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Il dialogo è importante, bisogna imparare a praticarlo!

Il dialogo è importante, bisogna imparare a praticarlo!

18 Luglio 2021 Il consulente filosofico
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L’assenza di un dialogo vero, di relazioni vere all’interno della rete, è evidente a chiunque abbia un minimo di spirito critico. Le piattaforme sono diventate spazi nei quali domina una superficialità dilagante e scarsa concentrazione, la continua promozione di se stessi, la vendita, o forse svendita, di tutto. Con eccezioni alcune eccezioni...

Consulenza filosofica e dialogo socratico nell’era tecnologica

 “La tecnica è la magica danza che il mondo contemporaneo balla!” – Ernst Junger -  “Da me non hanno imparato nulla, bensì proprio e solo da sé stessi molte cose e belle hanno trovato e generato; ma d'averli aiutati a generare, questo sì, il merito spetta al dio e a me.” - Socrate (Teeteto)

L’era tecnologica e digitale suggerisce leadership riflessive, dialoganti, capaci di interpretare le categorie dell’efficienza organizzativa, delle capacità individuali e dell’efficacia alla luce della rivoluzione tecnologica e nell’ottica delle persone.

Internet, smartphone, piattaforme social hanno trasformato ogni attività online in conversazioni, spesso caratterizzate dalla superficialità dell’interazione e dalla brutalità del linguaggio. Conversare però non è dialogare. Dialogo significa parlare attraverso, con il desiderio di trovare un punto in comune. Il dialogo è anche mettersi nei panni degli altri, non è un semplice scambio di opinioni, neppure una discussione dialettica finalizzata ad avere ragione. Si basa sull’ascolto dell’altro, sulla capacità di catturare l’attenzione reciproca e sull’ottenimento di un consenso generale. 

Il dialogo oggi è anche strumento della pratica filosofica che il consulente filosofico utilizza con persone che vivono l’era digitale attuale con incertezza, disagio, ansia, stanchezza e insoddisfazione. Il dialogo serve a porsi domande, a guardare alla realtà in modo diverso, a superare schemi fissi e i paradigmi che li sostengono, bias di conferma, per andare alla ricerca di nuove strade. Il dialogo è importante, fondamentale, per superare i conflitti e nella consulenza filosofica diventa cura e prendersi cura. Di dialogo, consulenza filosofica, era tecnologica, leadership e organizzazioni abbiamo deciso di parlare, in forma di intervista, con manager d’azienda, consulenti filosofici, leader di mercato e studiosi.  


L’intervista è condotta da Carlo Mazzucchelli (fondatore di www.solotablet.it e scrittore) e Maria Giovanna Farina (filosofa, Consulente filosofico e scrittrice) con Valentina Ducceschi   Project manager presso MyVirtuaLab

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale (lavorativa, professionale, manageriale, ecc.), del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione critica sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo? 

Buongiorno.

Innanzitutto vorrei ringraziarvi per l’opportunità che mi avete dato di partecipare a questo tipo di confronto e di dialogo e vi ringrazio perché è bello sapere che ci sono persone che utilizzano i nuovi mezzi di comunicazione in modo consapevole e profondo.

Io mi definisco un filosofo da sempre, ancor prima di aver preso una laurea: non per presunzione, ma perché, veramente, ho sempre amato la conoscenza, ho sempre amato conoscere, approfondire, studiare, imparare. E soprattutto mi son sempre fatta tante domande.

Sono stata per molti anni nel mondo della formazione, da sempre nel mondo dell’informatica. Ho accantonato da qualche mese la formazione per entrare in un’azienda nuova, ancora tutta da sviluppare.

È stata una sfida, di quelle che scegli per crescere e perché ero convinta di poter dare il mio contributo sotto tanti aspetti, anche manageriali. Credo sia stata un’ottima scelta.

Adesso mi occupo delle relazioni interpersonali e parallelamente costruisco siti internet, con un’ottima squadra a supporto.  

Si dice che Internet sia Conversazione (The Clutrain Manifesto). Il mondo interconnesso globalizzato dalla tecnologia ne è una testimonianza palese. Dispositivi, applicazioni e piattaforme facilitano interazioni, conversazioni, colloqui. È come se tutti stessimo dialogando. In realtà la pratica del dialogo (διά- λογος - attraverso le parole) online è la grande assente, sia nelle interazioni personali sia in quelle lavorative e professionali. Si legge poco e superficialmente, non si presta attenzione, la concentrazione è scarsa, prevalgono l’urlo e la brutalità del linguaggio, si praticano la promozione e la vendita (anche di sé stessi) più che la persuasione. Lei cosa ne pensa? Come vede il dialogare online, anche filosofico? In che modo si potrebbe alimentarlo e coltivarlo? 

L’assenza di un dialogo vero, di relazioni vere all’interno della rete, è evidente a chiunque abbia un minimo di spirito critico. È indiscutibile tutto quello che avete appena rilevato: la superficialità dilagante, la scarsa concentrazione, la continua promozione di se stessi, la vendita, o forse svendita, di tutto. Con eccezioni chiaramente.

Ma io credo che si sbagli a vedere il problema nella rete: internet è soltanto un mezzo, tra l’altro eccezionale, che viene utilizzato nel peggiore dei modi. Credo si rischi di confondere la causa con l’effetto: l’impoverimento non viene dalla rete, ma è prima. È un impoverimento culturale. La rete ha solo il grande potere di renderlo ancora più visibile, di accentuarlo.

Ma la mancanza di senso critico, l’incapacità di pensare autonomamente, il disperato bisogno di avere punti di riferimento stabili, la poca attitudine all’ascolto, alla lettura, al dialogo, al silenzio, alla “lentezza”, fanno parte della società di adesso, a prescindere dalla tecnologia.

Certo, quest’ultima, ha la capacità di far emergere ulteriormente certe lacune, emotive e intellettive. Ma nulla di più. Anzi, credo che se la tecnologia fosse utilizzata in modo consapevole, intelligente, orientato, allora sarebbe davvero uno strumento preziosissimo e quasi indispensabile. Sono dell’idea che la tecnologia debba abbattere barriere che fino a un secolo fa era impensabile anche solo ridurre, e non costruire nuovi limiti.   

Saper dialogare non è importante solo online. Lo è nella vita, nelle aziende, nelle organizzazioni e nella società. Il dialogo serve a migliorare la capacità di formulare pensieri, a coltivare la capacità e la sensibilità di ascolto, a andare in maggiore profondità, a praticare il pragmatismo della comunicazione e a conoscere meglio sé stessi e gli altri. Il dialogo serve a togliere la maschera alle cose e alle persone, a aprire nuove possibilità di conoscenza (anche del Sé), di consapevolezza e di relazione. Quanto conta secondo lei il dialogo nelle pratiche quotidiane? Quanto importante ritiene che esso sia in aziende e organizzazioni nella fase attuale di trasformazione digitale, di smartworking e didattica a distanza, e di conversazioni online? 

Inutile dire che per me il dialogo è fondamentale, in ogni ambito della quotidianità e che debba essere insegnato a casa, a scuola, sui posti di lavoro.

Perché ritengo che il dialogo non sia affatto qualcosa di naturale, ma qualcosa che va imparato, che va allenato, esercitato continuamente.

Purtroppo, come avete avuto modo di osservare, nella pratica di ogni giorno, è qualcosa che viene smesso sminuito e sottovalutato, che è ritenuto scontato e quindi non praticato veramente. Si ascolta poco, ci si mette in gioco sempre meno, non ci si confronta quasi mai: non nel modo giusto almeno. Eppure negli ambienti privati, così come nel mondo del lavoro, il dialogo è in grado di spostare equilibri, di migliorare situazioni, di far prendere coscienza, di stimolare, di far crescere. Dovrebbe essere obbligatorio esercitarlo. 

 

Socrate è il primo filosofo della filosofia occidentale a occuparsi dell'interiorità. Considerato il più sapiente di Grecia dall'oracolo di Delfi ha ideato il dialogo come strumento di ricerca interiore. La sua arte maieutica capace di far partorire le menti era improntata sull'ironia. Maieutica e ironia, due strumenti capaci di mettere in scacco l'interlocutore per far elaborare gli stereotipi. Il dialogo socratico è utile a dirigenti d’azienda, manager, professionisti ma anche a chiunque voglia acquisire la conoscenza di sé. Nella sua pratica professionale e/o di consulente filosofico cosa pensa del dialogo socratico? Può avere un ruolo terapeutico? Diverso e/o migliore di terapie psicologiche e altre pratiche finalizzate al benessere personale? In che modo lo usa, adattandolo, nelle sue attività? 

Da filosofo, devo ammetterlo, ho sempre ritenuto la filosofia come l’unica vera cura o terapia.

Ho accantonato completamente gli aspetti della psicologia proprio perché l’approccio filosofico, soprattutto quello che si rivolge all’antico, è molto differente da quello psicologico o clinico.

Per me i primi filosofi sono sempre stati di grande ispirazione e sì, sono un riferimento quando ho praticato la consulenza. Credo profondamente nella maieutica socratica e credo che si tratti di un approccio fondamentalmente senza tempo.

Partendo dal presupposto che il mio interlocutore ha già le risposte dentro di sé, scelgo spesso la strada del condurre attraverso il dialogo, alla soluzione. Immagino di prendere per mano l’altro e di guidarlo lungo una strada che in fondo è la sua. Ed è questa la cosa meravigliosa: che nemmeno io so dove porterà quel percorso, perché è un percorso che facciamo insieme, uno a fianco all’altro, dialogando. 

Molti consulenti filosofici che hanno preso a modello Socrate e non solo, fanno della formazione lo strumento e la chiave delle loro pratiche filosofiche. Ma il filosofo non è un insegnante, neppure un educatore, semmai un maestro come lo è stato Socrate, sempre alla ricerca di conoscenza, anche del sé, di nuove mappe della realtà e di nuove verità. Il maestro non ha alunni, studenti o allievi ma discepoli. La ricerca, che parte dal non sapere, non va confusa con l’educare che si basa sulla trasmissione di un sapere acquisito e consolidato. Mentre l’educazione trasferisce cose e concetti già pronti, idee già masticate e digerite, la ricerca serve a creare cose nuove, a partire da nuove idee e nuove concettualizzazioni del mondo, Da consulente filosofico lei cosa pensa? Si sente filosofo, educatore, maestro, ricercatore? Che importanza ha per lei continuare a fare ricerca e che importanza ha nella pratica filosofica da consulente? 

Ho risposto molto in anticipo a questa domanda. Mi sento filosofo. E chiaramente non è facile sentirsi tale nel 2021.

La mia esperienza universitaria è stata particolare: amavo studiare, amavo imparare, amavo soprattutto l’ambiente e l’atmosfera che si respirava, amavo fermarmi a conversare dopo le lezioni sugli argomenti più disparati. Ma mi sentivo per certi versi in prigione. Non ho mai amato l’aspetto accademico. Non amavo la rigidità con cui i docenti portavo avanti da anni gli stessi corsi. Desideravo il confronto, desideravo dire la mia, sempre. E questo chiaramente si scontrava con la realtà universitaria. Ricordo che protestavo spesso dicendo che mi ero iscritta a Filosofia non a storia della filosofia. Lo stesso nella formazione: ho amato insegnare, moltissimo. Ma la verità è che preferivo fare domande che dare risposte. 

 

Molti filosofi, consulenti con formazione umanistica si stanno oggi cimentando nella consulenza filosofica. Con quali risultati è difficile dirlo, soprattutto perché diversi sono gli approcci e le metodologie adottate e proposte. Secondo lei esiste un unico metodo universale per la consulenza filosofica o ne esistono diversi? Qual è quello da lei adottato e/o quale considera il più adeguato in una realtà mediata e ibridata tecnologicamente? Una realtà accelerata, caratterizzata dal costante cambiamento, che obbliga a cambiare modi di pensare e paradigmi, a aprire la mente e a elaborare pensiero critico.  Una realtà che obbliga aziende e persone a cambiare ma che non hanno necessariamente pensato che una consulenza filosofica potrebbe fornire loro la giusta soluzione. 

Non credo sia possibile realizzare uno standard universale per la consulenza filosofica. O meglio, io non riesco proprio a immaginarlo. Del resto, un minimo di definizione sarebbe necessaria per rendere questo tipo di attività una professione riconosciuta a tutti gli effetti. Ma è anche vero che non esiste uno psicologo uguale a un altro. Perché si tratta di mestieri che sono più di mestieri: sono abiti, e ogni persona poi ha il suo modo di portarli. Succede in tutte le professioni, ma in alcune un po’ di più.

Quindi non avrebbe senso dire qual è il modo corretto di fare il consulente, perché non esiste un solo modo. Ritengo però che il consulente filosofico abbia un dovere: quello di essere dentro il mondo. Troppo spesso il filosofo fa l’errore di estraniarsi da una realtà che non gli appartiene, per buttarsi sui libri, per tornare al passato. Ecco, questo è sbagliato. Socrate era un uomo del suo tempo prima di tutto. E questo credo sia necessaria in un momento storico come questo. Se si vuole essere guida, si deve prima di tutto gettarsi nel mondo e viverlo, conoscerlo, anche negli aspetti più lontani da noi. 

Prima della consulenza filosofica c’è la filosofia e l’essere filosofo. La filosofia fa parte della vita di ogni consulente filosofico. Cosa significa per lei filosofare? Come è arrivato/a fare il consulente filosofico, con quali motivazioni e attraverso quale percorso? Cosa è per lei la consulenza filosofica? Non le sembra strano che proprio mentre la filosofia sta attraversando un periodo problematico nelle scuole e nelle università, sia diventata strumento e pratica rilevante all’interno di numerose aziende e organizzazioni (in Italia forse meno che in altri paesi)? 

Sarò molto breve questa volta. La filosofia per me è un modo di essere.

Non trovo strano che la filosofia sia diventata così rilevante all’interno di grandi organizzazioni. Tutt’altro. Credo che sotto spoglie differenti, la filosofia sia sempre stata profondamente connessa con il potere. Così come credo che la filosofia vicino a uomini di potere sarebbe fondamentale, ma senza mai prenderne il posto. 

 

Ciò che la consulenza filosofica offre non sono risposte e domande poste mille volte ma la ricerca della domanda giusta, capace di cambiare la prospettiva alla radice sul problema preso in considerazione. In un ‘epoca accelerata dalla tecnologia, la consulenza filosofica suggerisce di rallentare, fermarsi, tacere e isolarsi dal brusio digitale di fondo, per riflettere e impegnarsi in un percorso di ricerca personale dal significato e effetti esistenziali. Perché un dirigente di azienda dovrebbe scegliere un filosofo come consulente? Per curiosità (aprirsi a prospettive inattese), disperazione, simpatia verso la filosofia, bisogno di acquisire un approccio critico e indipendente, libero da condizionamenti e pensieri abituali, difficoltà a accettare il conformismo diffuso, antipatia verso terapie psicologiche, o altro ancora? Lei cosa ne pensa? 

Non so darvi una riposta. Andrebbe chiesto ai dirigenti che scelgono di avere a fianco dei consulenti filosofici. Ipotizzo che la curiosità sia l’impulso iniziale. Il fare qualcosa di nuovo: come se la filosofia non esistesse da un pezzo.

Ma credo anche che l’approccio filosofico, una volta abbattuti i pregiudizi iniziali, risulti vincente sotto molti aspetti: prima di tutto perché ti mette di fronte a una prospettiva nuova, a un nuovo punto di vista. E una volta che si intraprende questo percorso, non si lascia più. 

Uno degli ambiti nei quali potrebbe focalizzarsi la ricerca filosofica è quello tecnologico e digitale. Di nuovi libri su Socrate, Platone, Spinoza o Nietzsche non se ne sente una reale necessità. Di studi filosofici sulla tecnologia al contrario ce n’è un gran bisogno. Anche per i filosofi che hanno scelto la consulenza filosofica fatta di filosofia pratica e dialogo socratico. Una ricerca in ambito tecnologico non potrebbe essere definita astratta o lontana dalla vita ma molto pratica e concreta. Porterebbe a riflettere criticamente sulle molteplici realtà quotidiane mediate tecnologicamente, a sperimentare nuovi strumenti dialogici, tecnologici e digitali. Lei cosa pensa? Non ritiene urgente una riflessione critica sulla tecnologia e i suoi effetti? Nel suo ruolo di consulente filosofico che ruolo hanno le nuove tecnologie (piattaforme social, APP di messaggistica, strumenti come Zoom, Skype, ecc.?). 

Nel mio lavoro, la tecnologia è centrale. Nella mia vita quotidiana, fuori dal lavoro, non lo è. Ma è comunque importante, è comunque utile.

In questa epoca rinnegare la tecnologia e tutte le sue forme, sarebbe assurdo. Si deve imparare a conviverci, perché ci sia di aiuto e non per esserne schiavi. Penso che il progresso tecnologico non sia andato di pari passo con il progresso umano, culturale ed emotivo: questo è stato il grande problema. Molti di noi non erano pronti: per cui la rete è diventata un rifugio e poi una prigione; è diventata una fede cieca in un certo senso, una nuova religione, che ti offre le risposte e le finte certezze che fuori non trovi più. Inutile aggiungere che una riflessione su tutto questo sarebbe assolutamente necessaria.

Il motto socratico “Sapere di non sapere è sapere” conduce l'essere umano, l'individuo, alla consapevolezza dei propri limiti. Non è questo ciò che manca alle persone? Credere di sapere tutto, non è forse questo l'errore “metodologico” che conduce a mostrare senza vergogna un'ignoranza pericolosa?

Assolutamente sì.

Aristotele nella sua opera Politica riconosce la famiglia come luogo capace insieme alla polis, la piccola città stato greca, di dare sicurezza alle persone regalando loro la felicità. Crede che ciò sia possibile anche oggi, o la felicità sia da ricercarsi altrove? Cosa suggerire a chi si rivolge al consulente filosofico per trovare una serena vita felice?

La domanda è troppo complessa per non rispondere in modo scontato. Direi che la felicità, prima di tutto, risiede in noi stessi. La mia vita serena la immagino a passeggiare in un bosco, con un taccuino in mano per prendere appunti su quello che vedo, che immagino, che sogno. Per un altro questa potrebbe essere la vita più infelice del mondo. Questo per dire che non esiste una risposta. Che noi siamo la risposta. La vita serena deriva da una profonda conoscenza di se. 

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a? 

Non amo troppo dare consigli di lettura. Sono una mangiatrice di libri, ma non ho mai letto nulla che mi avessero imposto o consigliato altro. Mi piace pensare che sono i libri a scegliere me, non io loro. Posso però dirvi il libro che mi ha fatto scegliere la Filosofia come strada di vita: si tratta dei Pensieri di Blaise Pascal. 

Cosa pensa del progetto SoloTablet? Anche una prima impressione conta. Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo! 

Trovo che il vostro sia un progetto coraggioso: sono dalla vostra parte.

 

 

 

 

 

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