Antropologia e tecnologia /

La rete è uno strumento di manipolazione della realtà, una realtà simulata (Stefania Cirillo)

La rete è uno strumento di manipolazione della realtà, una realtà simulata (Stefania Cirillo)

28 Dicembre 2020 L'antropologo digitale
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Bisogna spostare il fulcro dell’attenzione su ciò che succede in rete a prescindere dall’uso personale. I dati personali, i cookies, i pop-up, tutti strumenti a favore del grande marketing, utilizzati per creare desideri, per invogliarci a comprare. Per questo insisto sul legiferare l’algoritmo, dare il proprio consenso quando ci si iscrive in un sito, non basta. La maggior parte delle persone acconsente ignara del contratto che sottoscrive.

Lo scopo dell’antropologia è quello di rendere il mondo più sicuro per le differenze umane.” - Ruth Benedict.

 “Nonostante le illusioni diffuse dalle tecnologie della comunicazione (dalla televisione a internet) noi viviamo là dove viviamo.”– Marc Augè

L’era digitale ha cambiato il mondo, non poteva non cambiare l’antropologia. Interrogarsi antropologicamente significa oggi interrogarsi sulle relazioni tra esseri umani e macchine, sulle realtà online di Internet, delle sue piattaforme, sul ruolo crescente delle intelligenze artificiali e dei Big Data nella vita di ogni individuo e in ogni ambito esperienziale. Lo stanno facendo filosofi, sociologi ed etnologi.

Lo fanno anche antropologi, con varie metodologie e approcci di tecno-antropologia, etnografia digitale, cyber-antropologia e antropologia virtuale. Lo stanno facendo adottando strumenti digitali per condurre le loro ricerche, focalizzandosi sulla cybercultura dominante, sui memi, sulle pratiche, sugli stili di vita e sui comportamenti che sembrano determinare l’insorgere di una nuova tipologia di umano, cosmopolita, ibridato tecnologicamente e un po’ cyborg, un simbionte che richiede di essere descritto e le cui esperienze suggeriscono nuove tipologie di analisi etnografiche.

Viviamo tempi interessanti, molto tecnologici e per qualcuno alla fine dei tempi, ma pur sempre stimolanti e avvincenti. Le esperienze multiple che la tecnologia ci regala ci impedisce di riflettere in profondità su quanto essa stia trasformando la realtà, le persone che la abitano, i loro linguaggi, i contesti, i costumi e i loro aspetti simbolici, le storie, le tradizioni e i mutamenti bio-tecnologici.Tanti ambiti di riflessione che la pratica antropologica corrente ha fatto propri, proponendo interessanti punti di osservazione, analisi e interpretazioni. Di tutto questo abbiamo deciso di parlare con alcuni antropologi, con l’obiettivo di condividere una riflessione ampia e aperta e contribuire alla più ampia discussione in corso.


 

In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Stefania Cirillo, antropologa specializzata in beni Demoetnoantropologici

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica che viviamo? Qual è il suo rapporto con le tecnologie e quale l’uso che ne fa nelle sue attività lavorative (antropologia digitale)?

Salve sono Stefania Cirillo antropologa specializzata in Beni Demoetnoantropologici. Devo dire che la cyberculture è un’argomento su cui ho riflettuto molto. Come ogni fenomeno ha i suoi lati negativi e positivi. Negli ultimi decenni lo sviluppo di nuove tecnologia ha avuto un enorme rilievo nelle vite degli individui; sopratutto nel campo della biotecnologia medica: le nuove protesi, gli interventi chirurgi che oggi si effettuano attraverso l’uso di laser e macchine sempre più sofisticate.

M. McLuhan sosteneva che i media sono l’estensione dei sensi; bisogna però sempre valutare l’utilizzo dei medesimi.  Se pensiamo all’uso quotidiano spropositato effettuato dalla generazione Zeta possiamo affermare che i loro appartenenti passino più tempo  in rete che "fuori dalla rete".

Nel mio campo ho trovato rimedio per condurre ricerca durante il lockdown, utilizzando un formato di intervista scritta (come questa) e nonostante il mio scetticismo sono emersi importanti spunti di riflessione.

Ho cominciato le mie ricerche nel 2013 ed ho sempre utilizzato strumenti digitali quali registratori, macchine fotografiche e talvolta lo smartphone.

Sicuramente svolgere ricerca in loco ha valenza diversa per tutti i soggetti coinvolti (ricercatori compresi).

 

Come è cambiato l’ambito della sua attività nell’era digitale? La tecnologia ha cambiato mente e corpo, quest’ultimo trasformato da protesi e tecnologie indossabili, ma anche in termini simbolici fino alla sua negazione. La realtà si è fatta multipla, fatta di realtà virtuali e parallele, tanti nonluoghi (M. Augè) nei quali si vive un continuo presente (hic et nunc), spesso superficialmente, attraverso superfici di uno schermo, e in velocità. Ne deriva un affanno esistenziale fatto di solitudine, individuale e relazione, e di perdita di senso. Lei cosa ne pensa? Cosa serve oggi per alimentare una presa di coscienza sulla contemporaneità e una lettura critica delle nuove realtà digitali? Che funzione ha in tutto questo l’antropologia? Ha senso una antropologia digitale?

Se ne derivi un "affanno esistenziale fatto di solitudine, individuale e relazione, e di perdita di senso" è un assunto che andrebbe analizzato con accurate ricerche, di cui adesso non sono a conoscenza. L’antropologia digitale si occupa proprio di questo: comprendere i comportamenti e le azioni della popolazione in rete; aggiungerei che comprendere per poi legiferare l’algoritmo sia essenziale. 

Posso comunque notare un comportamento di massa con una forte componente di costrizione nel "esserci nel mondo" così come i nostri avi hanno tentato di manipolare il presente attraverso la magia; allo stesso modo i contemporanei dimostrano il loro "esserci" attraverso la rete che resta uno strumento di manipolazione della realtà o meglio, una realtà simulata.

 

Viviamo tempi alla fine dei tempi, siamo testimoni di un salto paradigmatico verso scenari futuri imprevedibili,  che per alcuni potrebbero essere distopici. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sui loro effetti. Qual è la sua visione dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe, secondo lei, essere fatta, da parte di antropologi, filosofi e scienziati, ma anche di singole persone?

Il futuro nelle mani degli individui rimane imprevedibile a prescindere dalla tecnologia, nessuno si sarebbe aspettato la Rivoluzione Francese. Le azioni umane sono imprevedibili, noi possiamo presumere come si comporterà un certo gruppo di individui che durante il corso della vita ha avuto determinati stimoli, piuttosto che altri, ma rimane sempre un margine di imprevedibilità ed è proprio questo che rende affascinante il comportamento umano.

Bisogna spostare il fulcro dell’attenzione su ciò che succede in rete a prescindere dall’uso personale. I dati personali, i cookies, i pop-up, tutti strumenti a favore del grande marketing, utilizzati per creare desideri, per invogliarci a comprare. Per questo insisto sul legiferare l’algoritmo, dare il proprio consenso quando ci si iscrive in un sito, non basta. La maggior parte delle persone acconsente ignara del contratto che sottoscrive.

Immaginiamo la rete come una vetrina, in cui ogni individuo ha il suo spazio per esporsi, è la consapevolezza del rischio nell’esporsi che manca.

Che fine fanno le nostre foto quando le cancelliamo dalla rete? I nostri dati quando annulliamo un abbonamento? Restano in un database.

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Quali strumenti interpretativi e mappe sono necessari per comprendere il nostro essere sempre più online (in Rete)? In che modo l’antropologia può oggi aiutare nel cogliere le nuove composizioni sociali (reti, comunità, tribù, gruppi, ecc.), nel cogliere le somiglianze e le differenze da esse emergenti, nell’interpretare le relazioni fattuali e quelle virtuali e come esse siano condizionate dal mezzo tecnologico? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

Cosa si intende per neutralità della tecnologia? In che modo la tecnologia dovrebbe essere neutrale? Le protesi aiutano i meno fortunati a condurre una vita meno complicata. Le armi nucleari sono state create per distruggere le città.

Non ho mai pensato alla neutralità della tecnologia, credo che qualsiasi strumento immesso in società non abbia neutralità. Gli smartphone sono uno strumento di controllo sociale, riducono la distanza delle persone in rete. Non possiamo negare il lato positivo di ciò, oggi è possibile fare una videochiamata in Sud America a costo zero in qualsiasi momento della giornata, appoggiandosi semplicemente ad un wi-fi. Tutti i nostri movimenti, ricerche, telefonate, messaggi, sono registrati e inseriti in un database.

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene (il movimento è la verità delle società umane), anche in senso antropologico. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione accelerata attuale, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando? In che modo e quanto di questi scenari possono oggi essere svelati dall’antropologia? Quale ruolo può avere l’antropologia nel comprendere i fenomeni emergenti e quale contributo può dare per far emergere quelli non distopici? E’ ancora valido l’approccio antropologico classico di osservazione (esterno, interno e viceversa) in contesti cosmologici nei quali tutto è cambiato, dominato più da ciò che scorre sullo schermo che nella vita reale, da relazioni virtuali piuttosto che da relazioni empatiche e fattuali?

Questa domanda è troppo lunga. Andiamo per gradi. Non possiamo fare previsioni future, non è competenza dell’antropologia. Possiamo solo analizzare il comportamento di un determinato gruppo di individui in un definito momento storico. L’antropologia non svela scenari, li analizza, la sociologia si occupa di comprendere i comportamenti di massa, cercando di capire quali possano essere le conseguenze di prese di posizione e azioni , avendo sempre un margine di errore (imprevedibilità umana).

Il ruolo dell’antropologia non cambia, resterà materia di riflessione su tutto ciò che riguarda la cultura, cyberculture compresa.

Per approccio classico di osservazione cosa si intende? L’osservazione partecipante? L’osservazione partecipante è necessaria per la ricerca antropologica, anche per la ricerca digitale è fondamentale osservare ed interagire per comprendere quali dinamiche vertono sul compimento di azioni. E per saperlo è necessario interagire. La ricerca sul campo permette di vedere i dettagli, di osservare i comportamenti, di avere un approccio diretto con gli individui; di osservare i gesti, di ascoltare le variazioni del tono della voce, di arrivare in maniera diretta all’emozione della conversazione. Con il digitale ciò è meno diretto, è possibile analizzare la scelta delle parole, l’utilizzo della punteggiatura e infine ci sono le emoticon, tutto ciò offre argomenti da analizzare e su cui riflettere.

La rete permette di mantenere legami e di crearne nuovi, ciò non toglie che essi possano essere ugualmente empatici e duraturi, altri frivoli e fugaci, ma ciò succede quotidianamente non solo in rete.

 

La rivoluzione tecnologica è sotterranea, continua, invisibile, intelligente. E’ fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa?

Più che sotterranea io credo che siamo immersi nella rete. Siamo circondati da tecnologia sempre più all’avanguardia, sistemi più piccoli e leggeri, la nostra è una società automatizzata. Per "la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio" si riferisce agli individui? In che modo la tecnologia sarebbe una lente con cui interpretiamo il mondo ed interagiamo con esso?

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo o guadagnando da una interazione umana con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Il dilemma della solitudine sociale è argomento discusso da Freud, emerge nei romanzi di Joyce; ripreso da Durkheim per analizzare il suicidio. É il carburante per importanti pittori, musa ispiratrice di grandi poeti. Il problema non è la solitudine, ma il modo in cui gli individui reagiscono o decidono di non reagire. La compulsività del pubblicare continuamente post sui social non è altro che il riflesso di un medesimo comportamento della realtà. Un’importante ricerca di psicologia bio-sistemica ha affermato il rilascio di endorfine provocate dai like. Alcuni individui hanno necessità di queste endorfine, per affermare il loro "esserci nel mondo", per colmare il vuoto del proprio narcisismo, ogni individuo è libero di esprimersi come desidera.

 

L’era digitale suggerisce metodologie etnografiche appropriate. L’etnografia è un approccio multidisciplinare che interessa filosofi, sociologi, etologi, ecobiologi, ecc. In cosa differisce oggi una etnografia antropologica? Che tipo di contributo critico può fornire, in termini di riflessioni, narrazioni e pratiche?

L’etnografia è il metodo con cui si operano ricerche in campo demoetnoantropologico, non conosco filosofi che hanno effettutato ricerche di campo, utilizzando il metodo etnografico. Per quanto riguarda la ricerca sociologica qualitativa, invece, sì, è una metodologia adottata anche per alcune ricerche sociologiche qualitative. Il metodo etnografico può essere utile per analizzare dinamiche digitali.

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Sì. Dove finiscono i nostri dati? Perché non paghiamo i servizi in rete, le app e i giochi? Qual’è il vero prodotto in rete? Quello che utilizziamo o siamo noi?

 

 

 

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