Tecnologia e dialogo socratico /

La consulenza filosofica è sempre in bilico, sul crinale dell’essere/non essere e del desiderare

La consulenza filosofica è sempre in bilico, sul crinale dell’essere/non essere e del desiderare

27 Marzo 2021 Il consulente filosofico
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La sua estrema fragilità e mimeticità la rende vulnerabile e precaria. Parlare di metodo è pedante e noioso ma necessario perché rende ciò che si fa credibile e professionale. Negare il metodo o generalizzare come fa Achenbach non è molto di aiuto. Serve una costante opera di ricomposizione è un lavoro di Sisifo, ricostruire, collegare, analizzare questa è la ricerca infinita dei filosofi cui la consulenza non può sottrarsi.

Consulenza filosofica e dialogo socratico nell’era tecnologica

 “La tecnica è la magica danza che il mondo contemporaneo balla!” – Ernst Junger -  “Da me non hanno imparato nulla, bensì proprio e solo da sé stessi molte cose e belle hanno trovato e generato; ma d'averli aiutati a generare, questo sì, il merito spetta al dio e a me.” - Socrate (Teeteto)

L’era tecnologica e digitale suggerisce leadership riflessive, dialoganti, capaci di interpretare le categorie dell’efficienza organizzativa, delle capacità individuali e dell’efficacia alla luce della rivoluzione tecnologica e nell’ottica delle persone.

Internet, smartphone, piattaforme social hanno trasformato ogni attività online in conversazioni, spesso caratterizzate dalla superficialità dell’interazione e dalla brutalità del linguaggio. Conversare però non è dialogare. Dialogo significa parlare attraverso, con il desiderio di trovare un punto in comune. Il dialogo è anche mettersi nei panni degli altri, non è un semplice scambio di opinioni, neppure una discussione dialettica finalizzata ad avere ragione. Si basa sull’ascolto dell’altro, sulla capacità di catturare l’attenzione reciproca e sull’ottenimento di un consenso generale. 

Il dialogo oggi è anche strumento della pratica filosofica che il consulente filosofico utilizza con persone che vivono l’era digitale attuale con incertezza, disagio, ansia, stanchezza e insoddisfazione. Il dialogo serve a porsi domande, a guardare alla realtà in modo diverso, a superare schemi fissi e i paradigmi che li sostengono, bias di conferma, per andare alla ricerca di nuove strade. Il dialogo è importante, fondamentale, per superare i conflitti e nella consulenza filosofica diventa cura e prendersi cura. Di dialogo, consulenza filosofica, era tecnologica, leadership e organizzazioni abbiamo deciso di parlare, in forma di intervista, con manager d’azienda, consulenti filosofici, leader di mercato e studiosi.  

L’intervista è condotta da Carlo Mazzucchelli (fondatore di www.solotablet.it e scrittore) e Maria Giovanna Farina (filosofa, Consulente filosofico e scrittrice) con Davide UbizzoConsulente filosofico presso MIUR

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale (lavorativa, professionale, manageriale, ecc.), del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione critica sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo?

Buongiorno. Mi occupo di pratica filosofica e lavoro nella scuola. Vivo e pratico nel territorio lagunare veneziano e mi occupo, da ormai dieci anni, di: consulenze, Caffè filosofici, Laboratori, Dialoghi di cittadinanza. Il mio interesse per le nuove tecnologie risale al primo anno di Filosofia all’Università di Ca’ Foscari a Venezia, alla fine degli anni ’80. Sono interessato all’universo digitale perché lo ritengo uno sviluppatore di conoscenza, un acceleratore di informazioni e un espansore di stimoli di pensiero.

Mi sono occupato a lungo, all’incirca dal 2001 dopo un master sempre a Ca’ Foscari con il prof. Margiotta in e-learning, di e-commerce, di gestione siti web, comunicazione web, piattaforme, social network e contenuti digitali. Sono socio Phronesis, l’associazione nazionale per la consulenza filosofica, per la quale ho ricoperto anche ruoli gestionali, al momento faccio parte della Redazione della Rivista omonima Phronesis.

Dal 2014 gestisco il blog Pragma Sofia, l’esercizio della filosofia. In questo momento sono impegnato in un nuovo progetto con la scuola secondaria di primo grado, sto svolgendo dei Laboratori filosofici nelle classi seconde con alunni di 12/13 anni.

Si dice che Internet sia Conversazione (The Clutrain Manifesto). Il mondo interconnesso globalizzato dalla tecnologia ne è una testimonianza palese. Dispositivi, applicazioni e piattaforme facilitano interazioni, conversazioni, colloqui. È come se tutti stessimo dialogando. In realtà la pratica del dialogo (διά- λογος - attraverso le parole) online è la grande assente, sia nelle interazioni personali sia in quelle lavorative e professionali. Si legge poco e superficialmente, non si presta attenzione, la concentrazione è scarsa, prevalgono l’urlo e la brutalità del linguaggio, si praticano la promozione e la vendita (anche di sé stessi) più che la persuasione. Lei cosa ne pensa? Come vede il dialogare online, anche filosofico? In che modo si potrebbe alimentarlo e coltivarlo?

Conversazione, comunicazione, colloquio. Ogni termine presuppone un diverso grado di interazione e diversi gradi di relazione.

Nel lessico filosofico si parla di dialogo nel senso del dialogo socratico che per me è sinonimo di dialogo filosofico. Credo che servirebbe uno studio rigoroso su ciò che è il dialogo socratico e ciò che spesso viene inteso come dialogo tout court. C’è molta confusione anche tra addetti ai lavori. Lo slittamento linguistico tra dialogo e dialettica non spiega tutto.

C’è chi confonde dialogo e eristica e pensa che il dialogo sia una competizione agonistica,  chi spaccia per dialogo un sorta di interrogatorio di polizia, chi spaccia per dialogo i propri soliloqui e monologhi, chi parla di dialogo ma poi pone dei paletti alla discussione. Le comunicazioni on line segnano una differenza importante rispetto al dialogo in presenza. Come del resto ogni relazione che si sviluppa in rete è sostanzialmente diversa rispetto alle relazioni interpersonali a cui siamo abituati. Mancano tutte le qualità fisiche e relazionali di un vero rapporto umano: gestualità, tono della voce, sguardo, pause e tempi di reazione, rapporto, socievolezza.  Il dialogo on line è un dialogo senza corpo, fatto al massimo, in tempi di piattaforme streaming, di volto, voce e sguardo fisso in webcam, e la chat a latere. Di certo il modello social non favorisce il dialogo di natura socratica o filosofico, anche tentativi di amici o conoscenti in questo senso mostrano la corda: la brevità del testo, il tempo di connessione, la frettolosità che è connaturata alla frequentazione dei social media, l’impossibilità di un approfondimento reale, sono tutti motivi per cui il dialogo social non si può considerare vero dialogo. E’ tuttalpiù conversazione appunto, chiacchiera, opinione, umoralità ma anche finzione, maschera, velo di Maya.

Ciò non significa che non sia possibile applicare il dialogo socratico o filosofico in contesti digitali, ciò presuppone un intervento a priori nell’organizzazione del contesto e dei tempi svolgimento: piattaforme, siti, blog non escludono affatto al possibilità di dialogare anzi, è però necessario, come del resto nel mondo “reale” ricavare spazi e tempi “diversi”, la filosofia comporta sempre una sorta di sospensione spazio temporale. Il mondo digitale è una prateria sconfinata per sperimentazioni di questo tipo, basta volerlo.

 

Saper dialogare non è importante solo online. Lo è nella vita, nelle aziende, nelle organizzazioni e nella società. Il dialogo serve a migliorare la capacità di formulare pensieri, a coltivare la capacità e la sensibilità di ascolto, a andare in maggiore profondità, a praticare il pragmatismo della comunicazione e a conoscere meglio sé stessi e gli altri. Il dialogo serve a togliere la maschera alle cose e alle persone, a aprire nuove possibilità di conoscenza (anche del Sé), di consapevolezza e di relazione. Quanto conta secondo lei il dialogo nelle pratiche quotidiane? Quanto importante ritiene che esso sia in aziende e organizzazioni nella fase attuale di trasformazione digitale, di smartworking e didattica a distanza, e di conversazioni online?

Che il dialogo sia importante credo sia fuori discussione, che sia in qualche modo di supporto a questa società in cui viviamo mi pare molto dubbio, per le caratteristiche della società occidentale stessa: frettolosità, superficialità, rapporti di forze, natura dei rapporti interpersonali.

Queste caratteristiche sono opposte alle condizioni in cui il dialogo nasce e si sviluppa: lentezza, conoscenza, pensiero critico, problematizzazione, mancanza di riguardo preventiva, pariteticità, cura della psyché, non curanza dei beni materiali. Il dialogo filosofico è sovversivo rispetto al reale sociale. Il dialogo filosofico è assente nelle pratiche quotidiane, non è fatto per il nostro quotidiano attuale.

Dovrebbe essere pratica quotidiana e chissà magari lo diventerà perché pur essendo nel quotidiano, (la riflessione dovrebbe accompagnare gli uomini in ogni passo) non ne è parte, curioso no? Non sono sicuro nemmeno che il dialogo filosofico  sia componente dell’attuale trasformazione in atto nel mondo digitale delle organizzazioni che attuano protocolli e chiedono algoritmi, o comprano software gestionali. C’è uno spazio “filosofico” nei contenuti, nella comunicazione, nella gestione clienti. Forse.

 

Socrate è il primo filosofo della filosofia occidentale a occuparsi dell'interiorità. Considerato il più sapiente di Grecia dall'oracolo di Delfi ha ideato il dialogo come strumento di ricerca interiore. La sua arte maieutica capace di far partorire le menti era improntata sull'ironia. Maieutica e ironia, due strumenti capaci di mettere in scacco l'interlocutore per far elaborare gli stereotipi. Il dialogo socratico è utile a dirigenti d’azienda, manager, professionisti ma anche a chiunque voglia acquisire la conoscenza di sé. Nella sua pratica professionale e/o di consulente filosofico cosa pensa del dialogo socratico? Può avere un ruolo terapeutico? Diverso e/o migliore di terapie psicologiche e altre pratiche finalizzate al benessere personale? In che modo lo usa, adattandolo, nelle sue attività?

Nella mia attività di pratica filosofica utilizzo il Dialogo socratico da qualche anno ormai. Lo faccio nei Laboratori, nei Dialoghi di cittadinanza e in generale nelle attività di gruppo. Non utilizzo fedelmente il modello di Nelson Heckmann e Specht ma ne seguo i principi base che ne fanno un paradigma per la philosophische praxis, in quanto empirica, dialogica, antidogmatica, critica, intuitiva e astrattiva.

Non mi pongo il problema se sia terapeutico o finalizzato al benessere personale perché per me la questione è esclusivamente filosofica ovvero riguarda la totalità dell’essere umano che entra in gioco nel dialogo: corpo, anima e spirito. Certo salute, guarigione, cura, benessere, sono tutti costrutti oggi molto di moda che in un qualche senso ruotano attorno all’idea di eudaimonia aristotelica ma sono troppo di moda per non essere sospetti, danno troppo l’idea di spendibilità sul mercato, che per carità è legittima ma non necessaria, meglio applicare una sana diffidenza e pensare alla phronesis ovvero la saggezza di vivere, e la sofia che le sta accanto, e quindi tentare di rispondere alle domande che poneva Agnes Heller nel suo la Filosofia Radicale: come si deve pensare, come si deve agire, come si deve vivere.”

Da qualche anno ormai propongo i Dialoghi di cittadinanza una formula di pratica di gruppo in cui l’esercizio della filosofia può creare consapevolezza, produrre l’interiorizzazione riflessiva di nuove comprensioni che avvengono nel processo dialogico, può suscitare e favorire un diverso senso di condivisione del pensiero e del vivere, proprio e altrui, mettendo in gioco una comunicazione autentica e profonda. Sulla fruibilità e accessibilità del dialogo nella pratica filosofica sarebbe necessaria una riflessione: aspettative, attitudine, precomprensioni, le dinamiche possibili sono molteplici.

 

Molti consulenti filosofici che hanno preso a modello Socrate e non solo, fanno della formazione lo strumento e la chiave delle loro pratiche filosofiche. Ma il filosofo non è un insegnante, neppure un educatore, semmai un maestro come lo è stato Socrate, sempre alla ricerca di conoscenza, anche del sé, di nuove mappe della realtà e di nuove verità. Il maestro non ha alunni, studenti o allievi ma discepoli. La ricerca, che parte dal non sapere, non va confusa con l’educare che si basa sulla trasmissione di un sapere acquisito e consolidato. Mentre l’educazione trasferisce cose e concetti già pronti, idee già masticate e digerite, la ricerca serve a creare cose nuove, a partire da nuove idee e nuove concettualizzazioni del mondo, Da consulente filosofico lei cosa pensa? Si sente filosofo, educatore, maestro, ricercatore? Che importanza ha per lei continuare a fare ricerca e che importanza ha nella pratica filosofica da consulente?

Socrate lo si può intendere solo come paradigma, come exemplum concreto di agire filosofico che accade.

Molti prendono Socrate ad esempio a modello e in effetti Socrate è il primo filosofo della storia del mondo e della filosofia di strada però appunto è necessario anche capire cosa Socrate mostra. Il Socrate citato nel mondo delle pratiche è spesso un feticcio, un presupposto inespresso, un espediente retorico.

Dal mio punto di vista Socrate mostra che la filosofia apre all’uomo la dimensione della dialettica io / mondo e offre come strumenti il domandare radicale, il problematizzare, la parresia, ponendo infine la questione spirituale (che riguarda il nostro essere intero) e politica nell’esistenza ovvero il rapporto con gli altri e la questione del governo degli uomini. Il carattere critico problematico della ricerca sempre aperta di Socrate per una vita etica personale che ci apre al mondo è ciò che rende l’esercizio della filosofia nella pratica filosofica una nuova praxis socratica, che realizza nel suo fare un’intenzionalità spirituale. 

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In realtà, e mi pare una curiosità da sottolineare, la pratica filosofica oggi realizza vivificandole tutte queste istanze insite nel pensiero socratico e nel suo agire ma non le esibisce, forse perché meno interessata alla teoria epistemologica che ossessiona l’accademia. La filosofia è il quid che rende viva la nostra vita, Platone la chiamava fiamma che balza, Nietzsche parlava di passione per la conoscenza, "Amor che ne la mente mi ragiona" scriveva Dante nel Convivio. 

Per lavoro mi sono occupato per lo più di educazione, sono stato animatore, educatore, attualmente insegno e al contempo la mia ricerca filosofica non ha fine nel mio fare attività di pratica. Quanto al rapporto formazione / filosofia mi pare che la questione sia mal posta. Da Pitagora e il suo circolo la filosofia è tratto comune che caratterizza la vita di gruppi di persone che la praticano. Come vogliamo chiamarla? Vita filosofica? Non vedo come in altro modo. Socrate fu maestro? Sì ma non professionista. Non si faceva pagare. E’ certo corretto non  confondere educazione e filosofia ma è anche difficile distinguerle in maniera netta come vorrebbe qualcuno. Nell’antichità queste distinzioni non esistevano.

Scuola deriva da “scholé” parola che indica le attività che il cittadino riservava a sé stesso, che i Greci chiamavano “paidéia”, e vedevano in maniera non specialistica, integrale.  Davvero si può dire che un’attività di pratica filosofica non è formativa? Cadere in questo pensiero manicheo è piuttosto superficiale e significa disconoscere secoli di pensiero pedagogico e di paidetica. Di solito ha a che fare con l’antipedagogia. Poi la pratica filosofica utilizza tutte le modalità formali della formazione e dell’educazione: corsi, scuole, aule, testi, programmi, docenti, quote, pagamenti. Che contraddizione ipocrita.

La distinzione necessaria è forse tra addestramento e formazione, nel primo caso Socrate c’entra poco nel secondo, appunto, non lo si può escludere categoricamente, anzi. Le distinzioni servono a chi si vuole distinguere e ai suoi interessi.

Diffido perciò da chi perentoriamente divide gli ambiti e poi magari nel dichiarare di non voler essere maestro fonda scuole filosofiche. Io posso sentirmi filosofo, educatore, maestro e ricercatore senza grosse difficoltà.

 

Molti filosofi, consulenti con formazione umanistica si stanno oggi cimentando nella consulenza filosofica. Con quali risultati è difficile dirlo, soprattutto perché diversi sono gli approcci e le metodologie adottate e proposte. Secondo lei esiste un unico metodo universale per la consulenza filosofica o ne esistono diversi? Qual è quello da lei adottato e/o quale considera il più adeguato in una realtà mediata e ibridata tecnologicamente? Una realtà accelerata, caratterizzata dal costante cambiamento, che obbliga a cambiare modi di pensare e paradigmi, a aprire la mente e a elaborare pensiero critico.  Una realtà che obbliga aziende e persone a cambiare ma che non hanno necessariamente pensato che una consulenza filosofica potrebbe fornire loro la giusta soluzione.

La consulenza filosofica è sempre in bilico, sul crinale dell’essere/ non essere e del desiderare. La sua estrema fragilità e mimeticità la rende vulnerabile e precaria. Parlare di metodo è pedante e noioso ma necessario perché rende ciò che si fa credibile e professionale. Negare il metodo o generalizzare come fa Achenbach non è molto di aiuto. Serve una costante opera di ricomposizione è un lavoro di Sisifo, ricostruire, collegare, analizzare questa è la ricerca infinita dei filosofi cui la consulenza non può sottrarsi.

La consulenza vive il mondo attuale nel suo farsi quotidiano quindi è per forza liquida, digitale, proiettata nel futuro ed è l’unica possibilità che esista nel mercato per orientare le riflessioni personali che si ricavano dall’esperienza, che come analisi dei nostri vissuti necessitano di una comprensione immaginativa capace di orientare l’esistenza al di fuori del corto raggio dell’agire economico adattivo e del funzionamento conformista.

Questo è ciò che solo la filosofia è in grado di garantire.

 

Prima della consulenza filosofica c’è la filosofia e l’essere filosofo. La filosofia fa parte della vita di ogni consulente filosofico. Cosa significa per lei filosofare? Come è arrivato/a fare il consulente filosofico, con quali motivazioni e attraverso quale percorso? Cosa è per lei la consulenza filosofica? Non le sembra strano che proprio mentre la filosofia sta attraversando un periodo problematico nelle scuole e nelle università, sia diventata strumento e pratica rilevante all’interno di numerose aziende e organizzazioni (in Italia forse meno che in altri paesi)?

Un filosofo che non viva la filosofia mi pare un ossimoro. Filosofia significa in greco amore per il sapere. Filosofia è la passione per il sapere che ci lega alla vita ogni giorno. Una filosofia che non parli all’esistenza è alienazione. Essa fiorisce più in tempi di crisi, come nel IV secolo a.c. in Grecia e prima come risposta alla paura, dall’espediente e dal desiderio. La filosofia come l’Eros platonico è figlia di povertà ed ingegno.

La vecchia filosofia che nobilita la disciplina storica, quella lunga sequenza di nomi e idee, è il DNA dell’uomo occidentale. La ricerca filosofica si nutre di innovazione e di severa disciplina di studio, richiede attenzione e spirito vigile.  Le aziende e il mercato forse capiscono oggi che la filosofia è centrale per orientare nella complessità ma temo che abbiano bisogno di ricette facilmente spendibili nell’immediato, mentre i tempi del lavoro filosofico sono di solito più lunghi. La filosofia mi accompagna da quando avevo 15 anni e grazie al mio professore delle superiori lessi il Simposio platonico e Nietzsche, come dire l’Alpha e l’Omega in un certo senso. In seguito alla laurea sono arrivato alla Pratica filosofica e alla Consulenza interessandomi ad essa nel 2008 e poi nel 2011 con l’Associazione Phronesis in cui ho ricoperto qualche incarico.

Considero ancora una fortuna poter godere della tenacia della filosofia e della sua resistenza in tempi così cupi e vedere molti cimentarsi con un ritorno alla filosofia come esercizio e pratica. La filosofia torna sempre in tempi di crisi, come ho detto è una delle sue caratteristiche.

 

Ciò che la consulenza filosofica offre non sono risposte e domande poste mille volte ma la ricerca della domanda giusta, capace di cambiare la prospettiva alla radice sul problema preso in considerazione. In un ‘epoca accelerata dalla tecnologia, la consulenza filosofica suggerisce di rallentare, fermarsi, tacere e isolarsi dal brusio digitale di fondo, per riflettere e impegnarsi in un percorso di ricerca personale dal significato e effetti esistenziali. Perché un dirigente di azienda dovrebbe scegliere un filosofo come consulente? Per curiosità (aprirsi a prospettive inattese), disperazione, simpatia verso la filosofia, bisogno di acquisire un approccio critico e indipendente, libero da condizionamenti e pensieri abituali, difficoltà a accettare il conformismo diffuso, antipatia verso terapie psicologiche, o altro ancora? Lei cosa ne pensa?

Perché un dirigente di azienda dovrebbe scegliere un filosofo come consulente? Non ne ho idea. Non mi occupo di filosofia in azienda. Però posso dire che fa bene. Anche se di solito si cerca quello che non si ha e si vorrebbe avere. In azienda conta quello che vuole il titolare che compra i servizi che gli servono ma se ritiene di comprare la filosofa penso che stia spendendo bene i suoi soldi e che dimostri coraggio e lungimiranza, investire in filosofia significa mettere tutto in discussione anche se magari il risultato non è sempre quello sperato.

Forse questo ipotetico imprenditore probabilmente potrebbe cercare qualche competenza che il suo mondo aziendale non frequenta: pensiero critico, consapevolezza, orientamento, strategia, uno sguardo terzo.

Certo un filosofo pagato da un’azienda cercherà di vendere quello che serve all’azienda, sarà quindi un filosofo aziendale.

 

Uno degli ambiti nei quali potrebbe focalizzarsi la ricerca filosofica è quello tecnologico e digitale. Di nuovi libri su Socrate, Platone, Spinoza o Nietzsche non se ne sente una reale necessità. Di studi filosofici sulla tecnologia al contrario ce n’è un gran bisogno. Anche per i filosofi che hanno scelto la consulenza filosofica fatta di filosofia pratica e dialogo socratico. Una ricerca in ambito tecnologico non potrebbe essere definita astratta o lontana dalla vita ma molto pratica e concreta. Porterebbe a riflettere criticamente sulle molteplici realtà quotidiane mediate tecnologicamente, a sperimentare nuovi strumenti dialogici, tecnologici e digitali. Lei cosa pensa? Non ritiene urgente una riflessione critica sulla tecnologia e i suoi effetti? Nel suo ruolo di consulente filosofico che ruolo hanno le nuove tecnologie (piattaforme social, APP di messaggistica, strumenti come Zoom, Skype, ecc.?).

Ritengo urgente una riflessione critica sulla tecnologia e i suoi effetti e credo che la filosofia potrebbe fornire un metodo e i contesti adeguati a favorirla però non ne vedo la consapevolezza negli addetti ai lavori a parte rare eccezioni. Significherebbe che i filosofi dovrebbero contaminarsi con altre discipline e questo è spesso difficile per reciproche difficoltà relazionali, però quando accade i risultati ci sono eccome.

Penso ai Laboratori filosofici che sto sperimentando con ragazzi della scuola secondaria. Personalmente utilizzo i principali canali di comunicazione digitale: GSuite, Zoom, Meet, Skype, Messenger, WhatsApp, Facebook, Moodle, anche come consulente e l’ho sempre fatto con curiosità e attenzione critica.

 

Il motto socratico “Sapere di non sapere è sapere” conduce l'essere umano, l'individuo, alla consapevolezza dei propri limiti. Non è questo ciò che manca alle persone? Credere di sapere tutto, non è forse questo l'errore “metodologico” che conduce a mostrare senza vergogna un'ignoranza pericolosa?

Ma certo. Perché il “sapere di non sapere” può condurre tanto al relativismo che a nuovi assoluti.

Mi spiego: l’uomo può sentirsi libero da vincoli non riconoscendo alcun assoluto a cui fare riferimento nel rimettere tutto in discussione oppure, dal lato opposto, può temere e sfuggire al terrore di non avere più riferimenti e certezze stabili e così andare alla ricerca di un porto sicuro, possibilmente che si adatti alle proprie esigenze. In entrambi i casi “il sapere di non sapere” è il porto di partenza.

In realtà ciò che conta sono le tappe intermedie che ti fanno giungere al porto di destinazione, qualunque sia.

 

Aristotele nella sua opera Politica riconosce la famiglia come luogo capace insieme alla polis, la piccola città stato greca, di dare sicurezza alle persone regalando loro la felicità. Crede che ciò sia possibile anche oggi, o la felicità sia da ricercarsi altrove? Cosa suggerire a chi si rivolge al consulente filosofico per trovare una serena vita felice?

Ethos e Polis, etica e politica sono focus della filosofia a partire da Platone ed Aristotele. Platone l’aristocratico cerca di salvaguardare la polis dai guasti della democrazia, Aristotele lo straniero cerca di garantire all’individuo una vita sicura.

Le formule per la felicità cambiano a seconda dei tempi. La famiglia è nucleo primario di socialità ma il senso comune di famiglia cambia nel tempo. Spesso la famiglia è l’inferno da cui fuggire. L’altrove è sempre un’incognita. ”Un altro mare” scriveva Michelstaedter.

La serenità della vita è l’utopia del mondo progressista, in realtà essa è sempre una ricerca esistenziale e personale infinita ma proprio per questo continuamente rimessa in discussone.

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Suggerisco di attendere il prossimo numero di Phronesis, la rivista, in uscita a breve in cui spero di pubblicare un articolo che parla proprio di Dialogo. Consiglio il testo di Linda M. Napolitano Valditara sul Dialogo socratico, può aiutare a capire meglio i termini della questione dialogo / Socrate.

 

Cosa pensa del progetto SoloTablet? Anche una prima impressione conta. Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

SoloTablet deve avere la tenacia della filosofia nel continuare a proporre domande e risposte (anche scomode) ai tempi attuali che stiamo vivendo, incerti e complessi. Grazie!

 

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