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Una riflessione sulla meritocrazia

Una riflessione sulla meritocrazia

30 Ottobre 2019 Yari Carbonetti
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Yari Carbonetti
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La Rete è ricca di occasioni di incontro e dispensatrice di regali. I regali possono essere messi in un cassetto, passati ad altri o condivisi. In questa segnalazione condividiamo una riflessione sulla meritocrazia fatta da Yari Carbonetti. Una riflessione capace di suggerirne molte altre, di dare origini a reazioni contrastanti, tutte utili a ragionare su un tema molto dibattuto, ma forse mai approfondito al di là del conformismo intellettuale di maniera, dell'adesione acritica e conformistica del pensiero dominante del momento.

La meritocrazia non è di sinistra o di destra, la meritocrazia è pura ideologia nel senso più bieco del termine: è falsità scientifica, è "una cagata pazzesca", e, nonostante ciò, potentissima. Da una parte placa le classi socioeconomiche più sfortunate: permette un senso di controllo (“se mai vorrò, ce la farò”) ed affievolisce l’ansia attribuendo un senso di giustizia semi-divina ad un mondo complesso e imprevedibile (“beh, ha tutto senso, così!”). Dall’altra giustifica e legittima la ricchezza e il privilegio delle classi più ricche (“se ce l’han fatta, significa che se lo meritano più di altre persone”).

Eppure sono boiate, pura fantascienza: nei sistemi complessi, come la nostra società, ad ipotetiche “parità” di condizioni (che non esisteranno mai perchè siamo il prodotto di miliardi di micro-variabili), basta la minima casualità per generare un effetto a valanga, con il risultato di stipendi due, tre, dieci volte superiori ad altri/e per essere nati/e nel posto giusto al momento giusto. Pensiamo alle scuole elementari, partiamo tutti/e uguali, o no? Al primo giorno di scuola tra alcuni/e bambini/e possono esserci anche 11 mesi di differenza di età, e quindi maggior sviluppo neuropsicologico ed esperienza che significano comprendere un po’ prima e meglio le prime cose, relazionarsi meglio con la classe e gestire meglio le emozioni, a tal punto che l’età di inizio elementari è un predittore ( è UNA variabile, non significa che basta la sua presenza e i risultati saranno positivi, ma che a parità di condizioni è un vantaggio) di buoni risultati scolastici e sociali anche a lungo termine (Sprietsma, 2003; Dhuey, 2008).

E prima delle elementari?

Già a 3 anni c’è una differenza significativa di volume cerebrale tra bambini/e di famiglie ricche e povere (Hanson, 2013), e a 6 anni la differenza si vede anche nello sviluppo socio-emotivo, linguistico e cognitivo (Heckman, 2008). Vogliamo ridere per non piangere? Tra il 2000 e il 2005 si contavano 350 giocatori professionisti della National Hockey League (la serie A di Hockey del nord America) nati nei primi tre mesi dell’anno, contro solo 150 degli ultimi tre mesi dell’anno, questo semplicemente perchè la soglia per accedere al primo anno di “scuola hockey” (e quindi imparare, sbagliare, imparare meglio e appassionarsi ed essere motivati/e) venne fissato al primo gennaio. Lo stesso vale per tanti altri sport (cobley 2009, Helsen, 2005), perchè la verità è che con la giusta esperienza nei giusti ambienti, gli esseri umani sanno apprendere bene e diventare molto capaci, a tal punto che bambini/e in orfanotrofio hanno tipicamente punteggi QI inferiori alla media e quando vengono adottati/e guadagnano punti, ma se vengono adottati da famiglie di classe medio-alta, guadagnano ancora più punti (Capron, 1999).

E lo status si è fatto lungo (rileggiamoci The inner level di Pickett e Wilkinson e Le radici psicologiche della disuguaglianza di Volpato), e non voglio nemmeno aprire i temi dei giudizi scolastici elementari/medie, in cui sono stati studiati per decenni i bias cognitivi per cui si davano voti peggiori a bambini/e che esibivano una classe sociale più bassa o di famiglie immigrate; per non parlare dell’ansia e stress che peggiora le performance delle persone di classe bassa persino nelle università e negli ambiti culturalmente associati a classi medio-alte (la cosiddetta “minaccia dello stereotipo”). Non nomino nemmeno Barone e Socetti, che scoprono che le tre famiglie più ricche di Firenze nel 2011 erano già tra le prime 10 famiglie più ricche del 1427. Ma poi, che ricerche ci servirebbero per capire che anche in una società di geni fortemente motivati, non tutti/e diventeranno chirurgo/a o avvocato/a, perché i posti son materialmente limitati? 

Ciò non significa che dobbiamo porre in posizioni di responsabilità chi manca di interesse o preparazione, o che raggiungere un certo ruolo non abbia implicato grande impegno, bensì che non possiamo basare la nostra società sul mito dell'uomo che si fa da solo in quanto tutti avremmo "le stesse possibilità", perché non è così, è una lotteria: forse in alcuni casi chi "riesce" si è impegnato/a davvero più di tutti/e, ma ciò non toglie l'impegno di chi "non riesce", perché le condizioni non sono mai le stesse, e le variabili sono infinite: il "winner takes all" danneggia la stragrande maggioranza della popolazione.

Ciò che potremmo imparare dalla letteratura scientifica, piuttosto che offenderci e rigettarlo leggendolo come un attacco alla nostra autostima, è che non è l’abilità a determinare la classe sociale, ma la classe sociale a porre in migliori condizioni per sviluppare determinate abilità. E di conseguenza non possiamo usare il "merito" come giustificazione per lasciare che pochi si salvino, idolatrati, ai danni di tanti, marginalizzati, discriminati e in difficoltà economiche.

Serve un sistema socioeconomico che, grazie ad una scienza etica, sappia sviluppare al meglio le potenzialità di ogni essere umano.

Parafrasando I Rage against the machine:  “Meritocracy? Whoever told you that is your enemy

Yari Carbonetti

Pubblicato su Facebook il 23 ottobre alle ore 10:50 · 

 

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