Antropologia e tecnologia /

Dobbiamo coltivare, proteggere ed esercitare la nostra umanità ( Enrico Nivolo)

Dobbiamo coltivare, proteggere ed esercitare la nostra umanità ( Enrico Nivolo)

22 Settembre 2022 L'antropologo digitale
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Rifilare un tablet al figlio per evitare di doverlo gestire equivale a sottrarsi dalla propria responsabilità genitoriale, educando il figlio ad un rapporto malsano con la tecnologia che inizia a diventare il riempitivo di un’assenza. L’educazione inizia in casa e richiede ai genitori uno sforzo non indifferente che va a beneficio dell’intera collettività. Poi prosegue a scuola.
La missione dell’antropologia è contribuire insieme ad altre scienze, e secondo metodi propri, a rendere intelligibile il mondo in cui degli organismi di un tipo particolare s’inseriscono nel mondo, ne acquisiscono un’interpretazione stabile e contribuiscono a modificarlo, tessendo con esso e fra loro, legami costanti e occasionali di una notevole ma non infinita diversità.” – Philippe Descola 
Nonostante le illusioni diffuse dalle tecnologie della comunicazione (dalla televisione a internet) noi viviamo là dove viviamo.” – Marc Augè

 L’era digitale ha cambiato il mondo, non poteva non cambiare l’antropologia. Interrogarsi antropologicamente significa oggi interrogarsi sulle relazioni tra esseri umani e macchine, sulle realtà online di Internet, delle sue piattaforme, sul ruolo crescente delle intelligenze artificiali e dei Big Data nella vita di ogni individuo e in ogni ambito esperienziale. Lo stanno facendo filosofi, sociologi ed etnologhi. Lo fanno anche antropologi, con varie metodologie e approcci di tecno-antropologia, etnografia digitale, cyber-antropologia e antropologia virtuale. Lo stanno facendo adottando strumenti digitali per condurre le loro ricerche, focalizzandosi sulla cybercultura dominante, sui memi, sulle pratiche, sugli stili di vita e sui comportamenti che sembrano determinare l’insorgere di una nuova tipologia di umano, cosmopolita, ibridato tecnologicamente e un po’ cyborg, un simbionte che richiede di essere descritto e le cui esperienze suggeriscono nuove tipologie di analisi etnografiche. 

Viviamo tempi interessanti, molto tecnologici e per qualcuno alla fine dei tempi, ma pur sempre stimolanti e avvincenti. Le esperienze multiple che la tecnologia ci regala ci impedisce di riflettere in profondità su quanto essa stia trasformando la realtà, le persone che la abitano, i loro linguaggi, i contesti, i costumi e i loro aspetti simbolici, le storie, le tradizioni e i mutamenti bio-tecnologici. Tanti ambiti di riflessione che la pratica antropologica corrente ha fatto propri, proponendo interessanti punti di osservazione, analisi e interpretazioni. Di tutto questo abbiamo deciso di parlarne con alcuni antropologi, con l’obiettivo di condividere una riflessione ampia e aperta e contribuire alla più ampia discussione in corso. 

In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Enrico Nivolo, antropologo dell’educazione.


 

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica che viviamo? Qual è il suo rapporto con le tecnologie e quale l’uso che ne fa nelle sue attività lavorative (antropologia digitale)?

Buongiorno a tutt* i lettor*. Mi chiamo Enrico Nivolo e sono un antropologo dell’educazione. Nel 2020 ho conseguito un dottorato di ricerca presso la scuola di dottorato in Scienze Psicologiche, Antropologiche e dell’Educazione dell’Università degli Studi di Torino con una tesi sul confine tra scherzo e discriminazione tra gli adolescenti della secondaria di II grado. In quell’occasione ho avuto modo di coinvolgere gli studenti in un laboratorio in cui utilizzavo diversi spunti multimediali a partire dai quali inducevo una riflessione sulla tematica di ricerca.  Nel 2021 ho poi avuto una borsa di studio all’interno del progetto Isole di Convivenza del Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino grazie alla quale ho realizzato dei video di disseminazione dei risultati della ricerca, visualizzabili al seguente link.

Come potete vedere l’attività di ricerca e di disseminazione è sempre più intrecciata con le nuove tecnologie. Personalmente ritengo che il video sia una forma comunicativa molto efficace per una disciplina che spesso risente della sua poca fama sociale. Occorre però nella semplificazione comunicativa necessaria alla realizzazione di un video di disseminazione cercare di mantenere un profilo contenutistico di un certo livello. Penso sempre alla grande opera filosofica che è L'Abécédaire di Gilles Deleuze, realizzato da Claire Parnet già tra il 1988 e il 1989. Il video può rendere accessibile al grande pubblico contenuti creativi e innovativi che altrimenti rimarrebbero sepolti in riviste settoriali.

In conclusione, se forse nell’era in cui viviamo si può riscontrare la tendenza ad un eccesso di comunicazione multimediale di bassissima qualità contenutistica tramite i social media, penso che si possa sfruttare il potenziale della tecnologia per diffondere narrazioni differenti e di altra qualità. 

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Come è cambiato l’ambito della sua attività nell’era digitale? La tecnologia ha cambiato mente e corpo, quest’ultimo trasformato da protesi e tecnologie indossabili, ma anche in termini simbolici fino alla sua negazione. La realtà si è fatta multipla, fatta di realtà virtuali e parallele, tanti nonluoghi (M. Augè) nei quali si vive un continuo presente (hic et nunc), spesso superficialmente, attraverso superfici di uno schermo, e in velocità. Ne deriva un affanno esistenziale fatto di solitudine, individuale e relazione, e di perdita di senso. Lei cosa ne pensa? Cosa serve oggi per alimentare una presa di coscienza sulla contemporaneità e una lettura critica delle nuove realtà digitali? Che funzione ha in tutto questo l’antropologia? Ha senso una antropologia digitale? 

La tecnologia ha aperto a nuove possibilità sia sul piano della ricerca, sia su quello della comunicazione dei risultati. Tuttavia sul piano sociale trovo ci sia un sacco di rumore comunicativo a causa dell’eccesso di informazioni che circolano sulla rete e tra i social network.

Per quel che mi riguarda mi tengo a riparo dal brusio vivendo senza televisione da ormai quindici anni e senza social media (a parte LinkedIn che uso per lavoro). Accedo ai contenuti digitali che mi interessano solo da computer e telefono, soprattutto cinema di cui sono un grande appassionato e giornali e riviste che pubblicano contenuti interessanti. Amo molto anche gli audiolibri che ascolto mentre passeggio con il cane.

Dico questo perché ritengo che si possa e (si debba imparare a) convivere con l’apparato tecnologico della nostra società senza farsi fagocitare, soffrendo poi dei disagi connessi – affanno esistenziale fatto di solitudine, individuale e relazione, e di perdita di senso. Da questo punto di vista i genitori e la scuola hanno un ruolo decisivo sul rapporto tra le future generazioni e la tecnologia.

Rifilare un tablet al figlio per evitare di doverlo gestire equivale a sottrarsi dalla propria responsabilità genitoriale, educando il figlio ad un rapporto malsano con la tecnologia che inizia a diventare il riempitivo di un’assenza. L’educazione inizia in casa e richiede ai genitori uno sforzo non indifferente che va a beneficio dell’intera collettività. Poi prosegue a scuola. Qui gli insegnanti oltre a trasmettere il sapere devono preparare gli studenti alla vita, a vivere nella polis e ad essere cittadini di una società democratica educandoli alla democrazia. Oggi la tecnologia può contribuire a democratizzare la società, ma occorre saperla usare nel modo giusto e compito degli insegnanti è quello di educare i loro allievi ad un corretto uso della tecnologia.

Da questo punto di vista l’antropologia può dare il suo contributo conducendo ricerche etnografiche sulla rete, le cosiddette netnografie, e condividendo i risultati non solo con la comunità scientifica, ma con la società intera. Quindi sì, secondo me ha senso parlare di antropologia digitale, anche in relazione al nuovo tipo di soggettività che si riscontra nel mondo, una soggettività che vive una vita a cavallo tra realtà materiale e realtà virtuale.

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In pochi anni tutto è cambiato, anche nel nostro modo di vivere la socialità. Tutti si vantano di avere reti di contatti ma pochi si interrogano sulla qualità delle relazioni che le caratterizzano. Forse perché lasca è la percezione della differenza tra ambiti diversi quali comunità, società, rete sociale, social network e così via. Un antropologo conosce le differenze esistenti tra comunità, vischiosa e avvolgente, e società, con i suoi individui slegati e in contrapposizione ma uniti da istituzioni, credenze, progetti, spazi condivisi e possibilità di collaborare. Tra comunità e società oggi ci sono le reti sociali dei social network (piattaforme) abitate da persone che giocano in (ego)solitudine pensando di essere connessi. In questi luoghi la comunità non esiste, è persino difficile fare società. Lei cosa ne pensa? 

In realtà sono convinto che si possa parlare di comunità digitale e non è sempre detto che la qualità delle relazioni digitali sia inferiore a quella della realtà materiale. Tutto dipende da che tipo di rapporto si ha con se stessi e conseguentemente con il mondo esteriore. Insomma chi realmente si riesce a prendere cura di sé, chi conosce se stesso a fondo, si rapporta agli altri in maniera positiva e pacifica diffondendo sentimenti positivi nel mondo – online e offline – chi in qualche modo non è in pace con se stesso avrà maggiore difficoltà a rapportarsi con gli altri e forse rischia maggiormente di far circolare odio e negatività.

Il problema, oggi come ieri, è quello di restare connessi a se stessi, restare fedeli al proprio desiderio, per dirla con Jacques Lacan. Indubbiamente la tecnologia, i social network, la televisione, e così via, come dicevo prima, creano un grande rumore di sottofondo che forse rischia di scostarci da noi stessi e di conseguenza dagli altri. Così occorre allenare le orecchie all’ascolto, di noi stessi e degli altri. 

 

Viviamo tempi alla fine dei tempi, siamo testimoni di un salto paradigmatico verso scenari futuri imprevedibili, che per alcuni potrebbero essere distopici. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sui loro effetti. Qual è la sua visione dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe, secondo lei, essere fatta, da parte di antropologi, filosofi e scienziati, ma anche di singole persone? 

Non farei previsioni sul futuro, di solito si sbaglia sempre. Preferirei piuttosto parlare dell’oggi.

La realtà è da sempre in costante mutamento: mutano gli strumenti tecnologici e questo ha un impatto sulle abitudini degli esseri umani, mutano le credenze e cambia il modo di guardare al mondo, mutano i rapporti di potere e cambiano le condizioni di vita. C’è però una cosa che credo si debba sempre mantenere costante ed è la nostra umanità. Restiamo umani, per citare Vittorio Arrigoni. È sempre quando si smarrisce il nostro senso di comune umanità che succede qualcosa di brutto, credo che questo ce lo abbia insegnato molto bene Primo Levi. 

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Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Quali strumenti interpretativi e mappe sono necessari per comprendere il nostro essere sempre più online (in Rete)? In che modo l’antropologia può oggi aiutare nel cogliere le nuove composizioni sociali (reti, comunità, tribù, gruppi, ecc.), nel cogliere le somiglianze e le differenze da esse emergenti, nell’interpretare le relazioni fattuali e quelle virtuali e come esse siano condizionate dal mezzo tecnologico? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale? 

Inizierei con il dire che la tecnologia non è mai stata neutrale e non lo sarà mai. Non credo che esista nulla di neutrale. Ogni cosa, anche un oggetto come la zappa non è neutrale perché implica necessariamente un uso e quindi un rapporto di potere. Ci sarà chi usa la zappa, chi la possiede e chi decide come usarla. Idem per un computer, per un sistema operativo, per un social network.

Per questo occorre che l’antropologia indirizzi le sue ricerche anche in questo ambito. Per aiutarci a comprendere quali siano i nuovi rapporti di potere che si stanno creando. Ad esempio occuparsi delle discriminazioni perpetrate dalle macchine nei confronti degli esseri umani: laddove si lascia spazio di decisione alla macchina (es. gli algoritmi usati per la prima selezione del personale), occorre che questa venga programmata in modo democratico e inclusivo.

Un concetto interessante è quello di antropo-poiesi, coniato da Francesco Remotti. Allora perché non chiedersi in che modo le macchine contribuiscano al percorso antropo-poietico degli esseri umani?

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene (il movimento è la verità delle società umane), anche in senso antropologico. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione accelerata attuale, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando? In che modo e quanto di questi scenari possono oggi essere svelati dall’antropologia? Quale ruolo può avere l’antropologia nel comprendere i fenomeni emergenti e quale contributo può dare per far emergere quelli non distopici? È ancora valido l’approccio antropologico classico di osservazione (esterno, interno e viceversa) in contesti cosmologici nei quali tutto è cambiato, dominato più da ciò che scorre sullo schermo che nella vita reale, da relazioni virtuali piuttosto che da relazioni empatiche e fattuali? 

L’antropologia ha degli strumenti di ricerca che ben si adattano anche allo studio della contemporaneità e della realtà virtuale. Occorre arricchire la cassetta degli attrezzi dei mezzi che la tecnologia ci offre laddove si ritiene che possano servire e agevolare il lavoro di ricerca. 

 

La rivoluzione tecnologica è sotterranea, continua, invisibile, intelligente. È fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa? 

Penso che da sempre un essere umano una volta che viene gettato nel mondo acquisisca lo sguardo sul mondo specifico della propria realtà socio-culturale. Così accade al piccolo pigmeo dell’Africa, così al figlio della società ipertecnologica. Quello che fa la differenza è la capacità di sviluppare uno sguardo critico che ciascun membro di una società ha.

Allora se il percorso antropo-poietico ipertecnologizzato dovesse finire con il ridurre il senso di possibilità che una soggettività percepisce, se quindi un essere umano perdesse la capacità di pensare che possano esistere altri modi di stare al mondo rispetto al proprio, allora si aprirebbe uno scenario triste in cui l’umanità si impoverirebbe.

Certamente oggi si corre questo rischio, come lo si è sempre corso, ma allo stesso tempo la tecnologia ci offre la possibilità di aprire nuovi scenari che arricchiscono l’umanità. Tutto dipende da come li si usa, dalla convivenza tra umani e macchine e dalle scelte che ciascuno compie singolarmente: laddove si compiono scelte democratiche si lascia spazio a tutti, indipendentemente da quanta tecnologia circoli.

In conclusione, l’attuale società iperconnessa e ipertecnologizzata ci espone al rischio di essere schiacciati da ciò che abbiamo creato, la tecnologia rischia di essere usata per scopi di controllo e assoggettamento della popolazione, riducendo la democraticità della società. In altri termini se usata in un certo modo potrebbe diventare l’attuale oppio della popolazione. Così, morto Dio, saremo schiavi della Macchina.

Allo stesso tempo però la tecnologia ci offre delle possibilità per rendere la società ancora più accessibile e inclusiva, sia a chi ha difficoltà sanitarie, sia per chi ha difficoltà di apprendimento, sia in termini di accesso alla conoscenza, sia sul piano ambientale. Per fare solo alcuni esempi. Insomma, non sono d’accordo con chi, forse in maniera conservatrice, demonizza in toto la società ipertecnologica.

Tutto dipende dall’uso che se ne fa e dai rapporti di potere che si instaurano intorno ad un dispositivo tecnologico: se sul piano sociale sapremo difendere il pensiero democratico e su quello individuale prenderci cura di noi stessi restando connessi alla nostra interiorità, non vedo come possano aprirsi scenari catastrofici e disumani.

La tecnologia è come il pharmakon di cui parla Jacques Derrida: può essere un rimedio e aiutarci a risolvere problemi e criticità dell’esistenza sulla Terra, ma può anche essere un veleno che ci distrugge. Come in tutte le cose la verità sta nel mezzo e questo ce lo insegnò Nagarjuna quasi duemila anni fa nel suo Le stanze del cammino di mezzo. 

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo o guadagnando da una interazione umana con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici? 

L’era digitale suggerisce metodologie etnografiche appropriate. L’etnografia è un approccio multidisciplinare che interessa filosofi, sociologi, etologi, ecobiologi, ecc. In cosa differisce oggi una etnografia antropologica? Che tipo di contributo critico può fornire, in termini di riflessioni, narrazioni e pratiche?

 

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