Filosofia e tecnologia /

La tecnica è da sempre una forma di mediazione col mondo, con tutte le sue contraddizioni e biforcazioni.

La tecnica è da sempre una forma di mediazione col mondo, con tutte le sue contraddizioni e biforcazioni.

03 Aprile 2017 Interviste filosofiche
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Lo smartphone è il dispositivo più biopolitico dell’era contemporanea ed è la principale componente di un universo di oggetti connessi in vertiginoso aumento. Siamo sempre infatti sempre più immersi nel mondo dell’internet degli oggetti una Bioipermedia, un insieme di bios/biopolitica e ipermedia, uan delle attuali dimensioni della mediazione tecnologica.

Carlo Mazzucchelli  intervista Giorgio Griziotti, uno dei primi ingegneri informatici usciti dal Politecnico di Milano e autore del libro Neurocapitalismo, mediazioni tecnologiche e linee di fuga (Mimesis 2016)

Sei filosofo, sociologo, piscologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero?                                           .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori.

Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato è quello di coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione.


 

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo?

Mi occupo di ricerca sul ruolo delle tecnologie.

Questa attività nasce dal connubio di due interessi per me predominanti e vitali: la politica e la tecnica, e viene alimentato dalle esperienze legate a tali inclinazioni.

Il mio coinvolgimento politico inizia in quello che è stato definito come il lungo 68 italiano mentre la passione per la tecnica risale addirittura all’infanzia e si è incarnata in una curiosità intellettuale e in un interesse non solo per le innovazioni tecnologiche ma anche per le implicazioni sociopolitiche da loro indotte.

Sono stato inizialmente attirato ad indagare sul connubio tecnologia e movimenti quando ho cominciato ad interessarmi di politica e per altro ero uno dei primi studenti di ingegneria informatica al Politecnico di Milano.  Erano gli anni in cui Berkeley, l'università e città californiana, era un doppio simbolo: da un lato la culla dei movimenti che negli Stati Uniti si battevano contro la guerra in Vietnam, dall'altro il luogo in cui nasceva quello che sarebbe poi divenuto il free software. Quindi ho pensato che esistesse un legame chiaro esplicito far queste due correnti

È lì infatti che vengono messe a punto le prime versioni di Unix “open source” che integrano i protocolli per connettersi in rete, come TCP-IP, precursore di Linux e del free software,

Anche se la commessa veniva dal ministero della Difesa americano, che negli anni della guerra fredda era interessato a costruire una rete che potesse ricomporsi in caso di un evento atomico, la nascita di Internet corrispondeva anche a un bisogno di quella generazione, che apriva forme di comunicazione non gerarchica e che lottava contro le forme d’imperialismo allora dominanti.

Secondo il filosofo Slavoj Zizek viviamo tempi alla fine dei tempi (Vivere alla fine dei tempi). Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly in Quello che vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

La tecnica è da sempre una forma di mediazione col mondo con tutte le sue contraddizioni e biforcazioni.

Quello che è nuovo à la svolta del   nostro “divenire macchina”, la tecnologia entra essa stessa a far parte della nostra soggettività rendendola ibrida. Il mito del cyborg di Donna Haraway non è lontano.

Per cercare di capire dove siamo bisogna forse, con tutto il rispetto per Kevin Kelly, cercare di risalire alla genesi della tecnica.

Mumford nel suo “Mito della macchina” scrive che in epoca primitiva “il seppellimento del cadavere ci dice più cose sulla natura umana di quante ce ne direbbe l’utensile usato par scavare la fossa”.

Simondon immagina il mondo primitivo preistorico come se fosse costituito da  un “fondale indistinto in cui si distacca  una reticolazione di luoghi e momenti magici dove avvengono gli scambi fra il vivente e l’ambiente” e che ad  un certo momento dell’evoluzione tali  punti-chiave del mondo si staccano dal fondo per diventare oggetti tecnici strumentali, efficaci che funzionano dappertutto ed in qualsiasi momento.  Il fondo diventa astratto e si soggettiva personificandosi nelle forme del divino, del sacro e della religione. Tecnica e religione quindi sarebbero nate simultaneamente e in una connessione “sfasata” ma indissolubile.  

Ma se gli oggetti tecnici di Mumford e di Simondon erano separati dall’umano ora invece le Itc  hanno una funzione di integrazione macchinica del sistema nervoso umano  e mettono in evidenza la compenetrazione della coscienza umana con la complessiva rete elettronica. C’è quindi un cambiamento di paradigma in questo continuum fra soggetto e oggetto, natura e cultura, umano e macchina. All’interno di questo cambiamento stanno scatenandosi grandi forze scontri, sconvolgimenti che non provengono da un’astratta volontà di potenza della tecnologia ma da orientamenti politici ben precisi.  

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

Lo smartphone è il dispositivo più biopolitico dell’era contemporanea ed è la principale componente di un universo di oggetti connessi in vertiginoso aumento. Siamo sempre infatti sempre più immersi nel mondo dell’internet degli oggetti.  Ho definito questo ambiente come Bioipermedia, “un termine derivato dall’assemblaggio di bios/biopolitica e ipermedia, come una delle attuali dimensioni della mediazione tecnologica. Le tecnologie connesse ed “indossabili” ci sottomettono ad una percezione multisensoriale in cui spazio reale e virtuale si confondono estendendo ed amplificando gli stimoli emozionali.  Entriamo nell’ambito in cui il corpo nella sua integralità si connette ai dispositivi di rete in modo talmente intimo da entrare in una simbiosi in cui avvengono modificazioni e simulazioni reciproche[1]

In questo ambiente avvengono processi che implicano corpo e sistema nervoso. Il bioipermedia istaura un regime di segni significanti come il linguaggio ma anche a-significanti come per esempio gli stimoli che interagiscono con la nostra attenzione. Per tali ragioni trovo non completamente appropriato parlare di protesi, per lo meno nel senso comune del termine. Anche definirle protesi cognitive sarebbe riduttivo in quanto non agiscono solo sui processi cognitivi coscienti.

Non penso che ci sia stato un tempo delle tecnologie neutrali, tantomeno oggi. Questa non-neutralità può prodursi nella concezione, come per esempio nel caso delle tecnologie “proprietarie” (nel software o altrove) pensate in funzione di dati rapporti sociali; oppure nell’uso dove una stessa tecnologia può assumere valenze funzionali, sociali o politiche diversificate o anche divergenti.  In questo registro agisce la creatività hacker

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando?

Mi sembra che il punto centrale non stia nell’evoluzione della tecnologia ma nel fatto che oggi le classi dominanti usano la tecnologia per un asservimento macchinico che “consiste nel mobilitare e nel modulare le componenti pre-individuali, pre-cognitive e pre-verbali della soggettività, e fa funzionare gli affetti, le percezioni e le  sensazioni primarie  come parti o  elementi di una macchina .”

Come scrive Maurizio Lazzarato[2]:

Senza prendere in considerazione l’asservimento potremmo confondere, come fanno Rancière e Badiou, la democrazia greca con il capitalismo, il lavoro di artigiani e schiavi con quello macchinico degli operai,  Marx con Platone.

Io aggiungo che l’asservimento macchinico  oggi coinvolge non solo gli operai ed i lavoratori cognitivi ma noi tutti nella vita stessa tramite i dispositivi del bioipermedia.  

 

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia?

Vivo in un paese, la Francia, dove la prima tendenza, quella dei tecno-pessimisti, è quasi egemonica nel dibattito teorico. Pensano che la tecnologia sia un problema in sé. Molti di loro appartengono alla corrente della decrescita. In questo ambito esistono derive neo-luddiste e neo-darwiniste di teorici del crollo finale con discorsi abbastanza inquietanti sul ritorno alle origini dei sopravvissuti. Si contrappongono all'altro estremo a partire dal Nord Europa  i fautori  dell'accelerazionismo che pure mi lascia alquanto perplesso

Entrambi questi movimenti si dichiarano anticapitalisti ma scelgono come vettori portanti del loro discorso de/crescita ed accelerazione/velocità.  Perché scegliere di situarsi proprio nelle dimensioni preferite (in senso positivo o negativo, poco importa) del nemico per cercare di batterlo?

Il nostro compito non sarebbe piuttosto quello di favorire una situazione dove la “necessaria consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia” produca utopie concrete e viceversa?

 

Mentre l'attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all'uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell'alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa?

Io sinceramente trovo che il famoso articolo pubblicato alcuni anni fa sul Wall Street Journal “Why Software Is Eating The World” sia fuorviante, troverei più corretto se il titolo fosse “Perché il software del capitalismo sta divorando il mondo”. Personificare il software come leviatano tecnologico è uno dei più ricorrenti e pericolosi deliri dei signori del silicio che ci rimandano ad una visione distopica del futuro.

E’ la visione del transumanesimo, una filosofia che accompagna bene il neoliberismo della Silicon Valley. Il quotidiano francese Le Monde lo definiva addirittura Religione 3.0: la visione del divenire macchina diventa un divenire dio (a questo sottende l'immortalità che si otterrebbe integrandoci alle tecnologie).

La recente iniziativa di Elon Musk (Fondatore di Tesla e di Space X), che crea  Neuralink per sviluppare una neuro-ingegneria cognitiva che arrivi all’esternalizzazione dei ricordi e dello stato della mente, va in questo senso.  

Questo non significa che non si possano utilizzare le tecnologie per migliorare, potenziare o allungare la vita, ma come ci insegnano psichiatri e psicologi, una visione degli umani come onnipotenti e immortali è foriera di gravi patologie...

 

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Fcebook, Amazon e Apple). E' un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l'identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boetie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria. Lei cosa ne pensa?

Nel saggio “Megamacchine del Neurocapitalismo” pubblicato in occasione  del  convegno sulle Piattaforme del Capitalismo che si è tenuto a Milano nel marzo 2016, ho scritto a proposito di Facebook, citando la Boétie, alcune osservazioni che mi sembrano rispondere alla domanda posta:

 “Cinque secoli fa la Boétie denunciava la “servitù volontaria” al “tiranno” in un mondo dove i soggetti di tale servitù erano i cortigiani e gli strati intermedi del potere.  La “servitù volontaria” promossa da FB obbedisce alle norme di prescrizione di soggettività dominanti, amplificandole. L’importante dice Zuckerberg, nel suo bien nommé documento di governance Building global community,  è costruire la social fabric .

[…] 

Nella sua global community egli auspica l’assoggettamento di ciascuno a un ruolo volontario per arrestare un declino del tessuto sociale che sembra ineluttabilmente portato al disfacimento. Un assoggettamento dove siamo protetti da grandi sorprese perché grazie agli algoritmi delle filter bubbles siamo esposti ‘solo a opinioni simili alle nostre’.

[…]

Zuckerberg ci informa inoltre che l’Intelligenza Artificiale, nella quale FB sta investendo massicciamente, comincia a riconoscere i messaggi ‘pericolosi” analizzando i contenuti linguistici postati. Nulla sappiamo dei criteri e delle “business rules” che governano la sorveglianza elettronica di Facebook e se siano più o meno efficaci o illegali di quelli denunciati da Snowden alla NSA. Sta di fatto che già oggi un terzo delle schede trattate dai “servizi” FB che controllano i “contenuti della sua comunità” sono generate dall’IA.

Anche se ci vorranno ancora anni, scrive Zuckerberg, perché l’IA diventi un vero agente semiotico in grado di capire e valutare il senso di tutti i contenuti del social network in modo da poter intervenire opportunamente, questo resta l’obbiettivo di FB “per combattere il terrorismo mondiale”. La promessa di costruire l’infrastruttura sociale che aiuterà la Global Community di FB a “identificare i problemi prima che avvengano” va nello stesso senso e si ispira direttamente a Minority Report. 

Nel documento di FB si utilizza una tonalità da leader di un territorio privato che comprende una consistente parte della popolazione mondiale (con la notevole eccezione della Cina) in cui sotto un’apparenza di libertà d’espressione, viene esercitato un controllo biopolitico in cui si intrecciano organicamente tanto le prescrizioni di soggettività che gli asservimenti macchinici.  Nella dichiarazione sulla Global community il nuovo governatore dell’informazione sociale entra a far parte integrante della governance neoliberale globale. Il fatto che oggi sia in contrasto coi populismi nazionalisti fascistizzanti di cui Trump è il capofila, lo rende in un certo senso più ‘moderno’ ed attraente (o forse solo più accettabile) agli occhi di generazioni di nativi digitali”.

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali, il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo  guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Come indicato nel punto precedente mi sembra che il problema non siano i Social Network in sé. Per esempio il movimento Occupy che utilizza nella tragedia dell’uragano Katrina “per primo, in maniera significativa e orientata politicamente la capacità logistica delle reti sociali, cioè la loro capacità di trasformarsi da reti di opinione a reti capaci di coordinare azioni su larga scala”[3] conferma che i Social Network possono essere utilizzati positivamente in una produzione del comune.

Tiziana Terranova ha pienamente ragione nello scrivere che “Facebook si pone dunque esplicitamente nella inedita posizione di governatore dell’informazione sociale, e quindi come nuova infrastruttura della società (post)civile globale”  e quindi non possiamo dimenticare che nell’acquario di Facebook[4]  (sito N° 1 mondiale) il comune è sotto il controllo biopolitico neoliberale. Quale sarà il grado d’autonomia che potrà essere praticato se e quando l’azione si situerà ad un livello di scontro politico non più limitato all’ “autogoverno dell’emergenza” come nel caso citato precedentemente?

 

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall'invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo?

Anche se ho una conoscenza abbastanza limitata delle tecniche di difesa della privacy, mi sembra sia una pratica importante diffondere queste conoscenze. In Italia, fra gli altri, il gruppo Ippolita e il collettivo che fa capo a Dyne.org fanno  opera didattica in questo senso . Dei comportamenti semplici di difesa della privacy vanno senz’altro propagati ed in circostanze particolari queste capacità possono rivelarsi strategiche.  Ancora una volta però rimando al “politico” ed ai percorsi collettivi e comuni che mi paiono necessari per portare questa problematica ad un livello che non sia solo quella della difesa individuale.  

 

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l’iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Ho cercato di sviluppare gli argomenti qui trattati e numerosi altri in un libro Neurocapitalismo, mediazioni tecnologiche e linee di fuga (Mimesis 2016), che SoloTablet ha recensito. C’è stata un’accoglienza favorevole in Italia, ed ora sta uscendo in altri paesi.

Faccio parte inoltre del collettivo “Effimera” dove questi temi ed altri vengono affrontati discussi ed elaborati collettivamente.   

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

Vivendo all’estero divido il mio tempo di monitoraggio tecnologico in ambiti diversi paesi.  Ho conosciuto SoloTablet nell’occasione della recensione di cui sopra e sono stato favorevolmente sorpreso dal fatto che un sito dedicato agli usi professionali dell’informatica allargasse i suoi orizzonti ad una visione di critica sociopolitica delle tecnologia.

E’ un esempio raro e prezioso e non posso che incoraggiarvi a continuare su questa buona strada. Grazie!



[2] M. Lazzarato,  Signs and Machines Capitalism and the Production of Subjectivity Semiotexte 2014, P.15 Traduzione dell’autore.

[3] Tiziana Terranova in http://www.euronomade.info/?p=8881  visto il 23/2/17

[4] http://www.ippolita.net/it/libro/nellacquario-di-facebook

 

* Tutte le immagini di questo articolo sono scatti di viaggio di Carlo Mazzucchelli(Islanda, Alsazia,Cile)

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