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Resistere alla profilazione con la disinformazione

Resistere alla profilazione con la disinformazione

15 Giugno 2018 Redazione SoloTablet
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Una indagine recente di RSA evidenzia un fenomeno che merita di essere analizzato. L'ambito è quello dell'uso di dati personali, informazioni e contenuti online da parte di Marche, aziende, istituzioni e centri commerciali. Un uso tendenzialmente marketing e commerciale ma anche di controllo, spionaggio e sorveglianza. La reazione emergente sembra puntare alla falsificazione dei dati e alla disinformazione...

Da tempo si teorizza un ruolo attivo dei consumatori nel rapporto con i marchi e le loro Marche ma anche la trasformazione del consumatore in merce, anche grazie alla sua complicità, alle sue pratiche online e alle numerose tracce da esse prodotte. Tracce che vengono usate per profilare ogni individuo nella sua veste di consumatore ma anche di cittadino.

Impegnati in questa persistente azione di tracciamento sono le aziende, le grandi Marche, ma anche la grande distribuzione e le istituzioni. Questa azione è alla base dei profitti generati con il cosiddetto Web 2.0 e ha fatto dell'analisi dei comportamenti  degli utenti della rete lo scopo e il fine delle loro strategie. Obiettivo è la profilazione dell'utente, la raccolta di dati e di informazioni sulle loro identità così come sui loro stili di vita, comportamenti, reti di contatti e molto altro.

 

Alla pratica della profilazione gli utenti consumatori sembrano avere deciso di reagire falsificando i loro dati digitali in modo da evitare, per quanto è possibile, le loro informazioni personali online con aziende, agenzie di marketing e comunicazione e grandi Marche

A rilevarlo è stata una indagine RSA che ha raccontato come un italiano su tre falsifichi intenzionalmente i dati e le informazioni che lo riguardano al momento della registrazione per l'acquisto di prodotti o servizi online. Un atteggiamento che segnala un crescente scetticismo e fastidio dei consumatori verso il modo con cui vengono usati i loro dati e profili digitali. A essere abili nella falsificazione intenzionale dei dati sembrano essere in particolare i consumatori più giovani. La pratica il 47% di loro, forse perchè più degli immigrati digitali hanno maggiore conoscenza dei meccanismi delle piattaforme digitali.

La ricerca di RSA mirava a far luce sul valore che i consumatori assegnano oggi alla sicurezza delle loro informazioni personali e sulle azioni che sono propensi ad esercitare per proteggerle. Il dato emerso evidenzia che il compito degli uffici marketing di aziende e Marche non è diventato più semplice semplicemente perché possono disporre di una mole di dati mai posseduta precedentemente. Questi dati anzi possono essere all'origine del fallimento di molte strategie e iniziative marketing. Un fallimento che nasce dalla falsità e dall'inutilizzabilità dei dati analizzati ma anche dal calo fiducia del consumatore nei confronti di aziende che hanno perso la loro reputazione come interlocutori fiduciari per una relazione di qualità.

Il 64% degli intervistati da RSA dichiara che la reputazione dell'azienda, determinata dall'abuso fatto di dati e informazioni, ha pesato sulle scelte di acquisto di nuovi prodotti e sulla scelta di un marchio al posto di un altro. Due terzi di loro, percepito l'abuso e la sopraffazione, ha dichiarato di avere scelto la via del boicottaggio. La preoccupazione principale degli italiani riguardale credenziali per l'accesso a risorse finanziarie e bancarie e relative informazioni per la sicurezza. La paura non deriva solo dalla perdita delle semplici credenziali di accesso e password ma anche dal furto di identità (77%) e dalla messa in circolazione di informazioni imbarazzanti o sensibili (54%). Il timore è di esser potenzialmente ricattati o di perdere la loro reputazione sociale.

I dati evidenziati dall'indagine RSA sembrano indicare una maggiore consapevolezza dei cittadini digitali sui loro diritti alla riservatezza ma anche sui rischi crescenti e le minacce alle quali sono costantemente esposti. La consapevolezza porta alla falsificazione ma anche a limitare i dati e la quantità di informazioni condivisa online.

La tendenza nei comportamenti degli utenti online, rilevata da RSA, meriterebbe maggiore attenzione, da parte dei media e anche di coloro che sono da tempo impegnati nel denunciare il fenomeno delle false notizie della Rete. La disinformazione ha fatto un salto di qualità perché i cittadini digitali della Rete sembrano interessati a consumare informazione, in particolare quella conforme alla loro visione del mondo, anche quando questa informazione è dimostrabile come falsa. Se quanto ha evidenziato da RSA è vero significa che l'utente della Rete sta prestando maggiore attenzione ai meccanismi che la governano, tra questi anche la raccolta dei dati e delle informazioni personali. Dati usati per profilare potenziali target audience da coinvolgere per la condivisione virale di nuove false notizie, falsi contenuti e disinformazioni  varie.

La profilazione trasforma il consumatore-utente in merce, pone problemi legati alla formazione della conoscenza e dell'opinione pubblica, e alla potenziale strumentalizzazione politica e commerciale. Forse non è un caso che il consumatore stia cominciando a maturare una nuova consapevolezza e a tradurre le loro percezioni e conoscenze in azioni. Non necessariamente di ribellione o di abbandono degli spazi online ma espressione di forme di resistenza intelligenti e che comportano anche la pianificazione attenta di tattiche di difesa e strategie.

Se Google personalizza le sue informazioni in base alle conoscenze che ha di noi, se Facebook ci ha convinti della bontà dell’assoluta trasparenza dei nostri profili e Amazon delle sue esperienze di acquisto come se fossero libere e determinate da noi, l’unica reazione possibile consiste forse nel far perdere le tracce e rendere difficile capire chi realmente noi siamo. Ci si può cancellare da tutto, scomparire, rientrare nel mondo analogico e online senza alcuna connessione. Ma si può anche usare la tecnologia adottando tecniche di resistenza diverse!

La difesa è necessaria perché il potere è asimmetrico. Quasi mai siamo a conoscenza dei meccanismi attivati per spiarci e quasi mai abbiamo la possibilità di sganciarci o impedirlo. Non possiamo fare a meno di produrre dati e informazioni che poi rimangono in movimento continuo e per sempre. Non ne conosciamo l’uso manipolatorio e predittivo che ne viene fatto.

La resistenza sembra essere la scelta praticata anche dai numerosi italiani che hanno scelto di imbrogliare i loro interlocutori online, siano esse aziende, piattaforme di commercio elettronico o grandi Marche, con false informazioni, profili inaccurati, incompleti o fasulli e dati in continuo divenire e sempre poco veritieri. Chissà quanti di questi italiani hanno letto il libro di Finn Barton, Helen Nissenbaum: Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta. I due autori suggeriscono la tattica dell’offuscamento da praticarsi per celare e camuffare le informazioni online o per renderle ambigue, ingannevoli, e difficilmente comprensibili.

La strategia da essi proposta è da avversari che si ritengono deboli, da vietcong del terzo millennio impegnati in una guerra digitale. I vietcong costruivano tunnel labirintici, i cittadini digitali possono costruire profili multipli e fasulli, sfumare i contorni, seppellire gli account di Twitter e facebook di falsi messaggi, usare applicazioni come TrackMeNot che servono a nascondere le informazioni geostazionarie. Possono assumere identità di gruppo, produrre quantità enormi di documentazione, attivare i plug-in dei browser per bloccare pubblicità e promozioni, cambiare SIM frequentemente, scambiarsi le tessere fedeltà, praticare la disinformazione continua.

Forse sarebbe meglio poter fare appello a leggi in tutela della privacy e a categorie etiche condivise. In loro assenza bisognerebbe impegnarsi politicamente e ribellarsi come cittadini, cosa che sembra non siamo più abituati a fare, essendo l’astensione la forma più radicale di ribellione corrente. 

Ma tutto RSA non lo dice e probabilmente non lo dirà neppure nella sua prossima indagine futura!

 

 

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