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Su YouTube un’intervista ad Heidegger appare come un contenuto come un altro!

Su YouTube un’intervista ad Heidegger appare come un contenuto come un altro!

04 Aprile 2017 Interviste filosofiche
Interviste filosofiche
Interviste filosofiche
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Credo che chiunque abbia a che fare seriamente con il linguaggio, pensatori, poeti, artisti, non possa non notare come quello odierno stia cambiando, modificato, come tutti gli altri aspetti significativi della vita, dalla razionalità tecnologica. Il punto essenziale non è tanto cosa noi possiamo fare con la tecnologia ma cosa la tecnologia può fare con noi, uomini potenti inclusi, come modifica il nostro essere umani. E non mi riferisco tanto né a modifiche apportabili ed apprezzabili scientificamente, né tanto ai temi del post- o transumanismo, quanto ad un riorientamento del modo di pensare e delle idee.

 

Carlo Mazzucchelli  intervista Federico Sollazzo, pensatore continentale, saggista, scrittore, giornalista e docente di Continental Philosophy presso l’Università di Szeged.

Sei filosofo, sociologo, piscologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero?  .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori.

Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato è quello di coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione.

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull’era tecnologica e dell’informazione in cui viviamo?

Certamente, e grazie per il vostro gentile invito.

Ho iniziato il mio viaggio nella filosofia presso l’Università Roma Tre, dove ho conseguito la Laurea – con una Tesi sul concetto di lavoro in Marx e Marcuse – e il Dottorato – con una Tesi su totalitarismo e democrazia come categorie concettuali – e per qualche anno sono stato Cultore della Materia, presso il Dipart. di Filosofia.

Dopo qualche anno mi è però diventato evidente come la situazione fosse bloccata, non solo presso quell’Università, ma in Italia in generale, dove (non lo scopro certo io) le conoscenze hanno un peso maggiore a quello che è normale che abbiano, trasformandosi in gruppi di interesse, sicché la prima preoccupazione per una carriera accademica diventa quella di penetrare in tali gruppi, attività che non mi ha mai affascinato.

Sia chiaro, questa è la tendenza che va per la maggiore (chi dice il contrario lo guardo a priori con perplessità perché o non ha mai frequentato i corridoi dell’accademia italiana o ha qualche interesse in ballo), dopodiché ogni situazione andrebbe vista singolarmente: così come in Italia esistono ancora delle eccezioni, altrettanto non è tutto oro quello che luccica all’estero; vorrei tenermi egualmente distante, e molto, dagli estremi provinciali del nazionalismo e dell’esterofilia.

Tuttavia, a suo tempo, anziché restare in Italia incrociando le dita nella speranza di imbattermi in quelle eccezioni, ho preferito tentare la via dell’estero e, dopo contatti con altre Università, dal 2010 mi sono trasferito presso l’Università ungherese di Szeged (Seghedino in italiano), prima come Ricercatore postdottorato, poi come Professore a contratto, tenendo corsi, in inglese, di filosofia continentale contemporanea.

Per concludere questo breve excursus sulle mie “miserie” biografico-filosofiche, aggiungo che in questi anni ho partecipato a diversi convegni internazionali (anche in Paesi terzi rispetto a Italia e Ungheria) ed ho pubblicato (in italiano e inglese) su diverse riviste internazionali, a quel punto, magicamente, quel che faccio ha iniziato a destare qualche piccola attenzione anche in Italia, dove (oltre al problema a cui mi riferivo all’inizio) c’è un’idea particolare di internazionalizzazione: o la si rifiuta o la si mitizza, quando invece andrebbe semplicemente gestita cum grano salis. A questo proposto mi permetto una banale similitudine: uno studioso che rifiuta l’internazionalizzazione è come uno sportivo che si amputa una gamba, così come uno studioso che mitizza l’internazionalizzazione è come uno sportivo sotto doping.

Quanto alla mia attuale attività, quella universitaria al momento mi impegna parecchio (come accennavo, mi occupo prevalentemente di autori e temi del pensiero continentale contemporaneo, tra cui: Camus, Habermas, Heidegger, Marcuse, Pasolini, Sartre, la massificazione della cultura e la cultura di massa, il concetto di potere nella modernità, la società industriale avanzata, la razionalità strumentale, la filosofia della tecnica), tuttavia in questi ultimi anni mi sento sempre più distante dalla filosofia accademica che percepisco come crescentemente a- o addirittura anti-filosofica, sotto la forma di un’idolatria del dato che soffoca il libero pensare.

In sintesi, nei Dipartimenti universitari di Filosofia di fatto si fa filologia e storiografia della filosofia, ma non filosofia. Sia chiaro, di filologi e storici c’è e ci sarà sempre bisogno, ma non per questo vanno confusi con i filosofi, causando peraltro così la sparizione di questi ultimi dalle Università (su questo ho scritto un breve articolo sul mio blog, Abilitazioni in mala tempora). È per questo che a partire da settembre avvierò qui a Szeged un Laboratorio di filosofia, che non voglio che abbia solo un profilo accademico ma allo stesso tempo non voglio che ricalchi il modello delle cosiddette pratiche filosofiche, vorrei che fosse uno spazio, concettuale, prima che fisico, dove provare a generare nuovo pensiero; il che ovviamente non significa ignorare il pensiero altrui, ma relazionarvisi in un modo completamente altro rispetto al ricercatore e allo studioso, per come oggi intendiamo queste figure.

Questa può sembrare una deviazione rispetto al tema della presente intervista, tuttavia io credo ci sia una profonda continuità tra il problematico destino della filosofia accademica, di cui sopra, e l’impatto sulla nostra società di questa specifico sistema tecnologico. In estrema sintesi, infatti, la degenerazione del pensare a materia calcolabile, ordinabile e oggettivamente misurabile, a me altro non sembra che la longa manus di una certa, storica, razionalità di derivazione tecnologica che riduce tutti e tutto in termini operativi ad oggetti calcolabili e manovrabili.

È quindi una mentalità comune, nel senso proprio di essere diffusa e propria di tutti, quella che causa la degenerazione di cui sopra della filosofia, e della cultura in generale, da pratica di riflessione che fonda il senso di una vita a materia scientifica passibile di valutazione oggettiva, finalizzata ad un utile e che può essere solo accresciuta quantitativamente, aritmeticamente (con nuove ricerche che tirino fuori nuovi dati), ma non rimodellata qualitativamente, in accordo al pensiero di chi la pensa.

Di fatto, quindi, questa forma di cultura altro non è che una nuova forma di bassa cultura, molto vicina al kitsch di Adorno e al Midcult di Macdonald. Il progresso come falso progresso, recita il sottotitolo di Lettere luterane di Pasolini, con una affascinante vicinanza alla critica di questo progresso fornita nella Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer. Bene, io credo che oggi i tempi siano maturi per una critica dell’alta cultura intesa come falsa alta cultura e quindi come un’articolazione odierna della bassa cultura. E credo che questo tipo di critica non possa prescindere dalla considerazione della funzione avuta dalla razionalità dell’apparato tecnologico che abbiamo, consapevolmente?, costruito nel modellare la società in cui viviamo.           

Quanto al mio interesse per la filosofia della tecnica (preferisco associare la parola tecnica anziché tecnologia, a quella filosofia, per tenere ferma la differenza con la cosiddetta information technology), è nato ai tempi della Laurea e del Dottorato attraverso il contatto con i temi e i testi della prima Scuola di Francoforte, il marcusiano L’uomo a una dimensione in particolare. Sono passato poi attraverso l’antropologia filosofica empirica di Gehlen, spec. il suo L’uomo nell’era della tecnica, per poi arrivare, inevitabilmente, ad un confronto con Heidegger, in primis il suo La questione della tecnica (a questo proposito, mi permetto di segnalare come questo cruciale saggio heideggeriano sia stato recentemente ripubblicato, insieme a Scienza e meditazione, entrambi nella traduzione di Vattimo e con una mia introduzione, che spero possa essere all’altezza di quei nomi: http://www.goware-apps.com/la-questione-della-tecnica-martin-heidegger/).

A questi autori ho poi affiancato Pasolini, che solo ultimamente sta ottenendo il giusto riconoscimento anche da parte della critica filosofica: nei suoi lavori degli ultimi anni ci sono delle considerazioni illuminanti su quel che chiama “tecno-fascismo” e sui legami di questo con il consumismo e con quel fenomeno che nominò come “mutazione antropologica”. Naturalmente, ci sono profonde differenze tra gli autori che ho citato, ai quali si dovrebbero aggiungere come minimo l’Anders de L’uomo è antiquato e Hiroshima è dappertutto e il Benjamin de L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, tuttavia c’è anche un fil rouge che è quello che mi ha sempre guidato attraverso e verso di loro. Nessuno di loro, infatti, è un conservatore nostalgico del passato, nessuno di loro è attestato su posizioni reazionarie, come ad es. uno Jünger, tutti loro esprimono invece una critica a questo sistema tecnologico non in nome di un ritorno al passato e alla ruralità, bensì in nome di un altro possibile sviluppo tecnologico. Non si tratta di una critica alla tecnologia, ma di una critica a questa tecnologia. Quel che è in gioco non è l’arresto del progresso tecnologico, ma un suo possibile riorientamento, cosa infinitamente più difficile.

 

Nel suo testo del 2015, Tra totalitarismo e democrazia, affronta temi di filosofia morale e politica per mettere in guardia contro quello che lei definisce una nuova forma di totalitarismo post-totalitario visto come una sistema coordinato e unificato da forme di razionalità impersonali e strumentali. Un sistema che mette a rischio le forme di democrazia attuali e suggerisce nuovi approcci e modalità di interpretazione. Che ruolo ha secondo lei la tecnologia nell’affermarsi di questo sistema totalitario? Anche Eugeny Morozov, nel suo libro I signori del silicio, paventa rischi totalitari e li associa al predominio dei produttori di piattaforme tecnologiche (GAFA - Google, Apple, Facebook e Amazon) e alla loro volontà di dominare il mondo. Lei cosa ne pensa?

Quel libro che lei ha gentilmente citato (Tra totalitarismo e democrazia. La funzione pubblica dell’etica) ruota attorno all’idea francofortese di razionalità strumentale. Un tipo di razionalità che si è sviluppata gradualmente, storicamente nel corso di più di due millenni (anche se, l’origine di tale dialettica deve essere posta in qualcosa di ontologico, perché la genealogia ci dice il come ma non il perché della nascita di un fenomeno: ci dice cosa è successo, ma non perché tra le varie possibilità si è realizzata esattamente quella, per questo ritengo sia importante far reagire l’idea francortese di strumentalità con la prospettiva heideggeriana ontologica sulla tecnica). Un tipo di razionalità (quella strumentale) fondata sul dominio dell’uomo sulla natura e, per mezzo di questo, sull’uomo stesso, e che alla fine diventa impersonale e autonoma. Ancora una volta, si tratta quindi di investigare se e come si possa avviare un’altra storia dello sviluppo tecnologico, esente dalla questione di cui sopra.

Invece, stanti alcuni punti di contatto, come ad es. la critica di una falsa libertà che nasconde invece tendenze totalitaristiche ancor più pervasive, prospettive come quelle di Morozov o, aggiungerei, Chomsky, sono finalizzate ad una denuncia politica, ovvero quello che alcuni uomini, i più potenti, possono fare utilizzando la moderna tecnologia.

Personalmente però credo che questa problematica sia contenuta in una più grande (a cui mi riferisco appunto nel libro di cui sopra), di ordine genealogico e, ancor più, ontologico. Il punto essenziale non è tanto cosa noi possiamo fare con la tecnologia ma cosa la tecnologia può fare con noi, uomini potenti inclusi, come modifica il nostro essere umani. E non mi riferisco tanto né a modifiche apportabili ed apprezzabili scientificamente, né tanto ai temi del post- o transumanismo, quanto ad un riorientamento del modo di pensare e delle idee. Questo rimanda al superamento di quello che io considero un pregiudizio: la neutralità della tecnica. Infatti, benché creato da noi, ogni oggetto tecnologico è depositario e ripetitore di uno specifico tipo di razionalità, quella che chi, o cosa, l’ha prodotto vi ha messo dentro. È su quello specifico tipo di razionalità, sulla sua origine e sugli effetti che produce quando entra in circolo nel mondo, che bisogna ragionare.                   

 

La riflessione filosofica sulla tecnologia non può esimersi dall’osservare come la rivoluzione da essa indotta stia creando il bisogno di nuovi concetti, nuove categorie e soprattutto nuovi linguaggi. Stiamo vivendo una fase di transizione paragonabile a quella vissuta in tempi precedenti con l’affermarsi dell’alfabeto, della scrittura e della stampa ma con una differenza sostanziale, oggi la tecnologia sta cambiando il nostro cervello e la nostra mente e quindi la nostra capacità di interpretare, interpellare e modificare il mondo. Che ruolo ha oggi la filosofia nel definire concetti, categorie e analogie e suggerire nuovi linguaggi (una sana battaglia contro gli idoli del nostro linguaggio direbbe Wittgenstein) utili a trovare un senso alle numerose novità emergenti? Può il filosofo esimersi dal prendere posizione svolgendo una attività di critica della tecnologia?

Credo che chiunque abbia a che fare seriamente con il linguaggio, pensatori, poeti, artisti, non possa non notare come quello odierno stia cambiando, modificato, come tutti gli altri aspetti significativi della vita, da questa razionalità tecnologica.

Ora, che il linguaggio, e la vita, cambi, non è certo un male di per sé. Tuttavia, nel momento in cui il cambiamento è guidato da quella che sopra, sulla scorta dei francofortesi, ho chiamato razionalità strumentale, ci troviamo di fronte ad un cambiamento omologante, unidimensionale, ideologico nel senso di essere espressione dell’ideologia, impersonale, oggi dominante – con buona pace di Lyotard (La condizione postmoderna) non siamo in un’età post-ideolgica, poiché quelle politiche non sono le uniche possibili forme di ideologia.

En passant, è questo che a mio modesto avviso sfugge ad Habermas nel suo eccessivo affidarsi all’aspetto formale della sua etica della comunicazione, trascurando così gli aspetti sostanziali e storici del linguaggio.       

 

Negli ultimi tempi è aumentata la produzione di testi, più o meno tecnofobi o tecnocritici, che evidenziano il rischio della perdita di autonomia e libera autodeterminazione da parte dell’individuo. La perdita di libertà è ritrovata da alcuni nella complicità con cui si concedono gratuitamente informazioni su se stessi nei social network e nella facilità con la quale ci si lascia condizionare dalla forza di un display che si illumina alla ricezione di un messaggio o da un cinguettio che richiede una risposta, spesso in forma di semplice eco. È come se la vita di molti fosse oggi eterodiretta in modo manipolatorio dagli strumenti tecnologici usati (non solo dispositivi ma applicazioni, sensori, algoritmi, software, ecc.) e predeterminata attraverso una pressione, forte e invisibile, sull’individuo. Qual è secondo lei lo scenario attuale nel quale siamo tutti immersi? Non sono gli esseri umani, nella produzione della loro soggettività, sempre in qualche modo eterodiretti, manipolati (linguaggio) e colonizzati (concetti, categorie, analogie, ecc.)? E se non è umanamente possibile essere autonomi in che modo questa autonomia è oggi messa in discussione, coesistendo con esse, dalle nuove forme di relazioni sociali indotte dalla tecnologia? Continuano a esistere ambiti di libertà o l’essere umano sta trasformandosi in un semplice servitore della macchina?

Quanto alle posizioni tecnofobe le trovo dannose tanto quelle tecnofile che indugiano acriticamente negli atteggiamenti da lei descritti nella domanda. Né nelle une né nelle altre è infatti possibile trovare una critica della tecnica: nelle prime, perché una simile critica è confusamente sostituita da una critica alla tecnica, nelle seconde, perché è semplicemente salata a piè pari.

Quanto alla questione della auto/eterodeterminazione, certamente, come lei accenna, un essere umano è sempre in qualche misura condizionato, la libertà assoluta non esiste. Il punto però è interrogare la forma egemone di condizionamento oggi in atto, a mio parere legata a filo doppio con lo sviluppo di questo sistema tecnologico, e se questa lasci o meno margini di superamento di se stessa. Qui, se mi permette, anziché azzardare una sintesi troppo riduttiva del mio punto di vista su questo tema, mi permetto di rinviare ad un saggio in cui ho affrontato l’argomento, Quando una crisi non è un’opportunità: la coincidenza con ciò che si vorrebbe superare.

 

In un suo scritto lei sostiene che, più di parlare di fine della storia (la teoria pop di Fukuyama), si dovrebbe usare il termine di Dopostoria (Pasolini) per descrivere la fine di un certo tipo di storia e l’inizio di una storia semplicemente diversa, anche come effetto/conseguenza della pervasività della tecnologia. E’ una storia nella quale si continua a sentirsi liberi ma solo perché non siamo in grado di cogliere le molteplici cause che ci determinano. Ci può raccontare quale sia secondo lei la storia che stiamo oggi vivendo e quanto siamo in grado di esserne coscienti e protagonisti?

Da un punto di vista pratico certamente la storia umana è sempre un prodotto umano.

Tuttavia, il punto che vorrei problematizzare è se basti costruire un registro storiografico del passato e/o maneggiare politicamente il mondo, per poter dire che è l’uomo il soggetto che produce il mondo e quindi la storia. In altre parole, esiste una soglia oltre la quale non è l’uomo a produrre il mondo ma il mondo a produrre l’uomo? Sicché l’uomo diverrebbe nient’altro che un’appendice di un altro soggetto produttore di mondo e quindi storia.

Bene, io credo che questo capiti ogniqualvolta ci si limiti a vivere il mondo così come esso ci è dato, senza metterne in discussione i significati e il senso filosofico, ontologico su cui un certo mondo riposa. Questa operazione di problematizzazione filosofica può condurre (e c’è da augurarselo!) a risultati diversi e disparati, ma quel che conta è che simili risultati filosofici si diano, perché ciascuno di essi segna una separazione tra (l’interpretazione del)l’ ordine stabilito delle cose e (l’interpretazione di) un possibile ordine alternativo, ciascuna di esse è una forma sui generis di consapevolezza. Diversamente, si esperisce il mondo senza questionarne i presupposti, se ne ha quindi un’esperienza ideologica.

Ora, sulla scorta di alcuni autori come quelli sin qui menzionati, a me pare che oggi, ancora una volta, si abbia un’esperienza ideologica del mondo. Ma, a differenza delle ideologie politiche del secolo scorso, l’ideologia di oggi è impersonale e al tempo stesso concretizzata in ogni singolo oggetto tecnologico. È la razionalità strumentale di cui si diceva in precedenza.

Dato questo scenario, la critica alla forma odierna di ideologia risulta molto più difficile di prima. Questa forma di razionalità infatti, per dirla con Marcuse, opera non mediante l’esclusione degli elementi di critica a se stessa, bensì mediante il loro assorbimento in se stessa; secondo quella dinamica che Marcuse chiama “desublimazione repressiva”. Pertanto, quell’operazione di distanziamento dall’ordine stabilito delle cose viene bloccata. Per questo, peraltro, non ritengo efficaci quelle letture che ripongono fiducia nel ruolo della volontà personale per sottrarsi all’andamento delle cose, dicendo semplicemente di no. L’importanza del rifiuto è tematizzata (oltre che nel famoso romanzo Bartebly lo scrivano di Melville) anche da Pasolini (ad es. nella sua ultima intervista, Siamo tutti in pericolo) e Marcuse (la “negazione determinata”, il “Grande Rifiuto”), ma il problema odierno, che anche loro due avevano già messo a tema, consiste nell’assorbimento della coscienza individuale all’interno dell’ordine dell’ideologia esistente, cosa che mette in scacco qualsiasi possibile critica di quell’ordine da parte di quella coscienza.

Per tutto questo, da una parte, quello che abbiamo di fronte non è una fine della storia (alla Fukuyama de La fine della storia e l’ultimo uomo) ma una sua radicale nuova configurazione che soffoca la capacità umana di eccedere, trascendere l’ordine di cose stabilito e, dall’altra parte, ritengo che il termine pasoliniano di “Dopostoria” (che ha non pochi punti di contatto con quello marcusiano di unidimensionalità) descriva bene questo scenario.     

          

 

Secondo il filosofo Slavoj Zizek viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull’economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly) che stanno trasformando il mondo, l’uomo, la percezione della realtà e l’evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell’era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle persone comuni? Se a prevalere sono le esperienze sociali e i sensi comuni dei mondi digitali dei social network, per liberarsi è sufficiente tapparsi gli occhi e staccare la spina o vivere il presente dotandosi di nuovi concetti e categorie utili a resistere, alimentando la capacità autocritica e cercando nuove alternative?

L’idea di Zizek del vivere alla fine dei tempi è da lui usata non per descrivere un tempo apocalittico ma messianico, ovvero il tempo che può finalmente finire è per lui quello del capitalismo.

Quando io parlo di transizione da una storia ad un’altra (e a proposito del concetto di transizione, mi permetto di segnalare la curatela che sto facendo di un volume dedicato a questo tema che uscirà prossimamente e del quale ho fornito un’anteprima in questo articolo, Transizioni: filosofia e cambiamento. Una presentazione del volume), mi riferisco invece al fatto di vivere, noi, oggi, in un’epoca di transizione il cui agente è quella razionalità strumentale di cui abbiamo parlato sin qui. Una forma di razionalità, quella strumentale, che ingloba quella capitalistica.

Ecco perché la locuzione tecno-capitalismo non è ormai in grado di restituirci il presente che stiamo vivendo; era appropriata quando, nei recenti decenni, la razionalità strumentale e quella economica si ergevano allo stesso livello, a causa dell’ascesa della prima, che però oggi è diventata quella dominante. Ed ecco anche perché è oggi possibile immaginare, fosse anche solo per assurdo, un mondo non più capitalistico ma tuttavia guidato ancora da una forma di razionalità strumentale, mentre se immaginassimo, ancor più per assurdo, un mondo non più sotto il marchio della razionalità strumentale, allora saremmo necessariamente al di fuori anche del capitalismo.

A questo proposito, faccio un banale esempio: siamo abituati a considerare i mercati finanziari come roccaforti del capitalismo, io ritengo invece che quelli siano avamposti della razionalità strumentale, infatti, se immaginassimo un mondo che non operasse più seconda la logica dell’attuale capitalismo finanziario, l’apparto tecnologico dei mercati finanziari potrebbe tranquillamente continuare ad operare, applicandosi ad un altro tipo di economia, mentre, se immaginiamo (cosa che qualche anno fa è avvenuta) un black out a Wall Street, il capitalismo si spegne; dunque, cosa è che muove le fila oggi?

Ora, seguendo le prime fasi di questa nuova storia se ne possono individuare i tratti salienti e si può avere un’immagine verosimile di come presumibilmente continuerà ad evolvere. Ci sono però almeno due cose che credo non si possano dire (o almeno io, al momento, non ne sono in grado).

Primo. Prevedere come e quando questa nuova storia che è recentemente iniziata finirà e da cosa sarà seguita.

Secondo. Dire, si badi, non che cosa fare, ma come farlo. Mi spiego meglio, oggi già esistono diverse e disparate articolate e approfondite analisi su che cosa fare per resistere alla forma odierna di razionalità, opponendole una ragione altra (ed anch’io ho la mia modesta opinione al riguardo). Tuttavia, non si sa come poter mettere in pratica tali strategie su larga scala, l’unica scala che produrrebbe cambiamenti sociali significativi.

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell’occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire con e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

Sulla non neutralità della tecnica, su come la razionalità strumentale cambi l’individualità e sul fatto che tutto questo dovrebbe essere indagato attraverso una prospettiva filosofica e non scientifica (l’eventuale scelta di una prospettiva scientifica è già una scelta filosofica, ergo è a quest’ultima che ci dovrebbe rivolgere, almeno inizialmente come fondamento di una visione), ho già detto qualcosa in precedenza e non vorrei annoiare il lettore con delle ripetizioni.

Aggiungo invece che, ragionando sulla tecnica, oltre alla soglia tra un livello metafisico ed uno antropologico-pratico dell’analisi, si dovrebbe tenere in maggiore considerazione anche un’altra soglia, che io ho trovato nella lettura che ne fornisce Derrida nel 2° vol. de La bestia e il sovrano, ovvero quella di una tecnica come protesi, che a dire il vero è già in qualche modo presente nell’antropologia gehleniana dove si afferma come la tecnica serva a sostituire, potenziare e alleggerire il lavoro dell’organismo, ma, aggiungo io, bisogna dividere ancor più nel dettaglio tra una protesi che sostituisce il corpo nel fare qualcosa che il corpo può fare, ed una che lo sostituisce nel fare qualcosa che il corpo non potrebbe fare. Una carrucola o una pala sono esempi del primo tipo, infatti, entro un certo limite, si possono sollevare pesi e scavare buche anche a mani nude. Un microscopio o un telescopio sono esempi del secondo tipo, ci restituiscono una realtà che è del tutto inaccessibile ad occhio nudo; in che termini, allora, possiamo continuare a parlare di realtà?  

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando?

Come dicevo in precedenza, credo che si possano osservare i cambiamenti più recenti e così quelli più probabili per il prossimo futuro.

Su questo, come credo si sia notato, non vedo possibilità di districarci dalle secche della razionalità strumentale che immagino quindi ci porterà sino alle sue estreme conseguenze, che consistono nella sparizione quasi totale di quanto e quanti non saranno considerabili (utili) strumenti e nell’incapacità di riconoscimento di cosa e chi si trovi al di fuori dei confini della strumentalità – derubricandolo ad eccentricità e/o anomalia. Forse si potrebbe aggiungere che, verosimilmente, ci sarà un momento in cui l’uomo, rendendosi vagamente conto delle secche del dominio della razionalità strumentale, cercherà di dare spazio a cosa e chi sembri esserne al di fuori ma, essendo ormai venuta meno la capacità di riconoscere autenticamente cosa e chi non sia strumentale, questo non farà altro che provocare un momento di caos – al quale forse poi seguirà un surplus di logica strumentale, per rimettere ordine. Ovviamente queste sono solo illazioni.

Quello che invece ritengo non si possa fare, è andare al di là delle illazioni sullo sviluppo di questa fase storica. È ancora troppo presto per dire qualsiasi cosa sull’alba di una nuova storia, dopo la Dopostoria.

Su questo mi piace ricordare una poesia di Bukoswski, Dinosauria, We, che si conclude alludendo a come la fine di questa storia non sarà la fine della storia tout court, e tuttavia quella che verrà dopo non ci è dato di vederla. In quegli ultimi due versi scrive:

The sun still hidden there

Awaiting the next chapter.

[Il sole ancora nascosto là

Aspettando il prossimo capitolo.]  

        

 

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quella tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell’utilizzo della tecnologia?

Come dicevo in una delle precedenti risposte, mi sento distante tanto dagli uni quanto dagli altri, tecnofobi e tecnofili. Il punto è certamente quello di una critica che affini sempre più la consapevolezza. Ma quale critica? E soprattutto, come proporla su larga scala?

Vorrei qui specificare che con questi discorsi non sto opponendo a questo presente e futuro una qualche mitica età dell’oro. Le persone che si lasciano affabulare da una qualche ideologia ci sono sempre state e sono sempre state la maggioranza, così come le persone (spontaneamente, innatamente, direi) refrattarie all’ordine di razionalità dominante ci sono sempre state e sempre ci saranno. E tuttavia oggi, a causa di questo tipo di sviluppo tecnologico, le prime possono produrre danni maggiori e sempre più gravi e le seconde sono silenziate dal rumore (su YouTube un’intervista ad Heidegger appare come un contenuto come un altro, accanto al discorso del più stupido dei politici, a una partita di calcio e alle istruzioni per vincere a un videogame) e dalla incapacità di riconoscimento (non a caso, in un’intervista Celestini ha affermato come la gente oggi non distingua più un Pasolini da uno Sgarbi).       

 

Mentre l'attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all’uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell'alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi. Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la percezione della realtà, la mente e l'inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso (si potrebbe forse citare a questo proposito La Boétie e il suo testo Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa?

Certamente quelli che lei menziona sono problemi sensibili, ma sono problemi che definirei politici e che, come accennavo prima, credo potrebbero trovare una soluzione definitiva solo se venissero inquadrati in una più ampia cornice filosofica.

Questa cornice potrebbe dirci, ad es., di come il Discorso sulla servitù volontaria di La Boétie risulti inadeguato per cogliere il nostro presente. Infatti, una qualsiasi cosa per essere volontaria deve essere consapevole, ma così non è di fronte all’odierna razionalità strumentale.

Parafrasando il titolo di quel testo, oggi si potrebbe scrivere un Discorso sulla servitù involontaria, sotto forma di (falsa) libertà.   

 

In un’epoca di false-verità, facilitate dalla struttura di potere della fase attuale del capitalismo e dai media ma soprattutto dalla connettività di Internet (luogo di grandi opportunità ma anche discarica di molta spazzatura) e dalla pervasività dei dispositivi tecnologici, quale ruolo può giocare la filosofia? Se la filosofia serve a selezionare, separare e a prendere le distanze, in che modo potrebbe essere praticata per far emergere il vero nella sua rilevanza? Cosa possono fare i filosofi per rompere l’assuefazione alle non-verità (Il Data Trash anticipato dal filosofo canadese Arthur Kroker) e per evidenziare le conseguenze della complicità con chi le produce?

A questa questione non riesco a rispondere perché, come dicevo prima, il problema oggi non è solo di partorire raffinate letture individuali del fenomeno tecnologico, ma anche e soprattutto quello di proporle alle masse. Ma come si può proporre ad ampio spettro una critica del sistema tecnologico esistente (e si badi, non solo della spazzatura presente in esso, ma proprio di esso in quanto tale, aprendo così ad un altro possibile sistema tecnologico), utilizzando il sistema tecnologico esistente per promuovere tale critica? È un po’ come voler insegnare il greco antico, utilizzando però solo l’inglese, ovvero, è un po’ come voler rendere presente una lingua, utilizzandone però sempre e solo un’altra. 

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell’ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali, il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo e guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Questo è un altro livello ancora del tema della tecnica, oltre a quello ontologico – che cosa è la tecnica? (che per me è quello fondativo) – e quello politico – l’impiego della tecnica nel controllo delle masse (che lei ricordava in alcune delle precedenti domande). Qui si tratta dell’impatto pratico che la nuova tecnologia ha sull’individuo e sulla società. Avendo lei citato il libro della Turkle Insieme ma soli, il paradosso descritto in quel libro secondo il quale trattiamo le persone come delle cose e poi ci aspettiamo dalle cose, e attribuiamo ad esse, reazioni umane, mi fa ricordare come già Marcuse ne L’uomo a una dimensione avesse descritto quell’inversione delle aggettivazioni per la quale descriviamo le persone con aggettivi strumentali ((in)efficiente, (in)utile, (im)produttivo…) e le cose con aggettivi morali, estetici, emozionali (bello/brutto, buono/cattivo, giusto/sbagliato, simpatico/antipatico, emozionante/banale, coinvolgente…). Ancora una volta, la denuncia della strumentalità che si impossessa del nostro modo di ragionare e quindi di parlare e che, negli studi più recenti, si unisce al deficit di attenzione derivante dalla sovraesposizione a una miriade di piccoli stimoli digitali dove ciascuno di essi resta ad un livello superficiale non permettendo una riflessione approfondita su qualcosa.

Su questi temi, trovo molto interessanti alcune considerazioni di Galimberti e Bauman. In estrema sintesi, la denuncia dell’analfabetismo emotivo a cui la tecnologia di oggi conduce (Galimberti) e quella dei social network come trionfo di simulacri aggressivi, narcisistici e isolanti (Bauman).

Su questo ci tengo però ad aggiungere due brevi considerazioni personali.

Innanzi tutto, non credo che il ruolo della tecnologia moderna nella società di oggi possa essere compreso proiettando su di essa aspetti e funzioni mitiche, mistiche, religiose. Infatti, se da un lato è vero che il nostro rapporto con la tecnologia è di tipo magico (premiamo un tasto e attendiamo il risultato senza conoscere le reazioni di causa ed effetto che vi sono nel mezzo, proprio come se facessimo un rito magico in vista di un fine, senza sapere perché e come quel rito porta a quel fine; aspetto ben messo in rilievo nel film Non ci resta che piangere, con Beningi e Troisi, dove i due protagonisti sono uomini di oggi gettati nel Rinascimento che vorrebbero “inventare” in quell’epoca cose tecniche di semplice uso quotidiano nel nostro prsesente (come lo sciacquone del water), ma non ci riescono perché loro (noi) usano magicamente quelle cose, senza sapere perché e come funzionino), d’altro lato è altrettanto vero che la fiducia che oggi riponiamo nella tecnica non è una forma di fede, ma di assuefazione, derivante dal contrarsi sempre più del margine per poter pensare altrimenti dalla sua forma di razionalità. Non si tratta dunque di una scelta fra diverse possibilità, ma dell’assuefazione all’unica possibilità, al di fuori della quale vi è solo stravaganza, infantilismo, anormalità.

Inoltre, quanto ai social network (così come per qualsiasi altro strumento tecnologico), ovviamente vi è la possibilità di farne un uso ragionevole, che non consiste però semplicisticamente nel caricarvi contenuti di qualità, questa la trovo un’ingenuità neoilluministica che trascura completamente il senso che un contenuto riceve dall’ambiente in cui è inserito, bensì nell’usarli come esche per agganciare temi e persone che poi, per lo sviluppo di qualcosa di significativo, vanno inevitabilmente coltivate de visu. Tuttavia, fintantoché rimarremo sotto il marchio di una tecnica intesa nella sua essenza come dominio dell’esistente, quella che Heidegger chiama “provocazione” tecnica della physis, tutto ciò che ne deriverà, avrà quel tipo di impronta. Ecco perché si preferiscono i simulacri, ad es. gli avatar, agli esseri umani, essendo quelli più controllabili/dominabili, per poi però cercare disperatamente in essi qualcosa di umano di cui si sente la mancanza.

 

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Due brevi cose.

La prima, che forse non ho detto con sufficiente chiarezza, è che l’ipervelocizzazione della vita che le nuove tecnologie impongono, di cui già parlava Canetti, dà come risultato paradossale non il fatto di riuscire a fare più cose, ma il fatto di farne di meno e con minore qualità. Bombardati come siamo da tanti frammenti di informazioni e stimoli, le giornate rischiano di perdersi in uno sciame di microattività incoerenti e superficiali.

Ad uno stadio di possibilità tecnologiche meno sviluppate, corrispondono invece giornate che possono essere più produttive, anzi creative, nel senso della pratica di attività e riflessioni più significative per chi le realizza e più meditate. Il pensiero necessita sempre di calma e lentezza, “del resto, a dire anche una parola sulla dottrina di come dev’essere fatto il mondo, la filosofia arriva sempre troppo tardi. Come pensiero del mondo, essa appare per la prima volta nel tempo, dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell’e fatta (…) la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo” (Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto).

La seconda, il lettore che è arrivato sin qui ha tutta la mia solidarietà.

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

Mi sembra un progetto già ben strutturato, forse si potrebbero aggiungere delle video-interviste, cosa che mi sembra abbiate già iniziato a praticare. Inoltre, se in futuro tutto questo dovesse trasformarsi in un’esperienza dal vivo (un convegno, un ciclo di seminari/conferenze…) do fin da ora e con grande piacere la mia disponibilità.  

 

* Tutte le immagini di questo articolo sono scatti di viaggio di Carlo Mazzucchelli(Tibet e Nepal)  

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