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Pensiero critico? Dipende…

Pensiero critico? Dipende…

24 Marzo 2021 Maurizio Chatel
Maurizio Chatel
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Il pensiero critico ha una data di nascita: il 1781, anno della pubblicazione della prima delle tre critiche di Immanuel Kant. Il Maestro di Königsberg intendeva col termine “critica” quel tribunale della ragione che distinguesse , in termini chiari e distinti, ciò che è possibile conoscere da ciò che non lo è, ovvero che è solo pensabile, il ché non è la stessa cosa. In effetti, possiamo pensare qualunque cosa, ma la nostra effettiva conoscenza del mondo è limitata dalla portata dei nostri sensi e della nostra esperienza. Dunque, posso “pensare” Dio, ma non lo posso conoscere.

Il Sommo intendeva dunque la critica come qualcosa di ragionevole, non di fazioso. 

Un altro passo decisivo nella direzione del pensiero critico fu quello effettuato dall’Istituto di ricerche sociali di Francoforte nei suoi massimi vertici, rappresentati da personalità come Adorno, Horkheimer e Marcuse. Con un esito, però, molto diverso. Più che aprire la mente a nuove prospettive, la stagione critica francofortese si riversò come uno tsunami sulla cultura occidentale: la Dialettica dell’Illuminismo di Adorno e Horkheimer, o L’uomo a una dimensione di Marcuse, non generarono nuova filosofia, né tantomeno un nuovo paradigma interpretativo della realtà, ma alimentarono quel sospetto nei confronti del pensiero che Nietzsche aveva innalzato a metodo – “filosofare col martello” – e Freud a sostanza dell’umano (ciò che diciamo serve sempre a mascherare ciò che siamo: non è la Coscienza che fa l’uomo, ma l’inconscio). Da Adorno a Foucault, da Derrida a Vattimo, la filosofia ha intrapreso una lotta (poco)titanica contro la metafisica, ovvero contro il principio di razionalità, attribuendo all’intera tradizionale occidentale il marchio d’infamia dell’Autoritarismo e della Violenza. Sessantotto docet.

La critica è diventata ipercritica.

Il risultato non è stato, come dicevo, una nuova filosofia, ma un liberi-tutti anti-dialettico e a-logico, dove il principio di non contraddizione non ha più senso; il soggettivismo ipercritico non ha, infatti, bisogno di interagire, di essere-con-gli-altri, ma di sganciarsi dal sistema per vagare in un iperspazio senza gravità. 

Perché “soggettivismo”? Mentre la Critica, nella sua veste storica e razionale, ha la funzione di organizzare un pensiero alternativo, di sottoporre a una verifica ciò che viene affermato, l’ipercritica è, innanzitutto, un “non fidarsi”, un “defilarsi”, allo scopo di “non sottoporsi” ad alcun principio d’autorità. Quando la critica si fa collettiva, o ipercritica, la collettività deflagra in un universo di Soggetti senza riferimento, senza condivisione, senza spirito. Lo spirito dei nostri tempi è un non-spirito: assenza di Unità, di sintesi, di un essere-nel-mondo con gli altri prendendosene cura. 

Una filosofia alternativa però esiste, e cerca il suo spazio: quello del dialogo. Il dialogo può essere critico (fammi pensare se quello che hai detto mi convince), ma come fondamento ha la fiducia. Posso dialogare con te perché ho fiducia, almeno nel dialogo, ovvero perché ritengo che ci sia una Ragione sovrastante che può guidarci verso l’intesa, la sintesi, una prima, anche approssimativa, verità. La critica non viene “prima”, non può essere un a-priori assoluto (ab-solutus, staccato da); essa segue un percorso che dev’essere condiviso, o non è. La critica non condanna (Shakespeare era una razzista misogino) ma distingue e seleziona, aiuta a com-prendere, non a cancellare. 

Questo scritto è un grido di aiuto: aiutatemi a stare-nel-mondo, non costringetemi ad uscirne.

 

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