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Il dialogo è fondamentale per comprendere e comprenderci ( Christian Negri)

Il dialogo è fondamentale per comprendere e comprenderci ( Christian Negri)

10 Marzo 2021 Il consulente filosofico
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“Conversare” e “dialogare”. Siamo sicuri che con-versare sia lo stesso che dia-logare? Se con-versare ci riporta al volgere insieme l’attenzione verso una certa tematica, il dialogo invece porta con sé (in sé) sia il “due” (dia-, διά-) che la parola, il ragionamento, il “logos” (λογος-), ma anche la massima distanza che divide (il dia- dice anche questo). Appunto perché distanti, i due possono costruire ponti attraverso il logos. Credo che il dialogo sia massimamente importante per comprendere e comprenderci. Funziona anche online? Io credo di si, almeno questa è la mia esperienza. Certo, con il limite della mancanza di spazialità e gestualità attraverso cui si danno e ci attraversano le parole.

Consulenza filosofica e dialogo socratico nell’era tecnologica

 “La tecnica è la magica danza che il mondo contemporaneo balla!” – Ernst Junger -  “Da me non hanno imparato nulla, bensì proprio e solo da sé stessi molte cose e belle hanno trovato e generato; ma d'averli aiutati a generare, questo sì, il merito spetta al dio e a me.” - Socrate (Teeteto)

L’era tecnologica e digitale suggerisce leadership riflessive, dialoganti, capaci di interpretare le categorie dell’efficienza organizzativa, delle capacità individuali e dell’efficacia alla luce della rivoluzione tecnologica e nell’ottica delle persone.

Internet, smartphone, piattaforme social hanno trasformato ogni attività online in conversazioni, spesso caratterizzate dalla superficialità dell’interazione e dalla brutalità del linguaggio. Conversare però non è dialogare. Dialogo significa parlare attraverso, con il desiderio di trovare un punto in comune. Il dialogo è anche mettersi nei panni degli altri, non è un semplice scambio di opinioni, neppure una discussione dialettica finalizzata ad avere ragione. Si basa sull’ascolto dell’altro, sulla capacità di catturare l’attenzione reciproca e sull’ottenimento di un consenso generale. 

Il dialogo oggi è anche strumento della pratica filosofica che il consulente filosofico utilizza con persone che vivono l’era digitale attuale con incertezza, disagio, ansia, stanchezza e insoddisfazione. Il dialogo serve a porsi domande, a guardare alla realtà in modo diverso, a superare schemi fissi e i paradigmi che li sostengono, bias di conferma, per andare alla ricerca di nuove strade. Il dialogo è importante, fondamentale, per superare i conflitti e nella consulenza filosofica diventa cura e prendersi cura. Di dialogo, consulenza filosofica, era tecnologica, leadership e organizzazioni abbiamo deciso di parlare, in forma di intervista, con manager d’azienda, consulenti filosofici, leader di mercato e studiosi.  

L’intervista è condotta da Carlo Mazzucchelli (fondatore di www.solotablet.it e scrittore) e Giovanna Maria Farina (filosofa, Consulente filosofico e scrittrice) con Christian Negri, dottore magistrale in Filosofia (estetica e etica), ricercatore indipendente da oltre dieci anni, consulente filosofico e impegnato in studi teologici.


Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale (lavorativa, professionale, manageriale, ecc.), del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione critica sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo? 

Buongiorno, mi chiamo Christian Negri, dottore magistrale in Filosofia (estetica e etica), ricercatore indipendente da oltre dieci anni, consulente filosofico e impegnato in studi teologici.

Pur utilizzando le “vie online”, dunque uno sguardo ai social, l’utilizzo di internet (in modo professionale) e pur avendo un mio sito web, credo non sia possibile esimersi da una critica di ciò che sta emergendo in modo sempre più evidente.

Una riflessione puntuale è quella che fece Pier Paolo Pasolini sulle trasformazioni che si stavano già allora osservando, eravamo negli anni ’70 del 1900. Dunque, era telematica, rapporti telematici, cultura telematica e vite telematiche: incontro a una possibile mutazione antropologica.

Possiamo dire così, noi oggi: epoca online significa anche epoca del legame sociale interrotto, epoca di relazioni virtuali, di omologazione ideologica travestita da cultura e uniformazione tecno-capitalistica (la tecnica esige unicità di significati, così Heidegger).

Pier Paolo Pasolini sottolineò così la trasformazione dell'essere umano in macchina acefala manipolata e manipolabile, eterodiretti verso un'unica direzione, la mutazione antropologica.

Possiamo parlare, ora, di “transumanesimo”? Come stare in questi nuovi possibili legami online? Per ciò che riguarda il counseling, è lo stesso “fare” online piuttosto che non “toccare” la presenza di fronte a me dell’altro? Ecco, io provocherei in questo modo. 

Si dice che Internet sia Conversazione (The Clutrain Manifesto). Il mondo interconnesso globalizzato dalla tecnologia ne è una testimonianza palese. Dispositivi, applicazioni e piattaforme facilitano interazioni, conversazioni, colloqui. È come se tutti stessimo dialogando. In realtà la pratica del dialogo (διά- λογος - attraverso le parole) online è la grande assente, sia nelle interazioni personali sia in quelle lavorative e professionali. Si legge poco e superficialmente, non si presta attenzione, la concentrazione è scarsa, prevalgono l’urlo e la brutalità del linguaggio, si praticano la promozione e la vendita (anche di sé stessi) più che la persuasione. Lei cosa ne pensa? Come vede il dialogare online, anche filosofico? In che modo si potrebbe alimentarlo e coltivarlo? 

Intanto una prima differenza, collegandomi così alla vostra introduzione. “Conversare” e “dialogare”. Siamo sicuri che con-versare sia lo stesso che dia-logare? Se con-versare ci riporta al volgere insieme l’attenzione verso una certa tematica, il dialogo invece porta con sé (in sé) sia il “due” (dia-, διά-) che la parola, il ragionamento, il “logos” (λογος-), ma anche la massima distanza che divide (il dia- dice anche questo). Appunto perché distanti, i due possono costruire ponti attraverso il logos. Credo che il dialogo sia massimamente importante per comprendere e comprenderci. Funziona anche online? Io credo di si, almeno questa è la mia esperienza. Certo, con il limite della mancanza di spazialità e gestualità attraverso cui si danno e ci attraversano le parole.

Del resto, la parola di senso, parola che non è mai mia o tua, ma del «nostro» dialogare, riaccende il senso dell’esistenza, il bisogno tutto umano di sensatezza. Perché non dovrebbe essere così anche online? Sempre che tra i due ci si intenda sul “che cosa fare”.

Direi che oltre alla parola, al dialogo, dunque, si pone come punto di rilievo l’”ascolto”. Diversamente dal gioco della palla, che lo si impara lanciandola e riprendendola, la capacità di parola è giocata, in primis, sull’ascolto, che precede il suo uso. Un ascoltare che dispone all’altro e che evita di gettare parole al vento. Cosi Plutarco scriveva al giovane Nicandro in un discorso intitolato L’arte di ascoltare.

Nel rapporto con l’altro, l’ascolto apre alla reciprocità, non solo, ma dalla parte del soggetto ascoltante, nel nostro specifico contesto, il consulente (counselor) filosofico, l’ascolto è ascolto dell’altro e insieme ascolto di sé nell’orizzonte dell’altro. Possibile, questo, online?

Credo di si, con la dovuta attenzione e consapevolezza. 

 

Saper dialogare non è importante solo online. Lo è nella vita, nelle aziende, nelle organizzazioni e nella società. Il dialogo serve a migliorare la capacità di formulare pensieri, a coltivare la capacità e la sensibilità di ascolto, a andare in maggiore profondità, a praticare il pragmatismo della comunicazione e a conoscere meglio sé stessi e gli altri. Il dialogo serve a togliere la maschera alle cose e alle persone, a aprire nuove possibilità di conoscenza (anche del Sé), di consapevolezza e di relazione. Quanto conta secondo lei il dialogo nelle pratiche quotidiane? Quanto importante ritiene che esso sia in aziende e organizzazioni nella fase attuale di trasformazione digitale, di smartworking e didattica a distanza, e di conversazioni online? 

Il dialogo è fondamentale nelle relazioni e nei rapporti lavorativi a prescindere se questo si svolga in ambiente lavorativo o meno. Come accennavo sopra, il dialogo è costruttivo ma rischioso. La costruzione di legami potrebbe anche non avvenire e la distanza (dia-) mantenersi tale o aumentare le incomprensioni e le discordie. Il dialogo è tale a prescindere dell’esito.

Vorrei riprendere quanto già detto. Cosa si intende fare “a distanza”? Conversare oppure dialogare?

Vorrei citare quanto disse una volta Martin Buber sul tema dialogo e lavoro: “Lei mi chiede ridendo se il direttore di una grande azienda tecnica può esercitare la responsabilità dialogica. Può. […] Non si muove già in profondità il desiderio di dialogicizzazione del lavoro? […] con ciò non è affatto detto che tali incrementi abbiano necessariamente luogo: tra verità e successo non vi è alcuna armonia prestabilita”. 

 

Socrate è il primo filosofo della filosofia occidentale a occuparsi dell'interiorità. Considerato il più sapiente di Grecia dall'oracolo di Delfi ha ideato il dialogo come strumento di ricerca interiore. La sua arte maieutica capace di far partorire le menti era improntata sull'ironia. Maieutica e ironia, due strumenti capaci di mettere in scacco l'interlocutore per far elaborare gli stereotipi. Il dialogo socratico è utile a dirigenti d’azienda, manager, professionisti ma anche a chiunque voglia acquisire la conoscenza di sé. Nella sua pratica professionale e/o di consulente filosofico cosa pensa del dialogo socratico? Può avere un ruolo terapeutico? Diverso e/o migliore di terapie psicologiche e altre pratiche finalizzate al benessere personale? In che modo lo usa, adattandolo, nelle sue attività? 

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Rispondo subito alla questione circa il legame (qui, scontato come “implicito”) tra la consulenza filosofica e il ruolo terapeutico. Mi pare necessario assumere una posizione netta e radicale al riguardo: la consulenza filosofica non è una terapia o psicoterapia. Si sviluppa in altro modo e vuole accompagnare il cliente verso altro, una maggiore chiarificazione e consapevolezza di sé attraverso una riflessione circa i nodi di idee emergenti: nessuna soluzione, nessuna risposta da manuale. Cito a questo proposito Umberto Galimberti, il quale nel suo libro “La casa di psiche” scrive: “[…] al contrario di quanto si pensa, [la pratica filosofica] non contende lo spazio alle altre terapie, perché non è una terapia”.

Vengo ora al dialogo socratico quale modo peculiare del dialogare nelle pratiche filosofiche.

Inteso come prassi, racchiude nel suo sviluppo l’istanza primaria della intersoggettività, dell’apertura agli altri, dell’apertura al confronto e alle divergenze di idee (non solo e facilmente al loro convergere), teso più che al raggiungimento di un risultato condiviso, all’importanza del pensare insieme, del pensare gli uni con gli altri e diretto a creare quel rapporto democraticamente e filosoficamente orientato.

In estrema sintesi e tratteggiando impressionisticamente alcuni passaggi, possiamo sottolineare come il punto di partenza, in relazione a una tematica specifica, sia dato dal «ti estì» di socratica memoria, ovvero la domanda circa il «che cosa è» quell’ente preso in esame. Successivamente, a turno, ciascuno dei partecipanti portano in emergenza una loro esperienza vissuta circa la «cosa» in questione. Dall’esperienza così intesa, si passa al vaglio e al confronto delle asserzioni, alla definizione comune accettata dalla comunità. (Dal dialogo socratico si passerebbe poi, approfondendo ulteriormente, al “metodo socratico”, prendendo in esame l’ultima definizione raggiunta e ponendola sotto scacco, cercando di confutarla e discuterla per valutarne la portata essenziale).

Il dialogo socratico, quindi, partendo dal luogo dell’esperienza e non da un’astrazione, vuole portare i membri di una comunità di ricerca (filosofica), CdR(F), a navigare verso la definizione condivisa di quell’ente in esame, dunque una navigazione verso l’idea di quell’ente, verso la sua essenza. Un’essenza, però, che non venga assunta come verità assoluta, valida, per questo, oltre e al di là della CdR(F), ma una definizione certa, assunta e sentita come verità all’interno del gruppo costituito (sia aziendale che esterno). Ebbene, il dialogo socratico come laboratorio di apertura e democraticità, seguendo la lezione pedagogica di Dewey, dove, per dirla con il filosofo e counselor filosofico, Paolo Cicale, “la verità ha sempre i caratteri della provvisorietà”. 

 

Molti consulenti filosofici che hanno preso a modello Socrate e non solo, fanno della formazione lo strumento e la chiave delle loro pratiche filosofiche. Ma il filosofo non è un insegnante, neppure un educatore, semmai un maestro come lo è stato Socrate, sempre alla ricerca di conoscenza, anche del sé, di nuove mappe della realtà e di nuove verità. Il maestro non ha alunni, studenti o allievi ma discepoli. La ricerca, che parte dal non sapere, non va confusa con l’educare che si basa sulla trasmissione di un sapere acquisito e consolidato. Mentre l’educazione trasferisce cose e concetti già pronti, idee già masticate e digerite, la ricerca serve a creare cose nuove, a partire da nuove idee e nuove concettualizzazioni del mondo, Da consulente filosofico lei cosa pensa? Si sente filosofo, educatore, maestro, ricercatore? Che importanza ha per lei continuare a fare ricerca e che importanza ha nella pratica filosofica da consulente? 

In maniera provocatoria: il maestro non è anche educatore? Non è, forse, soprattutto e-ducatore?

Certamente Socrate fu maestro, ma nel suo essere filosofo (maestro) educava gli ateniesi alla riflessione e alla ricerca di sé e di ciò che è il più importante delle cose del mondo, la loro essenza. Il filosofo è colui che, ricercando, fa compiere, accompagna, la ricerca. E questo accompagnare è un “tirar-fuori”, o meglio, un fare “fuori-uscire” il soggetto dalle strutture e storture di idee arrugginite, invischiate o mai pensate.

Il consulente filosofico non agisce forse come un novello Socrate che compie questo cammino con l’altro, aiutandolo a tirare fuori da sé ciò che più conta per sé?

Dunque, educare non è da intendersi come un trasferire cose e concetti già pronti, questo è semmai un informare o insegnare (indottrinare al limite), ma come un rendere agitato il pensiero, ossia un co(a)gitare. Quindi, il ricercare, il cogitare, è fondamentale per non intorpidire il pensiero in strutture di idee o credenze irrigidite e mai pensate o mai pensate a fondo. 

 

Molti filosofi, consulenti con formazione umanistica si stanno oggi cimentando nella consulenza filosofica. Con quali risultati è difficile dirlo, soprattutto perché diversi sono gli approcci e le metodologie adottate e proposte. Secondo lei esiste un unico metodo universale per la consulenza filosofica o ne esistono diversi? Qual è quello da lei adottato e/o quale considera il più adeguato in una realtà mediata e ibridata tecnologicamente? Una realtà accelerata, caratterizzata dal costante cambiamento, che obbliga a cambiare modi di pensare e paradigmi, a aprire la mente e a elaborare pensiero critico.  Una realtà che obbliga aziende e persone a cambiare ma che non hanno necessariamente pensato che una consulenza filosofica potrebbe fornire loro la giusta soluzione. 

Risponderei in modo radicale che esiste un solo modo (metodo?) di filosofare, cioè il dialogo (ritorno all’insegnamento di Platone), domande e risposte in un sempre più intenso sviluppo, un domandare in me e fuori di me. Questo, certamente al di là di una pratica filosofica quale la consulenza filosofica.

Tuttavia, vorrei ora accennare, in modo impressionistico, ciò che vado da tempo chiamando “attenzione R.S.A.P”. Non è propriamente un metodo, ma una consapevolezza su ciò che si sta svolgendo nell’incontro con l’altro (il consultante).

Da una parte, portare in emergenza quegli aspetti «minimi», ossia basilari, che costituiscono lo scheletro della consulenza filosofica e dei quali si può pensare possano conferirne una certa tonalità etica: relazione-silenzio-ascolto-parola (r.s.a.p.). Dall’altra, proporre ciò che ho ritenuto essere una sorta di doppia attenzione, attenzione al quadrato2, cioè attenzione all’attenzione r.s.a.p. rivolta, appunto, alla relazione, al silenzio, all’ascolto e alla parola: prestare attenzione a ciò che succede al momento dell’attenzione rivolta alla r.s.a.p.

Ora, per visualizzare meglio i quattro aspetti vorrei usare l’immagine dei cerchi nell’acqua e il loro movimento. La concentricità dell’attenzione r.s.a.p. da me proposta vuole significare che allo scoccare del primo contatto counselor-consultante, si percepisce la propagazione via via più ampia della relazione. «Relazione» resa possibile, così come tutti gli altri cerchi concentrici, da una «parola» gettata, come un sasso, in quell’istante di vita. È dal cuore dei cerchi che si ha la propagazione, è il centro che permette l’espansione, così come è la parola che permette l’espansione all’altro, che dice l’ascolto, che dice il silenzio e che dice, permettendo, la relazione. 

 

Prima della consulenza filosofica c’è la filosofia e l’essere filosofo. La filosofia fa parte della vita di ogni consulente filosofico. Cosa significa per lei filosofare? Come è arrivato/a fare il consulente filosofico, con quali motivazioni e attraverso quale percorso? Cosa è per lei la consulenza filosofica? Non le sembra strano che proprio mentre la filosofia sta attraversando un periodo problematico nelle scuole e nelle università, sia diventata strumento e pratica rilevante all’interno di numerose aziende e organizzazioni (in Italia forse meno che in altri paesi)? 

Se si pensa la filosofia come un qualcosa di staccato dalla vita si rischia di commettere una grave astrazione. La filosofia inerisce alla vita, è la stessa vita sotto la luce dei riflettori, dunque illuminata. Certo, ci fu Platone e l’iperuranio, ma poi ci sarà anche (un “anche” pesante, secondo me) un certo Husserl, il quale ci ha insegnato la necessità di andare alle cose stesse, prendere le idee e calarle nella realtà vitale di tutti i giorni, cioè incarnarle. Ecco che allora qui si fa importante l’idea del “mondo della vita”. La consulenza filosofica è questo stare nel mondo della vita, ma laddove si incontrano crepe, buchi e storture del vivere, che non sono patologie, ma concrezioni storiche di ciascuno.

Quanto vado dicendo credo valga anche per il legame filosofia e aziende. Se stacchiamo la filosofia dal suo essere incarnata, dal fare parte della vita vissuta, allora potremmo anche dire le classiche frasi-contro, “la filosofia non serve a niente”, che credo sintetizzi bene la questione.

Ma la filosofia non si è sempre dovuta scontrare con affermazioni di questo tipo?

Dunque, se così stessero le cose, non sta di certo passando un momento problematico differente da altre epoche e magari da altre discipline. Se invece la intendessimo come il vivere “sotto riflessione”, allora non è mai in crisi e perché no, si può anche riprogettare nelle aziende nel modo della riflessione per il miglioramento relazionale e magari strutturale. In questo senso non riesco a vedere la consulenza filosofica come uno sportello del tipo “psicologico” per attutire i problemi dell’operaio o del manager o dei ragazzi. Credo che chi volesse svolgere la professione di consulente filosofico, seriamente, fondatamente, dovrebbe comunque avere un retroterra, appunto, filosofico, e non solamente un più o meno percorso di master o di abilitazione. Quale profondità e quale puntualità raggiungere altrimenti? 

 

Ciò che la consulenza filosofica offre non sono risposte e domande poste mille volte ma la ricerca della domanda giusta, capace di cambiare la prospettiva alla radice sul problema preso in considerazione. In un ‘epoca accelerata dalla tecnologia, la consulenza filosofica suggerisce di rallentare, fermarsi, tacere e isolarsi dal brusio digitale di fondo, per riflettere e impegnarsi in un percorso di ricerca personale dal significato e effetti esistenziali. Perché un dirigente di azienda dovrebbe scegliere un filosofo come consulente? Per curiosità (aprirsi a prospettive inattese), disperazione, simpatia verso la filosofia, bisogno di acquisire un approccio critico e indipendente, libero da condizionamenti e pensieri abituali, difficoltà a accettare il conformismo diffuso, antipatia verso terapie psicologiche, o altro ancora? Lei cosa ne pensa? 

Per questo non saprei proprio, si dovrebbe girare la domanda al dirigente in questione.

Forse, capovolgendo la domanda si potrebbe cambiare la prospettiva: “perché un dirigente non dovrebbe scegliere un consulente filosofico?”

Ecco, forse in questo “non” potrebbe essere racchiusa la questione del “filosofico”. 

Uno degli ambiti nei quali potrebbe focalizzarsi la ricerca filosofica è quello tecnologico e digitale. Di nuovi libri su Socrate, Platone, Spinoza o Nietzsche non se ne sente una reale necessità. Di studi filosofici sulla tecnologia al contrario ce n’è un gran bisogno. Anche per i filosofi che hanno scelto la consulenza filosofica fatta di filosofia pratica e dialogo socratico. Una ricerca in ambito tecnologico non potrebbe essere definita astratta o lontana dalla vita ma molto pratica e concreta. Porterebbe a riflettere criticamente sulle molteplici realtà quotidiane mediate tecnologicamente, a sperimentare nuovi strumenti dialogici, tecnologici e digitali. Lei cosa pensa? Non ritiene urgente una riflessione critica sulla tecnologia e i suoi effetti? Nel suo ruolo di consulente filosofico che ruolo hanno le nuove tecnologie (piattaforme social, APP di messaggistica, strumenti come Zoom, Skype, ecc.?). 

Mi pare invece, se volessi rimanere coerente con quanto detto, che dei filosofi del passato e del presente ci sia invece un grande bisogno, oggi più che mai, sia a livello di studi classicamente intesi, che di “pratica filosofica” e di “teoria del counseling filosofico”.

Proprio ora che abbiamo o stiamo facendo esperienza di come le tecnologie stiano velocizzando e rendendo fluido ogni nostro tempo (Zygmunt Bauman), anche il semplice pensare subisce una sorta di cortocircuito dovuto alla ipervelocità: occorre dunque rallentare la corsa per pensare o ripensare. Inoltre ci sono già ora ricerche filosofiche nell’ambito degli effetti delle nuove tecnologie, si pensi alla riflessione sul “transumano”, sugli automi (cito Carlo Sini), sull’uso dei telefonini e i loro effetti (cito Maurizio Ferraris) e ora sulla comunicazione a distanza, sull’esperienza delle piattaforme di comunicazione (cito Pier Aldo Rovatti).

Come ho detto, mio pare che l’uso delle tecnologie per incontri di consulenza filosofica, comunque per dialogare, sia da tenere in conto ma al contempo, da sottoporre a riflessione e attenzione, proprio per non perdere ciò che dell’incontro con l’altro possa invece raggiungerci e dirci qualcosa d’altro oltre le stesse parole. Dunque, qui emerge forte quell’attenzione r.s.a.p. accennata in precedenza. 

 

Il motto socratico “Sapere di non sapere è sapere” conduce l'essere umano, l'individuo, alla consapevolezza dei propri limiti. Non è questo ciò che manca alle persone? Credere di sapere tutto, non è forse questo l'errore “metodologico” che conduce a mostrare senza vergogna un'ignoranza pericolosa?

Certamente, sono d’accordo. Anche se il motto socratico non dice, o non dice solamente, cosa è “sapere”, ma indica anche l’inizio del cammino della conoscenza. Cioè, so una parte, ossia che non so, dunque questo diventa l’input, il via al co(a)gitare, al movimento che è nella direzione del conoscere e che è conoscere esso stesso. Il pensare di sapere tutto, porta con sé ciò che i greci chiamavano hybris, la tracotanza, la supponenza, pagabile con la caduta rovinosa.

Aristotele nella sua opera Politica riconosce la famiglia come luogo capace insieme alla polis, la piccola città stato greca, di dare sicurezza alle persone regalando loro la felicità. Crede che ciò sia possibile anche oggi, o la felicità sia da ricercarsi altrove? Cosa suggerire a chi si rivolge al consulente filosofico per trovare una serena vita felice?

La felicità è parola molto importante ma che racchiude in sé il senso di uno stato immutabile, idilliaco sorretto e fondato con verità. Dunque è la verità in quanto tale, che permette di stare nella felicità. Qui però, capisce, che il discorso si dovrebbe articolare in ben altri ambiti rispetto alla consulenza filosofica, soprattutto direi “metafisici” e “teologici”. Io punterei invece a significati più legati alle umane sorti, cioè a uno stato di contentezza o di grande contentezza, gioioso. Quindi, se la parola “felice” la volessimo declinare in un significato meno complesso ma più “umano” di contentezza, io direi di iniziare a fare chiarezza su ciò che si intende, o su ciò che intende il consultante, per contentezza (o felicità), comprendendo come questo chiarimento sia già di per sé, un essere sulla via per una forma di equilibrio gioioso.

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a? 

Ma, non saprei cosa suggerire, anche perché mi pare che voi siate molto più bravi di me in questo. Di sicuro cercare di muovere verso i social per raggiungere i più, attraverso immagini e rimandi a concetti (anche in pillole) su cui fare riflettere.

Quali letture potrei consigliare…visto che abbiamo accennato al “metodo” un classico che è Il discorso sul metodo di Cartesio; poi per chi volesse andare alle fonti della pratica filosofica consiglierei il libro di Martha Nussbaum, Terapia del desiderio e infine, di Umberto Galimberti, La casa di Psiche. 

Cosa pensa del progetto SoloTablet? Anche una prima impressione conta. Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo! 

Mi pare un progetto interessante e il sito web, ben fatto. Trovo ben pensato il sistema dell’intervista “offline” con domande scritte. Permette una migliore riflessione in un giusto tempo. Per l’eventuale miglioramento lo affido a voi, certamente più competenti nel gestire il progetto. Comunque, complimenti per l’iniziativa.

 

 

 

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