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Il filosofo e il suo cliente.

Il filosofo e il suo cliente.

26 Febbraio 2021 Maurizio Chatel
Maurizio Chatel
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Il primo commento d’autore che accompagnò il mio titolo di Consulente filosofico riconosciuto, acquisito presso Phronesis, Associazione consulenti ecc., fu più o meno di questo tenore: “un filosofo che si fa pagare… curioso, torniamo all’epoca dei sofisti”. Sic! Come se insegnare filosofia all’università fosse una missione socratica, o l’università un giardino epicureo. Vorrei vedere i nostri Savants pubblicare i loro saggi o articoli senza copyright!

Ma tant’è, accanto al savant c’è sempre in agguato un savant idiot.

Passata l’irritante sensazione di trovarmi nel Paese sbagliato, ho provato ad esercitare l’arte della saggezza (phronesis) su me medesimo, riconducendo il discorso ai suoi termini essenziali: filosofia e denaro. Così facendo mi sono accorto che, nei soliti margini, spunta lo zampino del diavolo. Perché un conto è il diritto d‘autore, la tutela dell’attività intellettuale, altro è la parcella, ovvero la quantificazione delle competenze a fronte di un servizio prestato in forma privata verso un cliente. Insomma, c’è da discutere. In questo senso: nel primo caso, cosa e come insegnare o cosa e come scrivere è una decisione autonoma, che precede (teoricamente) la relazione di lavoro; nel secondo, la prestazione d’opera parte dalla richiesta del cliente, il cui interesse forma la relazione stessa. Che poi anche nel mondo della pubblicistica capiti che sia l’editore a chiedere una certa cosa dipende dal tuo status di saggista, dall’essere già nelle condizioni di dare forma alla prestazione d’opera.

Ed eccoci quindi al dunque: può un filosofo avere dei clienti, ovvero essere saggio in cambio di denaro?

Anni fa mi capitò di ricevere una signora molto sofferente in cerca d’aiuto. Dopo il primo necessario scambio di storie – cos’è la Consulenza, chi sei tu? – arrivammo rapidamente al punto critico: lei – “non sono qui per ascoltare parole… mi dia una pillola di saggezza!!”, io – “?????”. E tutto finì così. Naturalmente può capitare qualcosa di simile anche al medico che consiglia un’operazione e ne riceve un rifiuto, ma proprio questa analogia tocca un nervo scoperto nell’ambito della Consulenza filosofica. Chi è il “consulente filosofico”: un esperto nel dialogo collaborativo e nella riflessione critica, o un terapeuta del disagio esistenziale? Sono due approcci possibili e pertinenti, che dividono gli addetti ai lavori e che presuppongono campi d’intervento che di rado si sovrappongono. Personalmente, nel momento in cui ho deciso di esercitare la professione, mi sono trovato di fronte alla scelta (timore e tremore!!), rendendomi conto che nella decisione ne andava, come dice Heidegger, del mio essere-prendentesi-cura.

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Non so se esiste una terza via alla consulenza, non ne ho mai sentito parlare e può darsi dipenda dalla mia ignoranza, ma le due alternative sopra citate rappresentano a mio avviso tutto l’orizzonte possibile di una filosofia pratica moderna. Da una parte, l’uso di una competenza definita da un ambito di conoscenze in qualche modo (?) certificata – il counselor chiamato nelle aziende o nelle pubbliche istituzioni a gestire relazioni di gruppo, ristrutturazioni di competenze, e quant’altro -; dall’altra, il filosofo che si fa, dopo un training adeguato, battipista in un dialogo volto alla cura dell’anima. Attenzione: in entrambi i casi la formazione alla Consulenza non rientra in un percorso professionale riconosciuto da alcun Ordine, ma esclusivamente nei limiti previsti dalla legge 4/2013 - Disposizioni in materia di professioni non organizzate – che nell’art. 1 comma 4 parla di “rispetto di principi di buona fede”. In altre parole: non esiste una Laurea in Consulenza filosofica, né alcun Esame di Stato volto a certificare l’idoneità all’esercizio della professione, ma solo un generico riconoscimento del valore legale di una prestazione d’opera. Basata su un reciproco riconoscimento, in buona fede, delle parti.

Chi forma dunque i filo-consulenti? Può capitare che la “scuola” di formazione sia autoreferenziale, creata cioè da qualcuno che si auto-dichiara formatore, cosa che mi è capitato di verificare. Al contrario, lì dove ho studiato per due anni piuttosto intensi, ho visto coagularsi attorno ad un’ipotesi di lavoro, di volta in volta esplorata, criticata e messa alla prova, un gruppo di studiosi in continua relazione dialogante, di tutoraggio e di sostegno, strutturato in modo da non perdere mai il contatto con le proprie radici, che sono quelle del bimillenario pensiero filosofico. Counselor e Consulente sono dunque realtà non coincidenti, che non vanno confuse; nel primo caso la professionalità è data per scontata, è offerta su un mercato delle prestazioni  intellettuali, e configura una relazione clientelare molto precisa; nel secondo, chi esercita mantiene sempre aperto il dubbio sulla via da percorrere, la necessità di un confronto continuo con i propri presupposti esistenziali ed intellettuali, e soprattutto opera in una relazione di cura indipendente rispetto alle attese precostituite del consultante. Come un medico di fronte a un tumore, il consulente filosofico non guarda alle paure del paziente ma al suo bene, sempre consapevole che questo bene è qualcosa di presunto che va onestamente discusso.

In ultima analisi, poiché gira e rigira sempre di “buona fede” si tratta, lo stato dell’arte consulenziale prescrive comunque e innanzitutto un principio di assoluta onestà intellettuale. Poiché anche il Vangelo considera la mercede un diritto indiscutibile di chi lavora, non è il caso di mettere in discussione se il filosofo possa o meno desiderare di vivere col proprio lavoro; si tratta, molto più sottilmente, di interrogarsi se la filosofia possa essere uno strumento utilizzabile per il profitto, o se ciò sia precluso per la sua stessa natura. Ma questo è un altro discorso, e mi prendo un momento di necessaria riflessione prima di scendere nella fossa dei leoni.

 

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