziato una riflessione critica sulla tecnologia e sull’uso che ne viene fatto. L’opportunità è quella di ritornare a comunicare, a relazionarsi, a interagire da esseri umani e non da profili. 

Si tratta di una opportunità, non è detto che venga colta. Anzi molti, forse moltitudini, continueranno a esprimere la loro opinione su tutto, a cercarsi un pubblico, a continuare a parlare, commentare, comunicare e raccontare, a cercare di essere ascoltati e apprezzati come se tutto ciò definisse ciò che significa essere un essere umano, una persona. 

Per cogliere questa opportunità l’homo technologicus o mediantropo (siamo ormai ibridati tecnologicamente, non si torna indietro!), dovrebbe essere in grado di capovolgere i rapporti di forza, oggi prepotentemente in possesso delle tante macchine tecnologiche che hanno colonizzato l’esistente e l’esistenza di molti, fortunatamente non di tutti. Con una conseguenza, quella dello svuotamento della vita interiore dell’individuo, della sua umanità. Una vita per questo trasformata in una specie di microchip/algoritmo capace di interpretare la realtà grazie a semplici dati, di calcolare cosa fare in base a schemi e modelli puramente operazionali e funzionali, di perseguire obiettivi di tipo produttivo e puramente utilitaristici. 

Cogliere l’opportunità non ha nulla a che fare con un semplice cambiamento di abitudini. Si tratta di abbandonare l’ideologia della tecnica e compiere una rivoluzione valoriale ed etica. Ristabilendo una relazione con il tempo diversa da quella attualmente dettata dall’uso delle piattaforme digitali, si tratta poi di recuperare l’uso di alcune facoltà umane, oggi in una fase asmatica, regressiva e sofferente, come l’immaginazione, la fantasia, la memoria, la razionalità umana, la riservatezza, il giudizio, la scelta, l’empatia, la capacità di progettare utopie, ecc.   

Tutto ciò rappresenterebbe un piccolo passo per un grande balzo capace di reinventare l’essere umano nell’era digitale, per andare oltre la realtà tecnologica attuale fatta di intelligenze artificiali, algoritmi, cloud e Big Data, per OLTREPASSARE vincendo le sfide che le nuove tecnologie hanno posto all’essere umano in una fase evolutiva tra le più complicate nella sua storia sulla Terra. 

Più che di postumanesimo bisognerebbe parlare di nuovo umanesimo.

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