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Abbiamo bisogno di utopia ma sogniamo e costruiamo distopie

Abbiamo bisogno di utopia ma sogniamo e costruiamo distopie

11 Dicembre 2015 Redazione SoloTablet
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Siamo una società tecnologicamente avanzata ma senza una crescita culturale capace di aiutarci a progettare il futuro. Per farlo servirebbe una progettualità utopica che per prendere forma ha bisogno di ottimismo, visione positiva del futuro e fiducia nella realizzabilità di progetti utopici. L’eccessivo attaccamento al presente che ci priva della storia ci impedisce anche di strategizzare il futuro come luogo di promesse e progetti realizzati. Ne deriva una visione negativa e il fiorire di progetti e visioni nella forma di distopie.

La situazione attuale è ben raccontata da narratori, produttori cinematografici, registi e artisti che con le loro opere danno forma agli incubi odierni e alle difficoltà che tutti hanno nel costruire una relazione meno tecnologica e più normale con il tempo in modo da recuperare il senso del passato e dare senso a quello futuro.

Tra le numerose visioni distopiche con cui si anticipa il futuro immaginandolo artisticamente ci sono le opere dell’artista spagnolo Josan Gonzales che nel suo libro The Future is Now ha raccolto una serie di sue creazioni e illustrazioni che ben rappresentano il mondo decadente e fantascientifico che ci aspetta.

Il sogno e la ricerca dell'utopia precedono il libro di Tommaso Moro che a metà del secolo cinquecento ne ha coniato il termine, dando un nome e un significato a un fenomeno che esisteva da sempre come caratteristica antropologica e forze di mutamento sociale.

Il fatto che oggi il mutamento venga sempre più spesso relegato in mondi distopici e altamente tecnologici non riduce la forza dell'utopia ma ne caratterizza la sua specificità storica e temporale legata alla realtà corrente tutta concentrata sul presente, preoccupata del futuro e incapace di progettare mondi ideali futuri che potrebbero calamitare tempo e attenzione ma soprattutto spingere  e motivare alla prassi (il cambiamento) e all'azione (cambiare).

Le distopie emergenti nelle narrazioni di molti artisti servono il bisogno ludico degli utilizzatori passivi dei gadget tecnologici, lo soddisfano con la creazione di mondi artificiali e immagini virtuali, incatenandli alla loro console o gadget tecnologico come ben rappresentato da Gonzales nell'immagini qui sopra riportata.

 

Le distopie che popolano il nostro presente con visioni future negative e conflittuali, sono utopie negative che nascono da una sfiducia sulla capacità umana a governare in positivo le sorti future della sua evoluzione. Ne deriva una visione del futuro fatta di rivoluzioni e battaglie nelle quali è meglio essere armati e attrezzati per sconfiggere i molteplici nemici che emergeranno. Il possibile che sempre emerge dal reale non è più qualcosa su cui puntare per coltivare speranze e illusioni ma un elemento da scongiurare come portatore di sventure. Per superare la paura e recuperare la componente creativa e progettuale del possibile non è necessario dotarsi di armi tecnologiche e distruttive. Meglio andare oltre e cercare di individuare nuovi spazi di realtà nei quali ricominciare a progettare mondi diversi, liberati dalle difficoltà e problematicità correnti e capaci di proiettarci verso mondi utopici ed etopici fatti di benessere, libertà, tranquillità e salvezza.

La rivoluzione tecnologica che ha cambiato il mondo e sta portando all'affermarsi di una nuova fase dell'umanità nella quale robot e macchine intelligenti giocheranno un ruolo sempre più importante, suggerisce la necessità di altre e più importanti rivoluzioni. Per contrastare il predominio e la voglia di potenza della tecnologia non sarà sufficiente battersi e ribellarsi ma bisognerà costruire nuove idee di mondo e dare forma a nuove utopie nelle quali umani e macchine possano convivere e interagire senza combattere ogni giorno per la supremazia.

In passato il conflitto era con la natura, in futuro sarà con la tecnologia. Per superare indenni il conflitto non serve concentrarsi sul presente e sognare un ritorno al futuro. Le istanze di cambiamento emergenti sono tali da non poter essere ignorate. Per uscire dall'angoscia del presente e dal rifiuto dell'esistente non rimane che cavalcare il cambiaento dandogli una direzione e riempiendolo di azioni, idee, progetti utili ad allontanarci dalle distopie possibili e tanto amate da artisti visionari, tecnofobi più o meno illuminati e sognatori di fantascienza vari.

Le utopie non sono mai semplici giochi o invenzioni letterarie. Utopico è da sempre l'essere umano così come utopici sono molti dei suoi progetti finalizzati alla reazlizzazione in terra di ideali più o meno rivoluzionari ma tutti rispondenti a bisogni reali. Gli utopisti attuali devono fare i conti con la tecnologia e i suoi effetti sul modo di percepire e agire la realtà. E' una tecnologia che rischia di renderci ciechi e zombie, esseri con un cervello tecnologicamente modificato e azioni teleguidate da occhiali e altri gaget tecnlogici intelligenti e indossabili. Occhiali che ci apriranno le porte e e finestre a innumerevoli mondi virtuali e paralleli ma che ci renderanno ciechi su quelle vicine e quelle reali.

Gli utopisti odierni sembrano incapaci di alontanarsi da visioni distopiche. Come tali non vanno ostracizzati ma avvicinati e capiti. La loro immaginazione e i mondi che essa produce sono il risultato di percezioni determinate da antenne molto sensibili capaci di catturare i fenomenti emergenti e le onde che suggeriscono i cambimenti in arrivo. I segnali colti possono essere contraddittori e disordinati ma possono essere analizzati, compresi e incanalati in termini progettuale e pragmatico. Ciò che ne può seguire non è necessariamente un mondo distopico e negativo ma nuove realtà nelle quali aprire gli occhi potrebbe ridare gioia e felicità.

La fase di evoluzione umana che stiamo vivendo è quella tecnologica, una fase nella quale prevale una razionalità di tipo tecnico che non lascia spazio alla immaginazione, all'irrazionale, al mondo del possibile e alle illusioni. La idffusione e pervasività del dispositivo mobile è paradigmatica di un cambiamento già avvenuto e che mette in secondo piano l'essere umano rispetto alla tecnologia. A guidare mani e piedi, occhi e vista, cervello e mente è sempre più un oggetto tecnologico, moderno Golem che ci osserva, ci supporta, ci controlla, ci pianfica e organizza. La guida è passata ai due robot che stanno alle spalle della ragazza dell'immagine. Lei si illude di poterli controllare con un dispositivo trasformato in telecomando ma in realtà farebbe meglio a concentrare tutta la sua attenzione sull'unica via di fuga che le si prospetta davanti nella forma di un foro verso un altrove e un luogo, forse utopico, nel quale realizzare se stessa.

Il foro illuminato rappresenta la componente utopica che sempre ci accompagna, una specie di giubbotto di protezione o ancora di salvataggio per sfuggire alle dificoltà dell'esistente e illudersi che, al di là del foro, ci possano essere realtà e mondi migliori. Mondi da raggiungere per lasciare dietro di sè le distopie del presente come quelle rappresentate da macchine intelligenti capaci autonomamente di auto-organizzarsi e di pretendere di dominare il mondo.

A motivare le persone alla fuga e a scegliere il salto nel vuoto della botola illuminata non è necessariamente una scelta razionale ma la delusione e lo sgomento per la fine delle utopie del presente. Queste utopie, presentate come rivoluzionarie dalla narrazione tecnologica imperante costruita ad arte dai protagonisti del mercato tecnologico, sono sempre più percepite come vincolanti, pericolose e foriere di distopie prossime venture.

Le nuove tecnologie indossabili come Google Glass, HoloLens e Oculus Rift con le loro applicazioni di realtà aumentata non fungono solo da display su cui rappresentare in modo virtuale e aumentato la realtà circostante ma si sostituiscono all’occhio umano, lo inglobano come semplice elemento e funzione di un programma e di una protesi.

L’occhio teso nell’obiettivo o sul display di una macchina fotografica digitale per rubare una foto all’interno di un’esposizione, è sostituito da una protesi tecnologica incarnata dotata sia di display che di fotocamera.

Ne consegue una maggiore informazione (aumentata) ma anche una capacità (umana) diminuita e privata dalle possibilità e imprevedibilità offerte all’occhio e alla percezione umana da ogni situazione ambientale o esperienza umana materiale. (il tema della Realtà Diminuito è trattato nell-ebook di Carlo Mazzucchelli E guardo il mondo da un display)

L'utopia che oggi tutti conosciamo non è solo quella letteraria ma politica e storica. Le molteplici narrazioni di mondi e realtà utopiche prodotte da artisti, registi e scrittori di fantascienza non bastano a raccontare le molte realtà di cambiamento emergenti. Molte di queste realtà si presentano come soluzioni razionali e fattibili a problemi percepiti come insormontabili o che richiedono scelte chiare e decisioni drastiche come quelle che per molti dovrebbero essere prese per difendere la civiltà occidentale da quella mussulmana. Quello che propongono è l'idea di un mondo utopico circondato da alte mura, come alte erano le mura che cingevano e proteggevano i castelli medievali prima dell'invenzione delle armi da fuoco e delle bombarde. Questi mondi rischiano di trasformarsi in distopie capaci di creare muove delusioni e problemi ancora maggiori. Per combattere queste distopie batserebbe recuperare il signicato originale della parola utopia riempiendola di progetti, di consapevolezza, di capacità critica e comportamenti etici. Tutti elementi che sembrano essere finiti nell'ombra e nascosti dalla luce affascinante e abbagliante dei numerosi schermi tecnologici di cui siamo circondati.

Se fallisce il progetto utopico non rimane altra scelta che armarsi, preferibilmente di armi tecnologiche, immergersi nei mondi distopici prossimi venturi e che non saranno più semplici vidoegiochi ma realtà concrete, e combattere!

 


Chi fosse interessato alle opere di Josan Gonzales può acquistarle qui: The Future is Now

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