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Il dialogo è relazione autentica, esperienza di sé mentre si esperisce l’altro

Il dialogo è relazione autentica, esperienza di sé mentre si esperisce l’altro

01 Aprile 2021 Il consulente filosofico
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La capacità di fermarsi in ascolto dell’altro, capire il suo punto di vista e insieme costruire un pensiero plurale, è fondamentale oggi dove a dominare sono omologazione e superficialità.

 “La tecnica è la magica danza che il mondo contemporaneo balla!” – Ernst Junger -  “Da me non hanno imparato nulla, bensì proprio e solo da sé stessi molte cose e belle hanno trovato e generato; ma d'averli aiutati a generare, questo sì, il merito spetta al dio e a me.” - Socrate (Teeteto)

L’era tecnologica e digitale suggerisce leadership riflessive, dialoganti, capaci di interpretare le categorie dell’efficienza organizzativa, delle capacità individuali e dell’efficacia alla luce della rivoluzione tecnologica e nell’ottica delle persone.

Internet, smartphone, piattaforme social hanno trasformato ogni attività online in conversazioni, spesso caratterizzate dalla superficialità dell’interazione e dalla brutalità del linguaggio. Conversare però non è dialogare. Dialogo significa parlare attraverso, con il desiderio di trovare un punto in comune. Il dialogo è anche mettersi nei panni degli altri, non è un semplice scambio di opinioni, neppure una discussione dialettica finalizzata ad avere ragione. Si basa sull’ascolto dell’altro, sulla capacità di catturare l’attenzione reciproca e sull’ottenimento di un consenso generale. 

Il dialogo oggi è anche strumento della pratica filosofica che il consulente filosofico utilizza con persone che vivono l’era digitale attuale con incertezza, disagio, ansia, stanchezza e insoddisfazione. Il dialogo serve a porsi domande, a guardare alla realtà in modo diverso, a superare schemi fissi e i paradigmi che li sostengono, bias di conferma, per andare alla ricerca di nuove strade. Il dialogo è importante, fondamentale, per superare i conflitti e nella consulenza filosofica diventa cura e prendersi cura. Di dialogo, consulenza filosofica, era tecnologica, leadership e organizzazioni abbiamo deciso di parlare, in forma di intervista, con manager d’azienda, consulenti filosofici, leader di mercato e studiosi.   

L’intervista è condotta da Carlo Mazzucchelli (fondatore di www.solotableti.it e scrittore) e Maria Giovanna Farina (filosofa, Consulente filosofico e scrittrice) con Giulia Tonolli, Consulente Filosofico 

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale (lavorativa, professionale, manageriale, ecc.), del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione critica sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo? 

Buongiorno, il mio interesse per la consulenza filosofica è giovane, come non è quello per la filosofia, amore a prima vista dai tempi del liceo.

Cercavo un modo per calare la mia passione nella realtà di tutti i giorni, per renderla “utile” al quotidiano, e l’ho trovato nell’idea, propria della consulenza filosofica, di una filosofia al servizio della vita. La mia esperienza come consulente è iniziata nel 2019, al termine del percorso di specializzazione universitario, è pertanto limitata, ma compensata dall’entusiasmo.

La filosofia, e la consulenza, non possono prescindere da una riflessione sulla tecnica per la semplice ragione che essa permea tutto il nostro mondo occidentale (il riferimento è alla riflessione di Severino). Non c’è realtà che non abbia in qualche modo a che fare con l’attitudine umana a prendere e trasformare. Partire da questo presupposto secondo me è essenziale per condurre una riflessione che si situi dentro l’era in cui viviamo.

Capire questo è capire, ad esempio, come per le nuove generazioni la realtà virtuale non sia un modo per evadere dalla vita, ma vita a tutti gli effetti; un’estensione reale. Ammesso e non concesso che abbia ancor senso oggi distinguere tra i due piani. 

Si dice che Internet sia Conversazione (The Clutrain Manifesto). Il mondo interconnesso globalizzato dalla tecnologia ne è una testimonianza palese. Dispositivi, applicazioni e piattaforme facilitano interazioni, conversazioni, colloqui. È come se tutti stessimo dialogando. In realtà la pratica del dialogo (διά- λογος - attraverso le parole) online è la grande assente, sia nelle interazioni personali sia in quelle lavorative e professionali. Si legge poco e superficialmente, non si presta attenzione, la concentrazione è scarsa, prevalgono l’urlo e la brutalità del linguaggio, si praticano la promozione e la vendita (anche di sé stessi) più che la persuasione. Lei cosa ne pensa? Come vede il dialogare online, anche filosofico? In che modo si potrebbe alimentarlo e coltivarlo? 

Concordo con lei nell’affermare che il dialogo è il grande assente. A volte le interazioni che avvengono online sembrano più esondazioni di coscienze individuali che reali tentativi di scambio.

I social sono diventati gli sfogatoi nazionali dove l’offesa coperta dall’anonimato è all’ordine del giorno. Ma anche là dove le chat non si coloriscono di toni brutali e maleducati, a prevalere è comunque uno stile comunicativo che è solo fintamente interessato al confronto con l’altro: si vuole dire come la si pensa senza che importi un granché del punto di vista altrui.

Non c’è tensione al dialogo e all’ascolto; c’è l’individuo davanti al suo schermo, gli altri sono il pubblico dello show che decide di realizzare. Non so se i social possano diventare luoghi dove si fa pensiero dialogando. Occorrerebbe per questo un atteggiamento parresiasta, una volontà di mostrare la verità di ciò che si è, che difficilmente può trovare espressione in spazi costruiti attorno all’idea di un io da esibire in cerca del consenso altrui. 

 

Saper dialogare non è importante solo online. Lo è nella vita, nelle aziende, nelle organizzazioni e nella società. Il dialogo serve a migliorare la capacità di formulare pensieri, a coltivare la capacità e la sensibilità di ascolto, a andare in maggiore profondità, a praticare il pragmatismo della comunicazione e a conoscere meglio sé stessi e gli altri. Il dialogo serve a togliere la maschera alle cose e alle persone, a aprire nuove possibilità di conoscenza (anche del Sé), di consapevolezza e di relazione. Quanto conta secondo lei il dialogo nelle pratiche quotidiane? Quanto importante ritiene che esso sia in aziende e organizzazioni nella fase attuale di trasformazione digitale, di smartworking e didattica a distanza, e di conversazioni online? 

La capacità di fermarsi in ascolto dell’altro, capire il suo punto di vista e insieme costruire un pensiero plurale, è fondamentale oggi dove a dominare sono omologazione e superficialità.

La velocità con la quale si succedono notizie e opinioni ci sottopone ad un’accelerazione della vita nella quale non è semplice fermarsi a pensare, ne’ tantomeno a pensare assieme dialogando. Questo è un male per la società in se’ ma lo è anche per le aziende che perdono fatturato perché manca la comunicazione. La pratica filosofica può ridestare la consapevolezza di cosa sia dialogare e di quanto essenziale sia per la comunità e il singolo che nella relazione si costruisce e conosce se’ stesso; perché non c’è un sé stesso, se non nella relazione.

Il dialogo è relazione autentica, esperienza di sé mentre si esperisce l’altro, è un mettersi in gioco reciproco che parte da una disposizione interrogante nei confronti della vita, l’inquietudine che spinge a filosofare. 

 

Socrate è il primo filosofo della filosofia occidentale a occuparsi dell'interiorità. Considerato il più sapiente di Grecia dall'oracolo di Delfi ha ideato il dialogo come strumento di ricerca interiore. La sua arte maieutica capace di far partorire le menti era improntata sull'ironia. Maieutica e ironia, due strumenti capaci di mettere in scacco l'interlocutore per far elaborare gli stereotipi. Il dialogo socratico è utile a dirigenti d’azienda, manager, professionisti ma anche a chiunque voglia acquisire la conoscenza di sé. Nella sua pratica professionale e/o di consulente filosofico cosa pensa del dialogo socratico? Può avere un ruolo terapeutico? Diverso e/o migliore di terapie psicologiche e altre pratiche finalizzate al benessere personale? In che modo lo usa, adattandolo, nelle sue attività? 

Le mie attività sono principalmente laboratori filosofici di gruppo con adolescenti e adulti. Uso il dialogo socratico quando ho l’esigenza di definire un concetto e quando voglio lavorare sulla capacità di argomentare e mediare. Certo, all’interno di una pratica di gruppo, il dialogo socratico è molto diverso da quello riportato da Platone nei suoi dialoghi. Ci sono consulenti filosofici molto carismatici (penso per esempio ad Oscar Brenifier) che hanno fatto del dialogare socratico il loro stile. Ad alcuni esce molto bene, ad altri meno.

A chi si avvicina al mondo della consulenza come ospite può risultare molto fastidioso … Non credo in generale che la consulenza filosofica abbia un ruolo terapeutico, tanto meno il dialogo socratico. Credo però che produca un effetto terapeutico come ricaduta nella maggiore conoscenza di sé che si ottiene attraverso il dialogo. Non avvicinerei negli intenti la consulenza filosofica alle pratiche psicologiche: il benessere delle persone è un effetto di entrambe, ma mentre nella psicologia è implicito il voler curare, portare a normalità, nella filosofia il fine è sempre la verità, anche quando fa star male

 

Molti consulenti filosofici che hanno preso a modello Socrate e non solo, fanno della formazione lo strumento e la chiave delle loro pratiche filosofiche. Ma il filosofo non è un insegnante, neppure un educatore, semmai un maestro come lo è stato Socrate, sempre alla ricerca di conoscenza, anche del sé, di nuove mappe della realtà e di nuove verità. Il maestro non ha alunni, studenti o allievi ma discepoli. La ricerca, che parte dal non sapere, non va confusa con l’educare che si basa sulla trasmissione di un sapere acquisito e consolidato. Mentre l’educazione trasferisce cose e concetti già pronti, idee già masticate e digerite, la ricerca serve a creare cose nuove, a partire da nuove idee e nuove concettualizzazioni del mondo, Da consulente filosofico lei cosa pensa? Si sente filosofo, educatore, maestro, ricercatore? Che importanza ha per lei continuare a fare ricerca e che importanza ha nella pratica filosofica da consulente?

Io mi sento decisamente ricercatrice. Ricercatrice di sensi nuovi e nuove prospettive dalle quali osservare la realtà, assieme a chi decide di partecipare ai miei laboratori. Il filosofo non è educatore o formatore per definizione, egli cerca la verità, non la possiede e quindi non la può trasmettere. Il consulente filosofico può però favorire l’esercizio della capacità critica del pensiero attraverso l’allenamento, ad esempio, delle abilità di argomentare o domandare. Da parte mia credo però che, se manca nelle persone la spinta al filosofare, quel demone di cui parlava Socrate, anche la consulenza filosofica, per quanto vicina alla vita e al quotidiano, possa poco. Questo è uno dei (grandi) limiti che vedo, ma fa parte del gioco! 

 

Molti filosofi, consulenti con formazione umanistica si stanno oggi cimentando nella consulenza filosofica. Con quali risultati è difficile dirlo, soprattutto perché diversi sono gli approcci e le metodologie adottate e proposte. Secondo lei esiste un unico metodo universale per la consulenza filosofica o ne esistono diversi? Qual è quello da lei adottato e/o quale considera il più adeguato in una realtà mediata e ibridata tecnologicamente? Una realtà accelerata, caratterizzata dal costante cambiamento, che obbliga a cambiare modi di pensare e paradigmi, a aprire la mente e a elaborare pensiero critico.  Una realtà che obbliga aziende e persone a cambiare ma che non hanno necessariamente pensato che una consulenza filosofica potrebbe fornire loro la giusta soluzione. 

Nei fatti non esiste un metodo universale per la consulenza filosofica, essa è dialogo, e come tale si ritaglia sulla persona che lo conduce. Certamente però esistono delle conoscenze filosofiche che costituiscono gli attrezzi del mestiere della consulenza; sta poi alla fantasia e alla sensibilità del consulente di turno il saperle utilizzare e vivificare. Io mi rendo conto di utilizzare principalmente un metodo che definirei analitico, invitando chi dialoga con me all’approfondimento e alla definizione dei concetti.

Credo che ridare senso alle parole sia oggi una sfida davanti al continuo bombardamento di frasi e immagini a cui siamo sottoposti. Riappropriarsi del significato di concetti come libertà, democrazia, responsabilità, è il primo passo per creare pensiero e quindi benessere, anche all’interno delle aziende. 

 

Prima della consulenza filosofica c’è la filosofia e l’essere filosofo. La filosofia fa parte della vita di ogni consulente filosofico. Cosa significa per lei filosofare? Come è arrivato/a fare il consulente filosofico, con quali motivazioni e attraverso quale percorso? Cosa è per lei la consulenza filosofica? Non le sembra strano che proprio mentre la filosofia sta attraversando un periodo problematico nelle scuole e nelle università, sia diventata strumento e pratica rilevante all’interno di numerose aziende e organizzazioni (in Italia forse meno che in altri paesi)? 

Bisogna fare attenzione a cosa si chiama filosofia, soprattutto nei contesti da lei citati. Per me la filosofia è passione per la ricerca, la volontà di interrogarsi davanti alla realtà. Mi sono appassionata alla filosofia al liceo e poi ho proseguito con la laurea a Padova.

Dopo qualche anno di lavoro in contesto aziendale cercavo un modo per tornare ad occuparmi di filosofia in modo pratico e con le persone; l’ho trovato nella consulenza filosofica. Ho frequentato il Master di Ca’ Foscari, il più datato in Italia, e ora sto iniziando ad entrare in questo mondo, tutt’altro che semplice.

Sono convinta però che, pur non consapevolmente, nel mondo esista una necessità di pensiero, rafforzata e resa urgente dai cambiamenti a cui stiamo assistendo. Il successo di questa professione starà nella capacità di intercettare questa necessità e farne acquisire consapevolezza. 

 

Ciò che la consulenza filosofica offre non sono risposte e domande poste mille volte ma la ricerca della domanda giusta, capace di cambiare la prospettiva alla radice sul problema preso in considerazione. In un ‘epoca accelerata dalla tecnologia, la consulenza filosofica suggerisce di rallentare, fermarsi, tacere e isolarsi dal brusio digitale di fondo, per riflettere e impegnarsi in un percorso di ricerca personale dal significato e effetti esistenziali. Perché un dirigente di azienda dovrebbe scegliere un filosofo come consulente? Per curiosità (aprirsi a prospettive inattese), disperazione, simpatia verso la filosofia, bisogno di acquisire un approccio critico e indipendente, libero da condizionamenti e pensieri abituali, difficoltà a accettare il conformismo diffuso, antipatia verso terapie psicologiche, o altro ancora? Lei cosa ne pensa? 

Penso che innanzitutto a livello generale si debba superare il malinteso che fa della filosofia un’attività ritirata dal mondo in grado di riflettere quasi asetticamente su ciò che accade. Con Foucault, credo che il filosofo stesso faccia parte della sua epoca, ne sia in qualche modo un prodotto, e che l’analisi critica che può condurre debba partire innanzitutto da questa consapevolezza.

Chiarito questo, credo che un dirigente d’azienda possa decidere di affidarsi alla filosofia proprio per questo suo esser capace di calarsi nella storia senza risposte predeterminate, per questo suo essere analisi critica del presente senza aver la pretesa di essere essa stessa altro da questo presente.

Questo è l’approccio critico più indipendente che si possa avere, perché critico in primo luogo verso sé stessi; uno strumento prezioso anche per un’azienda che intenda cambiare rotta al di là dei soliti schemi. 

 

Uno degli ambiti nei quali potrebbe focalizzarsi la ricerca filosofica è quello tecnologico e digitale. Di nuovi libri su Socrate, Platone, Spinoza o Nietzsche non se ne sente una reale necessità. Di studi filosofici sulla tecnologia al contrario ce n’è un gran bisogno. Anche per i filosofi che hanno scelto la consulenza filosofica fatta di filosofia pratica e dialogo socratico. Una ricerca in ambito tecnologico non potrebbe essere definita astratta o lontana dalla vita ma molto pratica e concreta. Porterebbe a riflettere criticamente sulle molteplici realtà quotidiane mediate tecnologicamente, a sperimentare nuovi strumenti dialogici, tecnologici e digitali. Lei cosa pensa? Non ritiene urgente una riflessione critica sulla tecnologia e i suoi effetti? Nel suo ruolo di consulente filosofico che ruolo hanno le nuove tecnologie (piattaforme social, APP di messaggistica, strumenti come Zoom, Skype, ecc.?). 

Stiamo parlando di un’analisi che riguardi la prassi comunicativa dell’essere umano perché in realtà riflessioni sulla tecnica sono tutt’altro che nuove alla filosofia. Sì, sono d’accordo che sia una questione urgente nella misura in cui si sta creando uno iato di incomprensibilità tra generazioni. Ci sono generazioni per le quali i social e le app di messaggistica non sono uno tra i tanti aspetti della realtà, ma la realtà tout court, un luogo dove accadono le relazioni. Senza assumere un atteggiamento svalutante nei confronti di questo nuovo modo di entrare in contatto, occorre secondo me comprendere a fondo la portata del cambiamento in atto per favorire un utilizzo critico e consapevole dei nuovi media da parte di tutti. Da parte delle pratiche filosofiche potrebbe essere interessante organizzare dei laboratori in cui siano proprio le app e i social i mezzi tramite cui avviene il dialogo. È possibile un dialogo filosofico che avvenga su Facebook?

 

Il motto socratico “Sapere di non sapere è sapere” conduce l'essere umano, l'individuo, alla consapevolezza dei propri limiti. Non è questo ciò che manca alle persone? Credere di sapere tutto, non è forse questo l'errore “metodologico” che conduce a mostrare senza vergogna un'ignoranza pericolosa?

Certamente e forse, aggiungerei, è un errore di presupposti credere che ci sia un tutto da sapere. Mettersi dalla parte di chi domanda, anziché di chi fornisce risposte è un ottimo esercizio di apertura verso un modo di stare al mondo che non cerca saperi, ma nuovi modi per meravigliarsi. 

 

Aristotele nella sua opera Politica riconosce la famiglia come luogo capace insieme alla polis, la piccola città stato greca, di dare sicurezza alle persone regalando loro la felicità. Crede che ciò sia possibile anche oggi, o la felicità sia da ricercarsi altrove? Cosa suggerire a chi si rivolge al consulente filosofico per trovare una serena vita felice?

Come consulente filosofico risponderei che la risposta alla domanda sulla felicità andrebbe ricercata assieme alla singola persona con cui si dialoga. Il risultato dovrebbe variare da singolo a singolo, anche perché un’idea assoluta di felicità nella complessità del mondo contemporaneo, fatica a darsi. Da neomamma rispondo invece che per me la felicità si trova nel dono, che viene fatto e che si fa, e che questo dono non può prescindere dall’aprirsi alla relazione con gli altri e l’Altro. 

 

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a? 

Per conoscere più da vicino il mondo della consulenza filosofica, consiglio di seguire le attività della varie associazioni che se ne occupano. Per i lettori che volessero approcciarsi al tema consiglio il noto “La consulenza filosofica”  di Gerd Achembach, fondatore della pratica e Michel Foucault “ Sull’origine dell’ermeneutica del sé”, ottimo punto di partenza per una presa di coscienza del fenomeno dell’interiorità. 

 

Cosa pensa del progetto SoloTablet? Anche una prima impressione conta. Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo! 

Credo si tratti di un progetto ambizioso e piuttosto unico nel suo genere. Sono rimasta colpita dall’eclettismo del blog, necessario per trattare temi tanto complessi quanto la tecnologia. Un consiglio? Andare avanti!

 

 

 

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