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Il futuro non è della tecnica: lo dice la pandemia

Il futuro non è della tecnica: lo dice la pandemia

08 Gennaio 2021 Redazione SoloTablet
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Segnaliamo una intervista al sociologo Franco Ferrarotti pubblicata dal quotidiano l'Avvenire.

Secondo Franco Ferrarotti la pandemia non ha solo dimostrato la sua forza ma anche che il futuro non è della tecnologia. Quest’ultima ha favorito la globalizzazione ma ad averla realmente attuata è stata il coronavirus. L’incertezza che ne è derivata, su scala mondiale, non può trovare risposte nella tecnologia ma solo in una umanità capace di riconoscere i propri limiti. Grazie alla pandemia oggi c’è la possibilità di ripensare il futuro a misura d’uomo per rifondarlo su categorie nuove, non necessariamente quelle emerse in questa era digitale fatta di volontà di potenza, funzionalismo, narcisismo esagerato, visibilità ma anche servitù e complicità con le macchine sulle quali abbiamo fatto eccessivo affidamento fino a diventarne dipendenti. Oggi più che mai serve ciò che le macchine non hanno: progettualità, volontà, responsabilità, consapevolezza, empatia, solidarietà, senso della comunità e iniziativa umana. 

«La pandemia sta attuando la vera globalizzazione e distrugge ogni certezza. La tecnica può espandersi a dismisura ma il vero progresso lo genera l’umanità che conosce i propri limiti»


 

Franco Ferrarotti parla al telefono dalla sua casa di Roma, ogni tanto si interrompe per un saluto al figlio che lo chiama sull’altra linea, e poi torna a rispondere alle domande dell’intervistatore. Anche se, in realtà, l’intervista se la sta facendo da solo: prevenendo obiezioni, disegnando scenari, mettendo in campo tutta la sua esperienza di sociologo (fu lui, nel 1961, a ottenere la prima cattedra universitaria italiana dedicata alla disciplina). Oggi è il suo compleanno, 94 anni da celebrare in circostanze che, per quanto difficili, non mortificano affatto la curiosità di questo intellettuale infaticabile. «È un periodo terribile, di grande sofferenza per molti – ammette Ferrarotti – ma è anche una straordinaria occasione di ripensamento. Il futuro sarà diverso da come l’avevamo previsto, proprio per questo dobbiamo avere il coraggio di rifondarlo su categorie nuove».

Ecco: il futuro. Su questo tema Ferrarotti avrebbe dovuto tenere una delle lezioni organizzate in occasione del bicentenario di Marietti 1820, la casa editrice che ha da poco portato a termine il progetto delle sue Opere complete. Sei volumi in tutto (due di scritti autobiografici, due di scritti teorici, due di ricerche), ora disponibili anche in e-book per far fronte alla chiusura delle librerie. «La tecnologia ci mette a disposizione risorse formidabili – dice Ferrarotti –, però non dobbiamo illuderci che il futuro stia nella tecnologia».

Perché, professore?

«Perché il futuro ha un cuore antico, e le assicuro che non è una frase fatta. Per capire l’errore in cui siamo caduti negli ultimi anni, per esempio, sarebbe bene tornare a leggere le pagine che Hegel dedica alla dialettica tra servo e padrone nella Fenomenologia dello spirito. Abbiamo fatto troppo affidamento sulle macchine, fino a diventare dipendenti da esse. Ma le macchine non hanno volontà, non esprimono un progetto, non possono fare altro che replicare sé stesse all’infinito. Sono mezzi, strumenti. Non possono diventare uno scopo».

Dobbiamo rassegnarci a un futuro senza tecnologia?

«No, il punto non è questo. Ma non possiamo ignorare la realtà con la quale la pandemia ci obbliga a fare i conti. Vede, abbiamo tanto parlato di globalizzazione e adesso non vogliamo ammettere che la vera globalizzazione la sta attuando il coronavirus».

In che modo?

«Distruggendo le nostre false certezze, anzitutto. Ed è qui che entra in gioco la tecnologia o, meglio, il delirio di onnipotenza tecnica che ci portava a immaginare un mondo affidato ai robot, all’intelligenza artificiale, al meccanismo fantomatico della crescita economica sganciata dalla creazione di posti di lavoro. Era come se il “diritto all’ozio”, teorizzato Paul Lafargue alla fine dell’Ottocento, fosse lì lì per trionfare. Riconsiderati adesso, nella prospettiva della pandemia, questi ragionamenti ci sembrano di una ingenuità incredibile. Solo ora comprendiamo i limiti della tecnica e, insieme, i nostri stessi limiti».

Quali sono?

«La tecnica è una perfezione priva di scopo, interessata unicamente all’esattezza interna delle proprie operazioni. Può espandersi a dismisura, ma questa espansione caotica non comporta alcun progresso. Per il progresso occorre l’iniziativa umana, che può essere efficace a patto che l’essere umano stesso riconosca a sua volta i propri limiti. Altro che il "pastore dell’Essere" cantato da Heidegger: mai come in questo momento ciascuno di noi si sente fragile, addirittura in pericolo. Il futuro che siamo chiamati a ricostruire non potrà essere se non “a misura d’uomo”, per adoperare un’espressione cara ad Adriano Olivetti. La sua lezione, ora come ora, mi sembra più che mai attuale».

 

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