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Illusioni umane e ibridazioni tecnologiche

Illusioni umane e ibridazioni tecnologiche

14 Dicembre 2022 Il consulente filosofico
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La consulenza filosofica può portare quel cambiamento che molte persone hanno colto la necessità di attuare: il ritorno all’umano. Per far ciò bisogna prima capire la natura del concetto di “cambiamento” così intesa in questo contesto. Più che tras-formazione è piuttosto una ri-appropriazione, che inevitabilmente deve e può ancora togliere spazio in vari settori e abitudini alla tecnica. Per instaurare un processo di umanizzazione infatti, è fondamentale prima avversare il concetto di “cambiamento” instaurato nell’era moderna della tecnica, con reminescenze di positivismo sapendo anche che il post-modernismo, la nostra epoca, ha traccia. Il mito dell’uomo e del futuro, dello scientismo, ha già prodotto nei primi del novecento frutti lampanti di dis-umanizzazione, come ha fallito grandemente nei suoi intenti.

Consulenza filosofica e dialogo socratico nell’era tecnologica

 “La tecnica è la magica danza che il mondo contemporaneo balla!” – Ernst Junger -  “Da me non hanno imparato nulla, bensì proprio e solo da sé stessi molte cose e belle hanno trovato e generato; ma d'averli aiutati a generare, questo sì, il merito spetta al dio e a me.” - Socrate (Teeteto)

L’era tecnologica e digitale suggerisce leadership riflessive, dialoganti, capaci di interpretare le categorie dell’efficienza organizzativa, delle capacità individuali e dell’efficacia alla luce della rivoluzione tecnologica e nell’ottica delle persone.

Internet, smartphone, piattaforme social hanno trasformato ogni attività online in conversazioni, spesso caratterizzate dalla superficialità dell’interazione e dalla brutalità del linguaggio. Conversare però non è dialogare. Dialogo significa parlare attraverso, con il desiderio di trovare un punto in comune. Il dialogo è anche mettersi nei panni degli altri, non è un semplice scambio di opinioni, neppure una discussione dialettica finalizzata ad avere ragione. Si basa sull’ascolto dell’altro, sulla capacità di catturare l’attenzione reciproca e sull’ottenimento di un consenso generale. 

Il dialogo oggi è anche strumento della pratica filosofica che il consulente filosofico utilizza con persone che vivono l’era digitale attuale con incertezza, disagio, ansia, stanchezza e insoddisfazione. Il dialogo serve a porsi domande, a guardare alla realtà in modo diverso, a superare schemi fissi e i paradigmi che li sostengono, bias di conferma, per andare alla ricerca di nuove strade. Il dialogo è importante, fondamentale, per superare i conflitti e nella consulenza filosofica diventa cura e prendersi cura. Di dialogo, consulenza filosofica, era tecnologica, leadership e organizzazioni abbiamo deciso di parlare, in forma di intervista, con manager d’azienda, consulenti filosofici, leader di mercato e studiosi.  

L’intervista è condotta da Carlo Mazzucchelli (fondatore di www.solotablet.it) con Davide Febi, consulente fiosofico


 

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale come consulente filosofico? Achi si rivolge la sua attività di pratica filosofica? Nella sua attività quanto è sentita la necessità di una riflessione critica sulle nuove tecnologie, sull’era tecnologica e dell’informazione attuale? In che modo la sua attività può indurre il cambiamento che tutti sembrano oggi ricercare? 

Buongiorno, certamente. Sono Davide Febi, trentunenne, ho una laurea magistrale in scienze religiose ed in corso una laurea magistrale in scienze filosofiche applicate, ho conseguito un master in Risorse Umane ed un master in corso in consulenza filosofica, altri due master in Storia della filosofia e storiografia e in Filosofia ed epistemologia della scienza.

Ho pubblicato il libro “Lo splendore della Verità”, dal contenuto filosofico e religioso, pubblicato un album musicale, ho scritto in varie testate online ed insegnato nella scuola pubblica come docente in supplenza. Svolgo abitualmente consulenze filosofiche da tre anni ed insegno privatamente filosofia, metafisica, corsi specifici sul pensiero critico, antico e moderno e sulla filosofia contemporanea.

Nella mia attuale attività di consulente filosofico ho l’opportunità di aiutare, pensando insieme alla persona con l’apporto della filosofia, i suoi stati mentali, le sue credenze, i punti cardine che muovono il suo giudizio in direzione di se stesso e della realtà, per snodare il laccio confusionale che può presentarsi nell’approcciarsi in un mondo che non è mai come ci si aspetta e che attualmente cambia a vista d’occhio anche i propri parametri argomentativi.

La consulenza filosofica è quindi indirizzata alla persona che si trova ferma  e ripiegata su se stessa spesso nonostante i propri sforzi, ma anche quella persona che non riesce a trovare più il senso di procedere, la persona che si è accorta che sta perdendo il controllo di se stessa e delle proprie certezze, come quella che non riesce a trovare una soluzione a eventuali situazioni che non richiedano interventi psicologico-meccanici ma che hanno origine nella propria incapacità e mancanza strumentazione concettuale per individuarne il nervo. Lo stesso discorso è valido per quelle aziende a cui serve saper leggere i tempi e il dinamismo del presente spesso in rotta con i propri progetti o principi, instaurare un ambiente sereno e produttivo, dove i dipendenti non si sentano avulsi o minacciati dalla realtà lavorativa, trovare vie etiche perché le questioni spinose o apparentemente facili non intraprendano strade che portino a conseguenze dannose per i singoli o la società.

Nella mia attività la necessità di una riflessione critica sulle nuove tecnologie e sull’attuale informazione nell’era tecnologica ha una valenza emergenziale, la ritengo personalmente la prima delle questioni focali del nostro tempo come della natura di molti problemi della persona e della società, la ringrazio molto di questa domanda. Siamo dentro da anni all’era della tecnica la quale, una volta partita, non ha arresto possibile. Ora, o l’uomo si riprende e ritaglia un posto all’interno di questa realtà oppure ne sarà inevitabilmente assorbito.

La tecnica comincia a mettere le sue radici già dalla prima rivoluzione industriale, dove nell’apparato neoliberista e nell’individualismo di concezione moderna assume un ruolo richiesto. Perché sì, la tecnica è stata voluta da noi, dalla nostra incapacità di accettare i nostri limiti, dalla concezione del mondo come unico senso e scopo, dall’economia intesa come motore d’azione di ogni possibilità, libertà e società. Essa è estensione, estensione dell’uomo per le sue azioni e attività, ma è ontologicamente e primariamente estensione del mondo, della concezione dell’essere del mondo e dell’epoca.  

La tecnica è frutto dell’unione tra la materia del mondo e l’intelligenza analitica umana, priva della parte interiore e “istintuale”, è la volontà di potenza umana che sposa la stessa volontà di potenza intesa in quanto verità della realtà, in un dinamismo di crescita esponenziale della “manifestazione dell’essere” e della necessità che ha di sua natura. Avendo dato credito al concetto, come anche annullato principalmente basi etiche per un’avanzare di infinita scelta e possibilità sul piano mondo-materia, l’essere è concepito in tal modo e in tal modo l’uomo si rende suo complice e servo. Come si può capire, il capitale stesso e servo della tecnica, la quale spinge verso infinite possibilità la direzione del mondo stesso e di ciò che ne permette il sostentamento sociale. L’antropologia sociale che denota la nostra specie viene ridotta ad una rincorsa verso le modalità che la tecnica ci offre all’interno dello stesso spazio che lei ha posto, annullando di conseguenza un’autonomia sostanziale dell’umanità e quindi con essa lo stesso concetto di libertà.

La consulenza filosofica può  portare quel cambiamento che molte persone hanno colto la necessità di attuare: il ritorno all’umano. Per far ciò bisogna prima capire la natura del concetto di “cambiamento” così intesa in questo contesto. Più che tras-formazione è piuttosto una ri-appropriazione, che inevitabilmente deve e può ancora togliere spazio in vari settori e abitudini alla tecnica. Per instaurare un processo di umanizzazione infatti, è fondamentale prima avversare il concetto di “cambiamento” instaurato nell’era moderna della tecnica, con reminescenze di positivismo sapendo anche che il post-modernismo, la nostra epoca, ha traccia. Il mito dell’uomo e del futuro, dello scientismo, ha già prodotto nei primi del novecento frutti lampanti di dis-umanizzazione, come ha fallito grandemente nei suoi intenti. Ritorna invece la parola “rivoluzione”, ingannevole nella sua considerazione, in quanto richiede un abbandono di una certa fondatezza per abbracciare il mistero del nuovo, che viene ancor oggi visto come più positivo del “vecchio”. Ed ecco che in questa lettura il concetto di “cambiamento” viene a farsi apparente, ci riporta a pochi istanti prima dello scoppio dell’industria e del potere della tecnica, in un umanesimo che ha come valore dell’uomo l’uomo stesso, il quale però non solo è una contraddizione ma è un ritorno alla potenza del pensiero come assoluto, tanto disattesa nella sua attualizzazione moderna che per l’appunto ha prodotto una ri-voluzione dell’uomo contro l’uomo stesso nel suo avvicendarsi.

L’azione invece richiesta è prima la destrutturazione dell’apparato tecnico-estensivo, quindi sia nei bisogni secondari dell’uomo che nel concetto stesso di essere, da riformulare o riprendere altrove, quando l’assoluto non era né l’uomo né il mondo in quanto tale come campo delle tante libertà che debbono attuarsi. Ci è richiesta quindi una nuova informazione, mediante un passaggio prettamente umano, un ascolto attivo, il quale è fondamentale per un contatto con la verità e i bisogni dell’altro, e una ri-valutazione del tempo come della corporeità, che sono parte integrante e fondante dell’esistenza di ognuno e che la tecnologia sembra aver cominciato a cancellare. Non di meno importanza sono gli scopi, i quali devono oltrepassare i bisgoni egoistici, e trovare un senso e un valore al di là della contingenza e precarietà, così da muovere la persona verso una via di valore, per sé e la società stessa. Possiamo infatti vedere come la tecnologia sia oggi lo scopo stesso e matrice di scopi sottostanti, i quali vengono allo stesso tempo e in modo immantemente immediato soddisfatti, avendone già prima creato il bisogno ulteriore nei singoli, distogliendoli da fini più concreti e a lungo termine. E questo solo la filosofia può e sa come farlo, se non la si vive già all’interno di un concetto di forma dinamica individualista e solo apparentemente anti-tecno-cratico, come già in Nietzsche ed Heiddeger possiamo trovare, in un essere che non sia un tentativo umano di assoluto per l’assoluto come in Hegel e la stessa matrice illuminista, che come afferma lo stesso Habermas “Deve ancora esprimersi del tutto”. L’uomo si aiuta mettendo al centro il suo valore di ricerca e senso, non la sua umanità in quanto tale, altrimenti ci sarà una valorizzazione di tutti quelle dimostrazioni della sua assenza di equilibrio in sé, che devono essere visti e abbracciati, ma non eletti a regola, relativizzando le parti migliori della nostra specie, cariche di senso e alterità.

L’uomo non si sente all’altezza delle sfide dell’oggi, di se stesso, della società. Il fallimento del positivismo è evidente, ma il suo lascito, cioè la tecnica, perdura e matura. Essa infatti pone l’uomo ancora più davanti alla sua inutilità riguardo capacità, impegno, produzione. L’uomo intanto perde voglia, impegno, valore della fatica, di riflessione, incontro, lasciando che sia la tecnica a farlo, in modo immediato e distaccato. Di fatto la tecnica è contro l’uomo, seppur l’uomo che essa sia suo valido e, ora, unico vero aiuto. La tecnica vuole assorbirlo, come assorbe ogni altra realtà del mondo immanente nel suo algoritmo e, l’uomo, per stare al passo con sé stesso e i dettami che la stessa tecnica pone con la sua potenza, vuole essere assorbito, unificato ad essa, transumanizzato.

 Si dice che Internet sia Conversazione (The Clutrain Manifesto). Il mondo interconnesso globalizzato dalla tecnologia ne è una testimonianza palese. Dispositivi, applicazioni e piattaforme facilitano interazioni, conversazioni, colloqui. È come se tutti stessimo dialogando. In realtà la pratica del dialogo (διά- λογος - attraverso le parole) online è la grande assente, sia nelle interazioni personali sia in quelle lavorative e professionali. Si legge poco e superficialmente, non si presta attenzione, la concentrazione è scarsa, prevalgono l’urlo e la brutalità del linguaggio, si praticano la promozione e la vendita (anche di sé stessi) più che la persuasione. Lei cosa ne pensa? Come vede il dialogare online, anche filosofico? In che modo si potrebbe alimentarlo e coltivarlo? 

Siamo nell’epoca dove c’è il “dovere” di comunicare. La spinta di ciò è data sia dal disarcionamento dalla corporeità e dai sensi preposti a tale atto sociale, sia dalla decadenza dell’estetica intesa come percezione di sé e della realtà che si è tecnicizzata, facendo dirompere, nella velocità e nella rincorsa sistemica, il culto dell’apparenza. Tale culto non ha però la mera forma di abbellimento e cattura dei sensi altrui, mantenendo comunque la natura dell’inganno, è divenuta un punto centrale della stessa identità della persona, che si immedesima nel profilo creato attraverso i media, come nelle abitudini e trend richiesti, fino al proprio modo di pensare e, quindi, essere.

Quale soggetto-oggetto della tecnica, la persona è inserita nel fluidificante apparato economico che la supporta e che al tempo stesso alimenta, così che la persona è vera e propria merce, e per essere vista ed inquadrata nella richiesta lavorativo-mercificante del sistema ha come obbligo il sapersi vendere al meglio.

In una società dove tutto è appiattito sullo stesso piano, come la cultura, opinioni, settori, ruoli, si ha la sensazione di poter parlare ed insegnare qualsiasi cosa, avendo una volta confuso il valore della persona da quello delle capacità. Questo è dato anche dal bisogno di “non rimanere indietro” e soprattutto di “essere ascoltati”. In quest’epoca il silenzio ci fa paura, è il rumore assordante che ci fa da compagno, un rimando al caos intrinseco della struttura che inabitiamo, tra certezze che poggiano su un algoritmo antropologico come etere e liquido-evanescente attimo come momento presente.  

La tecnica ci illude di essere ascoltati, di far parte di un gruppo, quando invece media ogni nostro suono verso l’esterno come anche verso l’interno, in un ambito prettamente scritturistico e delimitato che è avulso da contatto umano, empatia e consapevolezza che il dialogo, come la stessa natura umana, richiede. Questo non fa che aumentare l’abisso tra la persona e la società stessa, perché se da una parte rincorre stando possibilmente al passo il pensiero e il mood del momento, dall’altra questo comportamento non fa che mostrare come si allontani da se stesso e dalla realtà in quanto tale, assai diversa dagli scatti che cercano di algoritmizzare ogni singolo momento della vita della persona, banale o importante che sia. Esso deve essere “fatto esistere” attraverso la tecnica, mostrandolo ai più, cercando di ricevere consenso e interesse così da essere “promossi” nel quotidiano e nelle proprie scelte in quella data situazione.

Il dialogare filosofico cerca di innestarsi all’interno di ciò, anche se lo stesso logos riverbera nella stessa legge naturale che l’uomo ha, per cui perché qualcosa rientri all’interno di un messaggio totalizzante, il messaggio stesso non può essere mancante della parte più importante, l’uomo. Il logos è mediazione e allo stesso tempo connessione, non può avere un ulteriore mediazione che per giunta nega per sua stessa essenza i sensi che servono per esplicare e recepire, suggellare e permettere un dialogo in quanto tale tra persone.

Con questo cambiano gli scopi, la stessa filosofia per molti è divenuta un modo per convincere, manipolare il soggetto tecnologico nei media, attraverso spunti di riflessione, verso il proprio prodotto e/o la propria immagine.

La filosofia può dunque parlare nel mondo della tecnica ma deve riacquistare la sua valenza primaria e per il senso, in seconda analisi per l’uomo, il quale può avvalersi di essa se con essa è e riesce costantemente a restare fuori da una programmazione ciclica ed a scale della persona, pur stando all’interno e immerso nella società. Credo personalmente che la cosa migliore che può fare un filosofo nelle sedi tecnologiche come i social sia avvertire, mostrare e giudicare con attenzione la questione della tecnica stessa, per poi investire nell’interesse della persona fino a che essa possa migliorare il suo pensiero critico e avvalersi della tecnica come mezzo sempre più periferico per i suoi bisogni e azioni.

La mancanza di sguardo, non solo quindi di udito, contatto, porta la persona a sentirsi al “sicuro dietro ad una tastiera”, come se sapesse costantemente che quando torna a casa o quando ha in mano il suo smartphone è come se stesse nella sua “cantina segreta” e potesse esprimere ciò che vuole, esattamente quei pensieri che non farebbe in presenza di nessuno, spesso carichi di rabbia e bisogno di aver ragione, essere ascoltati. In questo quindi la filosofia è importante, iniziando da riflessioni sugli stessi social, sempre fatti in visione di un miglioramento dell’uomo e per indirizzare la persona ad un processo, magari guidato, verso una ripresa dei propri concetti e della stessa realtà circostante come differente. Perché la realtà della tecnica sta effettivamente sostituendo al realtà stessa, comprimendo il l’ego della persona nel suo sé più intimo, così da poi portare quella “cantina segreta” sempre più alla luce, alla prima occasione possibile, non senza mantenere una parte di “forte apparenza” per la propria sussitenza nel sistema sociale. Effettivamente si rischiano malattie come schizofrenia, bipolarità, borderline, rafforzate anche da una forte solitudine e tendenze al suicidio.

L’unico modo di dialogare online, quindi, a mio avviso è mettere un tempo prestabilito e limitato per ognuno, terminato il quale, non si può avere accesso allo scrivere il giorno dopo. Potrebbe essere una soluzione. Allo stesso tempo la società dovrebbe richiedere ai consulenti filosofici azione e aiuto, promuovendo incontri singoli e di gruppo, e dando anche spazi di varia natura ambientale e ludica per ognuno.

Saper dialogare non è importante solo online. Lo è nella vita, nelle aziende, nelle organizzazioni e nella società. Il dialogo serve a migliorare la capacità di formulare pensieri, a coltivare la capacità e la sensibilità di ascolto, a andare in maggiore profondità, a praticare il pragmatismo della comunicazione e a conoscere meglio sé stessi e gli altri. Il dialogo serve a togliere la maschera alle cose e alle persone, a aprire nuove possibilità di conoscenza (anche del Sé), di consapevolezza e di relazione. Quanto conta secondo lei il dialogo nelle pratiche quotidiane? Quanto importante ritiene che esso sia in aziende e organizzazioni nella fase attuale di trasformazione digitale, di smartworking e didattica a distanza, e di conversazioni online? 

A livello lavorativo il dialogo a mio avviso ha una sua grande importanza. Passiamo almeno un terzo della nostra vita al lavoro, il lavoro può e deve nobilitare la persona. Il soggetto deve avere ampie possibilità di esprimersi, di porre un dibattito, di essere ascoltato. Questo deve avvenire anche nelle prime istanze della realtà lavorativa, cioè già dalle assunzioni. L’attività di recruitment segue oggi degli algoritmi, ci sono delle punti focali richiesti, come delle skills, ed il tutto deve essere promosso dallo stesso candidato nel suo profilo “d’apparenza”. Sono certo, anche per esperienza con vari ospiti, che molte persone hanno più di ciò che trasmettono a livello mediatico, e non solo in potenza, anche già in essere. Questo spesso non viene notato né c’è la possibilità di far emergere con chiarezza se una persona ha per esempio davvero intelligenza analitica o emotiva, facendo invece in modo che chi ha la sezione nel curriculum o nella piattaforma inerente, venga supportato da riconsocimenti o esperienze che in realtà non gli hanno davvero permesso di acquisire abilità che spesso emergono innatamente e si manifestano nella storia della persona che le struttura al meglio, magari senza aver seguito chissà quali protocolli.

Questa modalità si rischia di mantenere anche all’interno del lavoro stesso, dove i dipendenti non hanno vera possibilità di migliorarsi od esprimersi, anche per lo stesso ambiente che punta a ricreare quel tentativo di miglioramento produttivo piatto per cui ognuno dovrebbe dare il meglio di sé attraverso il proprio alter ego e le aspettative richieste. Ognuno è diverso, questo è il primo punto da mettere in lista. Se c’è qualcosa che può riguardare tutti, senza creare un ambiente oggettivamente finto che può permettere solo superficialmente una situazione di condivisione e produzione, è proprio l’attenzione al singolo. E anche qui entra la realtà del consulente filsofico, il quale deve entrare in contatto con il responsabile o il datore di lavoro e, partendo da lui, porre giuste riflessioni su dati fatti e ambiente generale che possano riportare al centro la persona, così sì, poi, produrre al meglio stando al meglio. Allo stesso tempo l’intervento deve essere direzionato al dipendente, al singolo, il quale deve sentirsi accolto, capito, libero, non un numero che fino a che serve esiste in tale mondo. L’ambito delle risorse umane è troppo carente ancora oggi di questi accorgimenti, nonostante sulle piattaforme si riempiano le pagine di belle frasi e discorsi motivazionali verso il valore della persona. A mio avviso la maggior parte, se non tutti coloro che sono addetti alle risorse umane e non hanno una vera preparazione filosofica e pensiero critico già validato su se stessi, non sono in grado di affrontare determinate problematiche che possono insorgere, né avvalorare davvero la persona senza uno schema preconfezionato che per sua natura non può che ingabbiare ulteriormente il singolo in campi di scelta e di azione settati e in qualche modo manipolati.

In Italia questo è ancora più evidente, essendo il nostro paese di un certo tipo di ricordo e abitudiene, tempi e cultura, molto diverso geograficamente ed ontologicamente per esempio dal modello statunitense, il quale lo ha nelle proprie corde e nei propri pilastri liberal-economico-coloniali.

Si dovrebbe guardare con attenzione la persona anche rispetto alle proprie abitudini, storia e singolarità geografica, così da poter innestare al meglio il suo potenziale e soprattutto il suo benessere all’interno di una realtà avulsa dalla quotidianità di tale cittadino. E’ quindi il sistema proposto che dovrebbe “rispettare”, in questo globalismo, i tempi della persona nel suo dover adattarsi ad esso, perché no piegandosi anche e imparando cose che non andrebbero per nulla allontanate da un sistema digitale, una vera e propria nuova rivoluzione, che omologherebbe persone inomologabili all’interno di un processo così rapido e dettato.

Socrate è il primo filosofo della filosofia occidentale a occuparsi dell'interiorità. Considerato il più sapiente di Grecia dall'oracolo di Delfi ha ideato il dialogo come strumento di ricerca interiore. La sua arte maieutica capace di far partorire le menti era improntata sull'ironia. Maieutica e ironia, due strumenti capaci di mettere in scacco l'interlocutore per far elaborare gli stereotipi. Il dialogo socratico è utile a dirigenti d’azienda, manager, professionisti ma anche a chiunque voglia acquisire la conoscenza di sé. Nella sua pratica professionale e/o di consulente filosofico cosa pensa del dialogo socratico? Può avere un ruolo terapeutico? Diverso e/o migliore di terapie psicologiche e altre pratiche finalizzate al benessere personale? In che modo lo usa, adattandolo, nelle sue attività? 

Socrate aveva una madre levatrice, ed anche lui aiutava a portare alla luce “la conoscenza”. Il dialogo socratico, l’arte della maieutica è a mio avviso il più grande strumento del dialogo come anche di un vero rapporto. Ciò che unisce le persone, è avere uno scopo, avere degli intenti simili, e questi prima di tutto vanno ricercati, voluti, scelti. Se ognuno si approcciasse all’altro cercando la verità e, quindi, la verità dell’altro, come possibile, ci sarebbe più attenzione alla persona come anche all’importanza della vita stessa. Le stesse diversità possono contribuire ad un accrescimento comune, fino alle divergenze, in più tutto questo richiede sano ascolto e vera onestà intellettuale, il che spingerebbe le persone a preferire un contatto invece di proferire solgan per la maggior parte uditi da altri e per scopi molto differenti dalla persona.

Il dialogo socratico può quindi certamente avere un ruolo terapeutico, essendo innestato nella stessa natura umana e ricerca del senso, come della pratica attiva di pensare e di vedersi qui e ora nel mondo, ponendosi domande e ricercandone risposte. A mio avviso è migliore di terapie psicologiche e altre pratiche finalizzate al benessere personale perché questo sono un palliativo alla situazione che vive la persona, intesa come problema da risolvere, e che cercano in modo meccanico e dettato di “insabbiare” il problema, così in qualche modo perdendo la possibilità di avvalersi della questione che si è venuta a porre. Invece la consulenza filosofica, che si avvale certamente del dialogo socratico, non solo fa emergere e guardare con attenzione ed insieme il fatto che pone problema alla persona, ma allo stesso tempo lo previene, restando all’interno della concezione che la realtà in qualche modo non è perfetta, né lo dobbiamo essere noi secondo determinati standard che ci vengono richiesti in modo errato. Aggiungerei che nella consulenza filosofica la questione non è “scappare” dal problema o affrontarlo nel senso di cedere qualcos’altro pur di giustificarlo, ma è fare propria la questione vedendola nei vari tratti che la contraddistinguono, mettendo al centro la persona e mostrandole come tutto ciò ha una sua valenza e risoluzione, se lo si vuole.

Io personalmente lo uso con molto rispetto, avvicinandomi alla persona come se ci fosse solo il problema di fronte, come una guida, un compagno, con cui riflettere. Ho notato nelle mie sedute che la persona attua a sua volta la maieutica, una volta appreso e affrontanto insieme per un periodo di tempo la questione, alcune persone hanno anche una loro maieutica che emerge in versione “difensiva”, che io chiamo falsa maieutica, che li fa restare all’interno della propria gabbia dalla quale vogliono scappare. Essendo però la maieutica una sola, riesco attraverso il dialogo a portare le stesse sentenze  e posizioni della persona ad uno stato neutro, per poi mostrargliere sotto un altro punto di vista, così da ricominciare insieme una vera e propria maieutica veritativa e sinergica, fino a che la persona ne abbia pieno possesso.

Molti consulenti filosofici che hanno preso a modello Socrate e non solo, fanno della formazione lo strumento e la chiave delle loro pratiche filosofiche. Ma il filosofo non è un insegnante, neppure un educatore, semmai un maestro come lo è stato Socrate, sempre alla ricerca di conoscenza, anche del sé, di nuove mappe della realtà e di nuove verità. Il maestro non ha alunni, studenti o allievi ma discepoli. La ricerca, che parte dal non sapere, non va confusa con l’educare che si basa sulla trasmissione di un sapere acquisito e consolidato. Mentre l’educazione trasferisce cose e concetti già pronti, idee già masticate e digerite, la ricerca serve a creare cose nuove, a partire da nuove idee e nuove concettualizzazioni del mondo, Da consulente filosofico lei cosa pensa? Si sente filosofo, educatore, maestro, ricercatore? Che importanza ha per lei continuare a fare ricerca e che importanza ha nella pratica filosofica da consulente? 

Sono d’accordo con lei che molti consulenti filosofici spesso si dimenticano del fatto che nella consulenza filosofica non c’è un insegnamento né un passaggio di nozioni, tantomeno un filtraggio dei concetti dell’altra persona con la propria forma mentis stabile e perfettamente esatta. E’ un cammino da fare insieme, solo così il processo può funzionare, avvalendosi della filosofia e degli stessi protagonisti aperti ad essa. Quel che è vero è che il problema a mio avviso comincia nell’università ed anche nel concetto che si ha oggi del filosofo.

Chi ha studiato filosofia, carico di nozioni relativiste e pieno di informazioni contrastanti su dati concettuali, spesso parte stanco, arreso, o si crede un insegnante che deve dare informazioni di verità a persone che ne sanno poco. Ma spesso sono gli stessi atenei che non insegnano alla persona a pensare da sé, a ricercare la conoscenza e il piacere stesso di farlo, così da renderli preda delle loro stesse certezze, poche, alle quali essi stessi si radicano. Mi preme chiarire che a mio avviso anche il concetto che non ci sia verità, così da assolutizzare la ricerca e lo stesso relativismo, è non solo una contraddizione alla vera natura della filosofia ma anche essa una certezza, e molto pericolosa. Non ci sarebbe soluzione ad un problema se il problema il dialogo stesso.

Io personalmente mi sento in continua ricerca filosofica, ma certo della verità come fondamento, “le verità” non possono esserci, sarebbe un chiaro ossimoro. Dal momento che mi sono accorto che molti falsamente anti-verità sono invece i più dogmatici di tutti, e i dogmi sono i loro pensieri, quindi se stessi. La soggettività è un vero problema. A mio avviso anche l’inconsistenza della filosofia degli ultimi tempi, divenuta filodossia, espressione di opinioni, ha dato contribuito all’avanzare della tecnica e al ripiegamento dell’umanità su se stessa dell’umanità. La stessa maieutica aveva uno scopo,  e questo  è fondamentale. La cosa che però inaridisce ulteriormente la filosofia, è essere impelagati nel concetto basico della “conoscenza”, oggi spogliata tra l’altro di tutto il contorno e l’impegno degli antichi filosofi, quando invece l’uomo per sua natura, e quindi anche il pensiero, dovrebbe tendere all’amore, il quale richiede verità e quindi una filosofia che si dissoci da mere opinioni e suoi rappresentanti impreparati e inanellati nella pura doxa. Per fare una filosofia dell’amore non basta l’ascolto dell’altro nel dialogo, occorre conoscere approfonditamente sia ciò che di buono va preservato che avversare il negativo che oggettivamente si manifesta, invece di vivere in un relativismo assai basso in un epoca figlio dello stesso che richiede aiuto.

Molti filosofi, consulenti con formazione umanistica si stanno oggi cimentando nella consulenza filosofica. Con quali risultati è difficile dirlo, soprattutto perché diversi sono gli approcci e le metodologie adottate e proposte. Secondo lei esiste un unico metodo universale per la consulenza filosofica o ne esistono diversi? Qual è quello da lei adottato e/o quale considera il più adeguato in una realtà mediata e ibridata tecnologicamente? Una realtà accelerata, caratterizzata dal costante cambiamento, che obbliga a cambiare modi di pensare e paradigmi, a aprire la mente e a elaborare pensiero critico.  Una realtà che obbliga aziende e persone a cambiare ma che non hanno necessariamente pensato che una consulenza filosofica potrebbe fornire loro la giusta soluzione. 

Apparentemente si sarebbe tentati di rispondere che esistano vari modi di fare consulenza filosofica quanti filosofi sono in atto di farlo. Ma la filosofia non è opinione, è utilizzo di ragione, che grazie al logos possiamo utilizzare per ri-tessere le stesse trame che il logos ha, fondando la ragione e quindi anche in parte la nostra natura. Sono dell’idea che se le metodologie siano chiaramente ad personam, con tempi, predisposizioni e predilezioni del consulente in questione, vero è che la filosofia come dialogo e ricerca del vero applicata alle questioni che emergono debba seguire il logos stesso da cui proviene.

Come detto in precedenza dubito fortemente, dopo il disprezzo della ricerca metafisica e punti saldi della filosofia dell’essere, che si possa fare qualcosa che si avvicini alla filosofia e davvero risuoni come processo continuo nella persona che ne viene invasa. L’abilità starebbe proprio lì, usare la filosofia senza fare un insegnamento filosofico o partire da canoni per noi adatti soggettivamente alla questione. Va invece presa la questione e portata all’interno del logos del dialogo, per scardinare ogni ruggine e macchia e far emergere con più precisione possibile le cause, gli effetti, gli scopi, la natura stessa della cosa.

In questa azione vederne le radici originate dal decadimento della società e del pensiero, della tecnica e delle false credenze, trovando insieme il passaggio verso un ritorno al controllo del controllabile e l’accettazione di ciò che non lo è, instaurando l’apporto umano già dato in precedenza dalla persona nella questione in maniera nuova e con luce differente e ragionata. Sono dell’idea che anche molti discorsi filosofici sulla realtà, sulla società, lascino il tempo che trovino, e che molti si soffermino a sole questioni periferiche che per loro natura consigliano una soluzione che non è altro il punto di origine del problema stesso dalle quali sono emerse in modo inaspettato. Anche per questo c’è un forte bisogno di un ritorno alla filosofia, la quale è chiamata a pensare il mondo dell’oggi scevra soprattutto da quei paradigmi, sempre più presenti per moda e ignoranza, che hanno contribuito a causare la stessa quotidianità che si vuol afferrare. La filosofia non deve cambiare paradigmi, già questo denota che essa è divenuta schiava del tempo e dello stesso pensarsi dell’uomo come essere prettamente storico, ma deve tornare al suo paradigma, scavando sì con arte maieutica e onestà nei meandri degli oscuri risvolti del relativismo, del nichilismo e del concetto di libertà avulso dall’uomo e dai suoi limiti intrinseci ed estrinseci. Il tutto porterebbe all’uniformità di direzione sia nel mondo del lavoro che in quello privato, in quello sociale ed anche, a mio avviso, all’interno di quello mediatico, seppur con i suoi limiti e pericoli costanti.

Prima della consulenza filosofica c’è la filosofia e l’essere filosofo. La filosofia fa parte della vita di ogni consulente filosofico. Cosa significa per lei filosofare? Come è arrivato/a fare il consulente filosofico, con quali motivazioni e attraverso quale percorso? Cosa è per lei la consulenza filosofica? Non le sembra strano che proprio mentre la filosofia sta attraversando un periodo problematico nelle scuole e nelle università, sia diventata strumento e pratica rilevante all’interno di numerose aziende e organizzazioni (in Italia forse meno che in altri paesi)? 

La ringrazio della domanda. Chiaramente delle cose che ho detto in precedenza anticipano questa sua giusta osservazione. La filosofia va presa sul serio, al di là di cosa venga affermato su questo. Dire che si conosce la filosofia è assai ingigantito ad oggi, secondo solo al fatto di dirsi filosofi.

Senza filosofia non c’è filosofo, né c’è vera consulenza filosofica, è logico. E la sua domanda riguardo il fatto che la carenza di proposta filosofica e scarsa preparazione universitaria corrispondano in maniera apparentemente contraddittoria al nascere del fenomeno di consulenza filosofica con esponenti di numero sempre più crescente e ruoli affini è davvero un punto fondamentale. Perché si rischia di gettare alle oritche quello che preziosamente la stessa verità della filosofia ci sta donando: un vero ritorno ad essa. Con l’ammontare di sonni della ragione e opinioni varie, la filosofia cerca di riemergere per sua natura attraverso proprio un’epoca dove la parola è abusata tutto è messo in discussione allo stesso tempo nulla lo è davvero.

quadro con frutta

Il punto però è che che in questo mercato di opinioni, di bisogni, di cadute umane, la preparazione di chi vuole usare la filosofia stessa per districare la matassa è per la maggior parte inadatta, e in un neoliberismo sfrenato anche la filosofia sta divenendo ingranaggio dello stesso sistema mercantile e pro-produttivo senza badare davvero alla persona, alla società, all’etica come a un benessere reale e non apparente.

Penso però che molti resteranno delusi. Chi vuole usare la filosofia non vivendola né conoscendola, presto si renderà conto che essa non darà frutti perché la filosofia non ha nulla che artificialmente può arricchirla, al contrario. Per sua natura l’errore non fa che palesare l’opposto di ciò che si era desiderato ricercare e risolvere, peggiorando la stessa situazione che si era tentato di aggiustare. O si fa filosofia o non la si fa. E se è vero che tutti in qualche modo siamo filosofi, vero è che la filosofia non è realmente da tutti. Lei richiede di essere messa tra i primi posti, ma non per gioco o piacere, questo ne è eventuale conseguenza, la filosofia vuole essere messa ai primi posti perché è vassalla della verità e se essa non vien presa sul serio, non ne si avrà altro che una brutta copia sofista e inefficiente.

Ho da sempre amato la filosofia. Sin da prima della maggiore età amavo filosofare, ho poi cominciato proprio nel periodo della maturità a leggere di filosofia e finora non ho mai smesso. Le scienze filosofiche applicate mi hanno permesso di apprendere molte teorie e funzionalità riconosciute della psicologia applicata, della realtà cognitiva e dell’apparato cerebrale, dell’impossibilità della riduzione scientista riguardo l’uomo come solo essere puramente materiale e della sua mente  a solo cervello. Anche nelle scienze religiose, in ambito teologico, ho avuto a che fare con la filosofia ampiamente, e trovo che le due cose si arricchiscano a vicenda in vari spazi, se lavorati in maniera giusta. Il segreto a mio avviso, è amare l’amore per la sapienza, proprio perché si vuol amare l’amore, altrimenti lo stesso mezzo diverrà fine, come la ragione che sostituisce ad oggi la volontà, vera parte più centrale dell’uomo, ed è proprio la ragione, manipolata da un sistema coriaceo, che si sottomette a sua volta alla pancia, credendo di ragionare.

Ci crediamo di muovere, invece siamo mossi, e neanche ce ne accorgiamo. Anche nel pensiero.

Riguardo il nostro paese, la consulenza sta prendendo  piede più altrove a causa del fatto che l’italia, come detto prima, rincorre un modello a lei avulso, in continuo cambiamento, e la filosofia non ha ancora il ruolo adatto, secondo il pensare comune, per migliorarsi in un sistema che sta ricopiando fattualmente uno che già economicamente è avanzato e dinamico. Si crede che la filosofia sia cosa d’altri tempi.

E’ curioso invece che proprio quei paesi in testa alla corsa, siano quelli che più richiedano consulenti filosofici, e ne hanno grande stima, dagli chief ethics officer al consulente d’azienda.  Sarebbe opportuno avvantaggiarci, visto anche il fatto che l’epoca tecnologica è la stessa, ma noi abbiamo considerevolmente meno attenzione alla realtà dei consulenti filosofici e l’aiuto che possono dare sia in azienda e nella crescita e nel benessere della persona. Rimaniamo effettivamente indietro in un presente coesteso.

Ciò che la consulenza filosofica offre non sono risposte e domande poste mille volte ma la ricerca della domanda giusta, capace di cambiare la prospettiva alla radice sul problema preso in considerazione. In un ‘epoca accelerata dalla tecnologia, la consulenza filosofica suggerisce di rallentare, fermarsi, tacere e isolarsi dal brusio digitale di fondo, per riflettere e impegnarsi in un percorso di ricerca personale dal significato e effetti esistenziali. Perché un dirigente di azienda dovrebbe scegliere un filosofo come consulente? Per curiosità (aprirsi a prospettive inattese), disperazione, simpatia verso la filosofia, bisogno di acquisire un approccio critico e indipendente, libero da condizionamenti e pensieri abituali, difficoltà a accettare il conformismo diffuso, antipatia verso terapie psicologiche, o altro ancora? Lei cosa ne pensa? 

Niente di tutto questo. Un bravo dirigente di azienda, che conosce i tempi in cui vive, cerca un filosofo e non lo molla più per un’unica ragione: egli non ti dà una risposta su un fatto momentaneo in un contesto dinamico, a volte può certo, ma il filosofo ti dà gli strumenti esistenziali perché tu possa gestire al meglio e in continuità ogni parte della tua vita e dei tuoi interessi, in questo caso anche lavorativi.

Il dirigente d’azienda sa che per essere in gioco, c’è bisogno di conoscere i tempi. Chiunque conosca una persona ricca, veramente ricca, sa che quella persona pensa in maniera totalmente diversa dalla massa e come lui le altre persone agiate che si possano conoscere. La persona di successo, nella vita come nel lavoro, sa che deve stare sempre un passo avanti e la filosofia per sua natura può dal dato prevederne gli effetti, cogliere i paradigmi attuali, sancire determinate consueguenze a fatti e proposte, capire cosa può perdere interesse e cosa può acquistarlo, nel mio caso come le neuroscienze aiutino a conoscere meglio certi processi umani in relazione alla realtà come ciò che può emergerne, la filosofia nel suo carattere storico può recuperare dal passato, per rispondere a questioni riemergenti o sedare possibili errori sul nascere.

La cosa che a mio avviso di più grande una persona possa ricevere, è il dono di poter ricominciare, e di riprendere quella gioia per la vita e la scoperta spesso scomparsa in età molto giovane, ricavandone frutti immensi. E’ come avere una seconda possibilità riguardo a tutto ciò che si crede che non si possa più cambiare e tutto ciò che si crede di avere in qualche modo perduto. La meraviglia, come la paura, il rispetto per la vita, le radici della filosofia, hanno la capacità incredibile di ridonarci gli occhi per vedere ancora la vita e domandarla con passione e novità, vivendo noi stessi in questa trasformazione per il meglio.

Chi si avvicina al consulente filosofico per moda o altro, dovrebbe prima conoscere bene la bellezza di questo dono, così da intraprendere un percorso veramente fruttoso, che si fa sempre in due.

Uno degli ambiti nei quali potrebbe focalizzarsi la ricerca filosofica è quello tecnologico e digitale. Di nuovi libri su Socrate, Platone, Spinoza o Nietzsche non se ne sente una reale necessità. Di studi filosofici sulla tecnologia al contrario ce n’è un gran bisogno. Anche per i filosofi che hanno scelto la consulenza filosofica fatta di filosofia pratica e dialogo socratico. Una ricerca in ambito tecnologico non potrebbe essere definita astratta o lontana dalla vita ma molto pratica e concreta. Porterebbe a riflettere criticamente sulle molteplici realtà quotidiane mediate tecnologicamente, a sperimentare nuovi strumenti dialogici, tecnologici e digitali. Lei cosa pensa? Non ritiene urgente una riflessione critica sulla tecnologia e i suoi effetti? Nel suo ruolo di consulente filosofico che ruolo hanno le nuove tecnologie (piattaforme social, APP di messaggistica, strumenti come Zoom, Skype, ecc.?). 

C’è un urlo che la filosofia sta facendo, essa vuole e deve parlare del fatto tecnologico. Essa vuole riportare all’uomo la postura retta di chi guarda le stelle e non solo il tablet, quella postura e quella domanda che ci rende così diversi dagli animali e che ha radici nel nostro intimo. Molti pensano che l’uomo si differisca dall’animale e con lui tutto ciò che fa grazie al cervello, quando invece se ci pensasse capirebbe che se fosse solo per il cervello sarebbe semplicemente un animale alla massima potenza. Il cervello, figlio a quanto pare del piano materiale, non dovrebbe pensare se stesso né tantomeno la realtà come causa o natura, ma essere al pieno dell’efficienza nel risolvere i bisogno primari animali che le creature hanno. L’uomo ha un di più, e tutto ciò che appartiene strettamente a lui, che gli fa abbandonare bisogni “animali” per “perder tempo” dietro a suoi bisogni unici, è ad oggi sempre più dimenticato. Sto parlando dell’arte, del silenzio con se stessi, della sana riflessione critica, della stessa techne posta poieticamente con la cura e una finalità altra dal mero interesse.

La tecnica andrebbe ri-vista, e ri-fondata se l’uomo non riesce a staccarsene, alla luce di una riflessione e una preparazione umana adatta ad avere tanti mezzi che tali dovrebbero restare.

Se la psicologia può cogliere gli effetti di un problema mentale, la filosofia anche ma la filosofia può anche prevenire ciò leggendo i tempi e i dati, è da tempo che a mio avviso che si dovrebbe porre in tutto il territorio un consulto continuo di filosofi per ogni ente tecnologico e ogni abitudine rischiosa legittimata così da prevenirne gli effetti.

Molti non sanno che ciò che viviamo oggi ha radici molto antiche, alcuni fatti sono rifiuti alla concezione di essere o suoi travisamenti, altri sono riprese ad antichi modelli, altri rifiuti ad essi, altri sono isole che il relativismo è riuscito a distanziare dalla riva ma che sussistono per bisogno basici in modi non sempre chiari e benigni.

La filosofia può e deve fare davvero molto. L’ho visto con gioia con i miei ospiti. Ti cambia la vita.

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a? 

Riguardo la consulenza filosofica mi piacerebbe consigliare prima di tutto in classico: “La consulenza filosofica” di Gerd B. Achenbach, il suo “inventore”. Consiglio un’esperienza, come quella di sant’Agostino nelle “Confessioni”, essendo l’esperienza di un altro, per giunta filosofo, più maestra di molto. Riguardo la filosofia in quanto tale consiglio David Armstrong con “Ritorno alla metafisica”, dove il nominalismo insito nel relativismo e in ogni considerazione sempre più attuale viene sradicato (di nuovo), ed esposta con chiarezza l’importanza e la necessità della metafisica, forma più alta di filosofia come in origine. Trovo personalmente un assassinio e una grande ingiustizia non senza dell’ignoranza, sottovalutare l’importanza della metafisica come oggi tanti sedicenti filosofi fanno, non conoscendone neanche le basi.

Temi che vorrei suggerire sono proprio il ritorno alla filosofia e il pericolo del concetto odierno di ambientalismo sempre più abusato, a mio avviso strettamente legato e falsamente opposto alla tecnica, sua discendente indiretta. Il controllo della natura ha origne nel naturalismo magico, e v’è sinonimìa tra questo e la tecnica.

Quel che posso suggerire, evidenziando la qualità ottima delle domande proposte, è di poter porre questi argomenti a livello visivo, con una congiunzione se possibile con chiunque abbia approcciato, come me, al problema della tecnica e ne abbia scorto il rischio già da anni, non restando innestati solamente in Heidegger, Severino o Habermas, per esempio, ma volendo salvare la persona da questo turbinìo di in-coscienza.

Ringraziando, mi complimento nuovamente per il tema trattato in tale modo, restando a disposizione per eventuali collaborazioni future.

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