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L’ingenuità della rete di Morozov Eugeny

L’ingenuità della rete di Morozov Eugeny

19 Dicembre 2020 Redazione SoloTablet
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Per anni si è parlato di come rendere Internet più libero oggi si scopre che libero non lo è più. La libertà praticata da molti si scopre oggi essere all'interno di un lungo processo di riallinemento e di un discorso di potere nel quale pochi ci guadagnano e tutti gli altri rimangono al palo. Un libro coraggioso e brillante che mostra le contraddizioni e le percezioni confuse che si hanno di Internet. Le une e le altre stanno travando la strada per emergere dalla foschia della Rete eliminando l'euforia iniziale e suggeredno una riflessione politica di Internet e delle sue molteplici ramificazioni. Una riflessione urgente perché Internet sta diventando un veicolo di depoliticizzazione e de-democratizzazione oltre che uno spazio attraverso il quale esercitare il controllo e abolire, nella pratica, libertà e diritti.

Man mano che internet assumerà un ruolo sempre maggiore nella politica degli stati, crescerà la pressione per far dimenticare il contesto e per fare ciò che internet permette. In sé e per sé Internet non fornisce niente di sicuro: troppe situazioni hanno dimostrato come rafforzi i forti e indebolisca i deboli.”

 "Internet ha forse reso possibili le rivoluzioni, ma la fede cieca nella superiorità dei network decentralizzati e orizzontali le sta rendendo più difficili da portare a compimento".

Autore

Eugeny Morozov è sociologo, giornalista ed esperto di geopolitica e  nuovi media. Nato in Bielorussia nel 1984 da una famiglia di minatori, ha fatto parte di organizzazioni non governative che promuovevano la democrazia nell’Europa orientale. Fa parte della Open Net Initiative, una associazione che difende la libertà di espressione attraverso internet. Svolge attività di ricerca a Stanford e scrive per numerosi riviste quotidiani come Foreign Policy, The Wall Street Journal, Financial Times, The Economist, e Wahington Post.  È noto per le sue posizioni critiche e le opinioni in contro tendenza rispetto alle mode del momento. Rispetto alla visione ottimistica che caratterizza il pensiero unico e trionfalista sui benefici tecnologici, Morozov evidenzia rischi e pericoli possibili in termini di minore libertà e democrazia. Le sue posizioni sono espresse in contrasto con il pensiero dei molti studiosi considerati mainstream e tecnofili o tecno-ottimisti come ad esempio Clay Shirky.


L’autore, di origini bielorusse, è un accademico e intellettuale che, dopo aver lavorato a Stanford e alla Gergetown University negli Stati Uniti, ha deciso di impegnarsi in una campagna, a volte violenta, finalizzata a mettere alla gogna alcune idee e comportamenti diffusi del Web e delle sue applicazioni e a criticare il pensiero unico dilagante (mainstream) pieno di ottimismo e benevolenza nei confronti delle virtù democratiche e taumaturgiche della rete. 

La sua idea che il mondo non dovrebbe funzionare come Internet sembra l’opposto di quanto sostengono i membri del Movimento 5 stelle che sul Web vorrebbero instaurare anche dei veri e propri tribunali con l’obiettivo di far applicare meglio la legge e punire i colpevoli. Il libro parte dalla cronaca e dall’uso dei social network che ha caratterizzato le rivoluzioni arabe ma anche le proteste cinesi. Un uso diffuso del web e di strumenti come Facebook e Twitter che è diventato il vero protagonista delle proteste e che ha finito per calamitare l’attenzione dei media di tutto il mondo a scapito delle motivazioni e delle ragioni delle proteste e dello scontento dei cittadini di questi paesi.

Il libro, ben scritto e in molte parti dissacrante, mette alla berlina, puntando a far riflettere, anche in modo provocatorio, molti atteggiamenti dei cosiddetti tecnofili e tecno-utopisti digitali che vedono nella rete e nella tecnologia la risposta finale ai problemi del mondo, compresa la ricerca di maggiore libertà e democrazia. Con un’investigazione che va alla ricerca delle radici culturali alla base della fede crescente nei mezzi tecnologici salvifici e liberatori della Rete Morozov si chiede se la convinzione che le tecnologie digitali alimentino solo cambiamenti positivi e siano lo strumento perfetto per la creazione della democrazia corrisponde alla realtà.  La sua risposta è molto diversa da quella di studiosi come Clay Shirky che hanno fatto del tecno-ottimismo lo scopo della loro ricerca e attività letteraria. Per Morozov il comune sentire diffuso di stampo tecnofilo esprime un trionfalismo tecnologico ingenuo che ha accompagnato fin qui l’evoluzione tecnologica della Rete.

La critica di Morozov si basa sulla constatazione che gli stessi strumenti Web sono utilizzati anche da governi e istituzioni con finalità tutt’altro che democratiche. In Russia e in Cina ad esempio gli spazi di intrattenimento online sono studiati apposta per spostare l'attenzione dei giovani dall'impegno e dalla partecipazione civile. In Cina la Rete è abitata da centinaia di blogger e hacker pagati appositamente per lanciare e propagare informazioni e messaggi con contenuti favorevoli all’azione del governo o ad attivare opportuni meccanismi di filtraggio di ciò che non è desiderato dal potere. In altri paesi, vedi lo scandalo NSA negli Stati Uniti, gli stessi strumenti sono sfruttati per entrare in possesso di dati sensibili e personali in aperta violazione della privacy e delle libertà del cittadino, sia nella sua espressione civile che virtuale e online.

Morozov, con un approccio volutamente scettico e critico, mette in discussione l’opinione diffusa che si possa ancora guardare alla Rete e al Web come a un propagatore naturale di democrazia. Questa idea è fuorviante e pericolosa: per garantire forme efficaci di cambiamento sociale è necessario rimanere calati solidamente nella realtà. Internet non è inequivocabilmente buona, Twitter e Facebook non hanno avuto alcun ruolo cruciale nelle rivoluzioni recenti, e la rivoluzione sarebbe accaduta con o senza di loro. 

La Rete può essere facilmente piegata a fini autoritari o contrari al bene comune e trasformarsi in potente strumento di controllo sociale di massa finalizzato a comprimere, negare e impedire la libertà di pensiero e di espressione. Un controllo fatto di sorveglianza, censura e propaganda che mira a reprimere dissidenti e pensatori liberi (vedi in Cina e Russia ma anche nei paesi che hanno vissuto le cosiddette primavere arabe) ma soprattutto a impedire il nascere, lo sviluppo e la diffusione di pensieri e idee fuori dal coro e considerate potenzialmente pericolose.

Il libro, tra i più odiati, amati, commentati e citati della produzione letteraria tecnologica recente, va collocato nell’intera produzione letteraria di Morozov che vede altri libri come To save Everything, Click Here fino all’ultimo pubblicato nel 2014 dal titolo Internet non salverà il mondo (edizioni Mondadori). Il fatto che a condurre quella che sembra essere diventata una crociata, sia un esperto negli studi di Internet e della comunicazione digitale, fa di Morozov un personaggio molto amato e anche molto odiato. Le sue posizioni sono spesso radicali, senza sfumature, espresse con forza e certezza di verità e che mal si prestano a interpretazioni o fraintendimenti.

La sua visione del mondo non concede nulla alla tecnologia e alle sue utopie digitali e evita di porre al suo centro Internet e la sua presunta capacità nel fornire soluzioni e di dare forma alla realtà. La pretesa che il Web possa imporre le sue regole a qualsiasi cosa e che tutto, comprese la democrazia e la politica, debba funzionare come funziona la rete è un'illusione e uno sbaglio (chissà cosa ne penserebbe Casaleggio?). È un errore nel quale sembrano essere caduti milioni di utenti della rete ma anche numerosi intellettuali che stanno contribuendo a creare una mistica del Web e della tecnologia da fine della storia e così facendo stanno determinando i contesti di sudditanza e le catene future che la tecnologia ci imporrà.

L’opinione di Morozov, in contrasto con quella tipica della Silicon Valley e dei suoi protagonisti principali, come Amazon, Facebook e Google, è che molto di ciò che è dipinto come innovativo, perché nato in Rete, in realtà non lo è ed è stato già praticato anche in passato in forme diverse ma con altrettanto successo e beneficio. Senza contare che molte tecnologie non contengono neppure le soluzioni ai problemi o ai bisogni che esse stesse creano.

Morozov se la prende con quelli che definisce cyber-utopisti, pensatori come Ethan Zuckerman (attivista e blogger statunitense e studioso dei nuovi media), Yoachai Benkler (professore di legge e scrittore israeliano) e soprattutto Clay Shirky (studioso degli effetti interdipendenti dei social network e delle reti tecnologiche) colpevoli di una glorificazione insensata ed esagerata della Rete e di approcci che non permettono di mettere a fuoco le criticità e i potenziali effetti negativi della tecnologia e ne offuscano la problematicità e le ricadute concrete sulla vita delle persone, degli elettori, dei consumatori e dei cittadini.

La critica va anche ai molti strumenti della Rete descritti e decantati come utili alla conoscenza, all’autocoscienza e alla liberazione. Il fatto che i contenuti della rete siano in costante aumento e che proliferino gli spazi sociali come Facebook nei quali è possibili scrivere e pubblicare per interagire e relazionarsi con gli altri, non è sinonimo di crescita culturale, di approfondimento e di maggiore conoscenza. I social network, compresi quelli che hanno trasformato la comunicazione e la conversazione in cinguettii, sono diventati spazi di intrattenimento a buon mercato, accessibili a tutti e abitati dalle masse alla ricerca di nuove forme di divertimento e di socialità.

I comportamenti sociali che si manifestano in questi spazi e le modalità con cui essi vengono abitati evidenziano il rischio che alla conoscenza si sostituisca l’ignoranza e alla libertà di espressione l’anestesia delle coscienze.  Un rischio reale anche a causa dell’uso che degli stessi strumenti è fatto da chi detiene il potere e che ha trovato nel motore di ricerca così come nei social network l’arma letale per un più diffuso e sicuro controllo di massa e delle masse.

Internet ha fallito anche nella sua missione di globalizzare il mondo, con l’unica eccezione dei consumi e degli stili di vita. Secondo Morozov, il Web ha fatto esplodere i localismi e crescere i pregiudizi, dato forma ai nazionalismi più deteriori e fornito a gruppi e associazioni criminali e terroristiche l’opportunità di comunicare, farsi conoscere, trovare proseliti e minare le basi della democrazia nel mondo. Internet non è il ‘migliore dei mondi possibili’ (Candide di Voltaire) e sbagliano i tecno-utopisti che così lo descrivono e lo promuovono. I mondi a venire non sono prevedibili (quasi una messa in guardia rispetto alla singolarità di Kurzweil) e il risultato di quelli digitali e online potrebbero essere tutto tranne che ideali e felici, perché inquietanti e fonte di incognite pericolose capaci di generare nuove infelicità  e privazioni, ad esempio di diritti.

Il tecno-scetticismo di Morozov è espresso in modo crudo e sempre un po’ provocatorio. Sembra quasi che l’autore giochi con i suoi lettori dando per scontata una loro convinta adesione alle filosofie tecnofile della Rete. La sua è una battaglia intellettuale e culturale per demistificare i numerosi miti che sorreggono la Rete, per combattere il feticismo tecnologico che la caratterizza e per sottolineare, al contrario, la complessità del mondo reale e la sua rilevanza diversa rispetto a quella del mondo virtuale e digitale di Internet.

Le rivoluzioni non hanno successo perché si dispone di maggiore tecnologia ma perché il contesto sociale e politico nel quale sono maturate determina cambiamenti radicali reali. Se non si tiene conto del contesto, si finisce per sottovalutare gli effetti negativi della tecnologia assegnandole un potere che non ha. Non è un caso che alle rivoluzioni arabe alla Twitter e alla Facebook siano seguiti nuovi governi dittatoriali che hanno bloccato il cambiamento e represso gli aneliti dei cittadini a maggiori libertà. Non è un caso che gli sviluppatori di FireChat (una soluzione di messaggistica che non richiede la presenza di Internet per messaggiare localmente perché si appoggia su tecnologie Bluetooth), l'APP per dispositivi mobili usata dai ragazzi di Hong Kong nella loro protesta per la libertà e per difendeersi dalla censura, abbiano richiamato l'attenzione sul fatto che i messaggi non sono criptati e quindi siano intercettabili e leggibili anche dalla polizia.

In controtendenza rispetto a molti commentatori della Rete e delle tecnologie, Morozov invita a non lasciarsi fuorviare dalle opinioni che trovano ampio spazio in rete espresse da guru informatici, nerd, supposti ‘geek’ informatizzati e social networker di professione. La realtà ottimista e luminosa che descrivono serve loro per auto-celebrarsi e per raccontare il mondo dorato, fatto di lauti salari, benefit, vantaggi, nel quale si trovano a lavorare e a vivere. Ai cittadini comuni della rete l’autore suggerisce un sano cyber-realismo maturo, fatto di pensiero critico capace di evitare le trappole disseminate sul cammino della democrazia e dello sviluppo sociale da personaggi come il creatore di Facebook o di Amazon, trasformatisi in profeti e predicatori del mondo futuro che verrà.

Così come non esiste il migliore dei mondi possibile è difficile credere che i paradisi tecnologici futuri possano essere gratuiti e senza penalità. Possibile che ci si arrivi senza alcuna consapevolezza e coscienza di quanto abbiamo perduto (secondo alcuni scienziati le nuove tecnologie stanno modificando le strutture e le sinapsi del cervello delle nuove generazioni di nativi digitali) ma il percorso, che è ancora lungo, permette di sviluppare contromisure cambiando atteggiamenti e dando forma a nuovi pensieri, utili alla riflessione critica e alla comprensione più approfondita dei meccanismi, della logica e degli algoritmi della rete. Conoscere di più e meglio gli strumenti tecnologici serve a sfruttare più efficacemente le opportunità da essi offerte e a costruire adeguate difese per impedire il predominio futuro della tecnologia.

La tecnologia non è mai neutra perché è sempre condizionata dalle forme di potere, di conoscenza ed economiche e dai contesti nei quali esse si esprimono. Vietato anche illudersi sul ruolo della Rete nel promuovere spazi di libertà.

Facebook spazio a tutti ma pochi conoscono come lo stesso strumento sia usato da chi detiene il potere. Il numero di MiPiace o di follower non indica il maggiore o minore successo di un personaggio o di un'idea ma esprime spesso il potere che questo personaggio possiede. Morozov fa in questo caso l’esempio di Chavez in Venezuela e dell’uso dei social network, fatto dai suoi sostenitori, per esaltarne le azioni e promuoverne l’immagine icona. La consapevolezza che il racconto gentile della favola di Internet, nella quale tutti vincono perché tutti sono buoni, sia falso dovrebbe suggerire maggiore cautela e a non sottovalutare le conseguenze, anche politiche, che possono derivare dalla manipolazione della realtà delle sue narrazioni digitali.

La favola è solitamente internet-centrica e porta a guardare il mondo attraverso la lente (lo specchio, il filtro) della rete. Per Morozov la lente è distorta e produce visioni a loro volta non veritiere così come lo sono quelle dello specchio in cui si cerca la propria identità. La distorsione deformata degli eventi è risultata palese in molti dei fenomeni sociali e politici osservati: le rivoluzioni arabe, le proteste cinesi e i movimenti populisti e di protesta come quelle dei pentastellati in Italia. Nella rete non c’è alcuna palingenesi. Chi lo sostiene pecca di una lettura superficiale della realtà e finisce per dare maggiore rilevanza all'ideologia tecnologica della rete e alla sua rappresentazione massmediologica dei fatti, invece di focalizzarsi sui problemi strutturali concreti che hanno fatto da detonatore della crisi politica e dell’apparizione di nuove forme politiche organizzate diverse dai partiti tradizionali.

Infine Morozov richiama l’attenzione su quella che sembrerebbe un’ovvietà ma che viene invece spesso data per scontata e senza conseguenza alcuna. Internet e il mondo tecnologico in genere è ancora fortemente l'espressione di una società come gli Stati Uniti d'America, una nazione e potenza mondiale che potrebbe volgere le sue tecnologie a scopi e finalità geo-politiche, finanziarie e economiche.

Il caso NSA ha svelato cosa sia possibile fare e quanto facilmente lo si possa fare, ma ha anche dimostrato l’assenza di una legislazione ad hoc e l’impossibilità per le potenziali vittime di difendersi. Il fatto che anche altri paesi come Russia e Cina siano oggi in grado di fare le stesse cose,  non dovrebbe suggerire facili ottimismi ma al contrario spingere a un rinnovato e sano scetticismo e cinismo, unici atteggiamenti filosofici e pratici (pragmatici) per difendersi dal predominio della tecnologia.

Così come tutte le invenzioni tecnologiche che lo hanno preceduto, anche Internet non è destinato a salvare il mondo o a creare nuovi paradisi terrestri.

Meglio saperlo o convincersene al più presto!

Scheda libro

Titolo intero: L’ingenuità della rete - Il lato oscuro della libertà di Internet

Titolo originale: The net delusion. The dark side of Internet freedom

Genere: Cultura e società

Listino: 22,95

Editore: Codice Edizioni

Collana: Codice

Pagine: 360

Data uscita: 27 ottobre 2011

 

Bibliografia

  • L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet, Torino, Codice, 2011
  • Contro Steve Jobs. La filosofia dell’uomo di marketing più abile del XXI secolo, Torino, Codice, 2012.
  • To Save Everything, Click Here. The Folly of Technological Solutionism, Philadelphia, PublicAffairs, 2013.
  • Internet non salverà il mondo, Mondadori, 2014
  • I signori del silicio, Codice Edizioni

 

 

 

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