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Rischiamo di infilarci in una giostra...(dialogo con Mauro Lupi)

Rischiamo di infilarci in una giostra...(dialogo con Mauro Lupi)

31 Ottobre 2020 The sapiens
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Ritengo necessario confrontarci in primis con la nostra intelligenza per gestire correttamente il mondo digitale che ci circonda. È noto che la nostra psiche ha ancora moltissimi lati oscuri anche ai maggiori scienziati del settore, quindi non prossimo pensare di dominarla in toto. Tuttavia, in un mondo che ci sbatte difronte quotidianamente un nuovo strumento, che sia un’opportunità un rischio, dobbiamo coltivare una capacità da autodidatti di infilare (o meno) questo strumento nella nostra vita, nel nostro lavoro, nel nostro tempo. Capendone inoltre limiti e modalità di impiego. Sapendo che non riusciremo mai a dominarne tutte le funzionalità perché quando stiamo quasi per riuscirci è già tempo della nuova versione.

“L’avvento delle macchine ci costringe a una nuova educazione, autoeducazione; ci impone di reagire, riscoprendo le nostre potenzialità, la nostra forza, il nostro coraggio, la nostra saggezza. Dovremo imparare a scegliere. Dovremo scoprire in noi il senso della misura, arrivare a saper dire di no, a saper mettere limite all’invasione delle macchine nelle nostre vite, nei nostri stessi corpi” – Francesco Varanini

Scrive Noah Harari che “quando la tecnologia ci permetterà di reingegnerizzare le menti umane, Homo sapiens scomparirà […] e un processo completamente nuovo avrà inizio”. La previsione può rivelarsi errata ma se si riflette sulla profondità dei cambiamenti in corso e il ruolo che la tecnologia sta avendo nel determinarli, si comprende che siamo in una fase di cambio di paradigma. Quando il nuovo emergerà noi potremmo non essere più umani. Cyborgsimbionti, semplici intelligenze artificiali più o meno ibridate, potenti, intelligenti e capaci di apprendere ma non più umane.

Se questa prospettiva è verosimile è più che mai necessaria una riflessione approfondita, puntuale e critica di quanto sta avvenendo. Paradigmatico per questa riflessione è il tema dell’intelligenza artificiale che, più di altri, suggerisce bene il rischio e la sfida che tutto il genere umano si trova di fronte. Un rischio da molti sottovalutato e una sfida da molti accettata forse con eccessiva superficialità. Un tema che comunque è di interesse generale e vale la pena approfondire. E la riflessione deve essere fatta da tecnici, esperti, fautori della IA, ma senza mai dimenticarsi di essere esseri umani.

SoloTablet ha deciso di farlo coinvolgendo persone che sull’intelligenza artificiale stanno lavorando, investendo, filosofeggiando e creando scenari futuri venturi.

In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Mauro LupiSenior Digital Business Consultant


 

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per l’intelligenza artificiale? Ritiene utile una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che stiamo sperimentando? Su quali progetti, idee imprenditoriali sta lavorando? Con quali finalità e obiettivi? A chi sono rivolti e in che ambiti sono implementati?

Mi occupo di digitale… beh, praticamente da quando esiste Internet che di fatto mi ha permesso di combinare le mie due passioni professionali: marketing e informatica. Fondai una delle prime web agency in Italia e ora collaboro col gruppo Alecsandria Comunicazione seguendo progetti di consulenza e formazione sulle strategie digitali attraverso la business unit DigitalBreak. A breve uscirà anche un mio libro, Digital Business Strategy, dedicato proprio a combinare il digitale con i processi aziendali, economici, organizzativi, culturali.

Riflettere sul momento che stiamo vivendo penso sia fondamentale. È un antidoto alla superficialità verso cui ci spinge un mondo che ha accelerato la velocità con cui gira.

Occupandomi di strategia, mi viene naturale contestualizzare ogni cosa, provare a guardare le situazioni dall’alto o da un angolo esterno. Ebbene mai come oggi è forte il timore di diventare dei criceti che corrono dentro giostre costruite da altri. Anche se queste giostre si basano su un fantastico algoritmo alla base. Evitiamo di finire nelle giostre finché siamo in tempo oppure usciamone se ci siamo finiti dentro. Poi magari ci torniamo, ma guardare dall’esterno la giostra della nostra vita, del nostro mondo, è un toccasana.

Per farlo serve innanzitutto comprensione e consapevolezza dello stato delle cose: inutile rammaricarsene, il mondo ormai è così. Poi occorre un piano strategico, che parta dai valori alti e che solo alla fine individua gli strumenti necessari. 

Ad esempio, il tema dell’AI nei processi di business deve partire dalle considerazioni sul ruolo dell’azienda e sul significato che il brand intende avere nei confronti di tutti i suoi stakeholder. Solo successivamente si andranno a identificare gli strumenti, le tecniche. Altrimenti finiremo solo nell’infilarci in una giostra che qualcuno ha predisposto ma che non riusciremo mai a gestire davvero.

 

Oggi tutti parlano di Intelligenza Artificiale ma probabilmente lo fanno senza una adeguata comprensione di cosa sia, delle sue diverse implementazioni, implicazioni ed effetti. Anche i media non favoriscono informazione, comprensione e conoscenza. Si confondono IA semplicemente reattive (Arend Hintze) come Deep Blue o AlphaGo, IA specializzate (quelle delle Auto), IA generali (AGI o Strong AI) capaci di simulare la mente umana e di elaborare loro rappresentazioni del mondo e delle persone, IA superiori (Superintelligenze) capaci di avere una coscienza di sé stesse fino a determinare la singolarità tecnologica. Lei che definizione da dell’intelligenza artificiale, quale pensa sia il suo stato di evoluzione corrente e quali possono essere quelle future? Pensa che sia possibile in futuro una Superintelligenza capace di condurci alla Singolarità nell’accezione di Kurzweil?

Non mi sono mai volutamente cimentato in azzardi futuristici se non quelli circoscritti al breve periodo, per cui non so francamente cosa aspettarmi dall’evoluzione dell’intelligenza artificiale. Mi piace nutrirmi di innovazione e seguo con molta attenzione i trend su svariati temi tecnologici e affini, ma lascio volentieri alle novità del momento di sorprendermi ogni volta. Tanto, dalla disponibilità di una determinata innovazione alla sua applicazione concreta, passa sempre del tempo per assimilarne adeguatamente tutti i risvolti.

Da non esperto del settore, l’intelligenza artificiale è un ambito che ormai trovo complicato da definire. Di sicuro le tecnologie stanno automatizzando moltissime situazioni, talvolta sostituendo attività meno efficienti se svolte da umani, in atri casi abilitando situazioni inedite. Peraltro, la pervasività di queste implementazioni rende di fatto l’intelligenza artificiale suscettibile di interpretazioni e definizioni differenti in base al punto di vista dal quale la si osserva 

 

L’IA non è una novità, ha una storia datata anni ‘50. Mai però come in questi tempi si è sviluppata una reazione preoccupata a cosa essa possa determinare per il futuro del genere umano. Numerosi scienziati nel 2015 hanno sottoscritto un appello (per alcuni un modo ipocrita di lavarsi la coscienza) invitando a una regolamentazione dell’IA. Lei cosa ne pensa? È per lasciare libera ricerca e implementazione o per una regolamentazione della IA? Non crede che qualora le macchine intelligenti rubassero il comando agli esseri umani, per essi la vita avrebbe meno senso? A preoccupare dovrebbe essere la supremazia e la potenza delle macchine ma soprattutto l’irrilevanza della specie umana che potrebbe derivarne. O questa è semplicemente paura del futuro e delle ibridazioni che lo caratterizzeranno? Secondo il filosofo Benasayag le macchine sono fatte per funzionare bene, noi per funzionare (processi chimici, ecc.) ed esistere (vivere). Gli umani non possono essere ridotti a una raccolta di (Big) dati o al calcolo binario, hanno bisogno di complessità, di un corpo, di senso, di cultura, di esperienze, di sperimentare la negatività e il non sapere. Le macchine no e mai ne avranno necessità. O secondo lei si? Non crede che fare completo affidamento sulle macchine ci porti all’impotenza?

Credo che l’uomo confermerà ancora una volta la sua capacità di adattarsi alle situazioni come avviene da millenni. Sicuramente stanno proliferando macchine costruite per prendere decisioni autonome ma confido nell’intelligenza umana per mettere dei limiti all’indipendenza degli strumenti. Certo, ci sono e ci saranno tanti errori e ripensamenti nella progettazione di apparati “intelligenti”, compresa la discussione su cosa sia giusto lasciar fare alle macchine senza alcun controllo o possibilità di intervento umano. 

Sul tema regolamentazione la faccenda si complica parecchio. Non è solo chiedersi cosa sia giusto normare, specie quando entriamo in scenari di natura etica o che toccano l’intimo dell’individuo. C’è anche un tema di culture e nazioni che si stanno polarizzando su linee di pensiero molto differenti. 

Io ho sempre sposato il punto di vista di limitare al massimo le norme che limitano l’innovazione, preferendo invece l’informazione e la formazione degli utilizzatori. Però nel caso dell’intelligenza artificiale alcuni valori “alti” dovrebbero essere salvaguardati ma non per affermare arbitrariamente il predominio dell’uomo sulla macchina, ma per disciplinare con trasparenza i confini di impiego.

Nel suo ultimo libro (Le cinque leggi bronzee dell’era digitale), Francesco Varanini rilegge a modo suo e in senso critico la storia dell’intelligenza artificiale. Lo fa attraverso la (ri)lettura di testi sulla IA di recente pubblicazione di autori come: Vinge, Tegmark, Kurzweil, Bostrom, Haraway, Yudkowsy, e altri. La critica è rivolta ai tecno-entusiasti che celebrando l’avvenire solare della IA si mettono, “con lo sguardo interessato del tecnico” dalla parte della macchina a spese dell’essere umano. È come se attraverso l’IA volessero innalzare l’uomo proprio mentre lo stanno sterilizzando rendendolo impotente, oltre che sottomesso e servile. Lei da che parte sta, del tecnico/esperto/tecnocrate o dell’essere umano o in una terra di mezzo? Non la preoccupa la potenza dell’IA, la sua crescita e diffusione (in Cina ad esempio con finalità di controllo e sorveglianza)?

Adoro le tecnologie.

A 20 anni sviluppavo software per passione in linea con lo stereotipo classico del nerd che passa le nottate a scrivere codice. Datemi un software o un‘applicazione che mi interessa e ancora oggi non riesco a trattenermi dall’approfondire TUTTE le funzioni di cui si compone. Però con gli anni ho imparato a guardare la tecnologia out of the box, a considerarla in quanto oggetto e strumento, a non viverla in quanto tale ma funzionalmente ad uno o più obiettivi. Ecco, questo approccio che mi permetto di considerare maturo, dovrebbe essere quello adeguato a tenere separati uomini e macchine. Non è tanto un fattore di primato ma di ruoli: “io uomo, tu computer” parafrasando il film Tarzan.

Il problema sussiste quando si rimane dentro il solo ambito tecnico. Un po’ come il ricercatore medico che si esalta per aver scoperto un determinato medicinale senza poi curarsi degli effetti collaterali. Ogni interesse o professione iper-specializzata spinge le persone a chiudersi attorno ai ragionamenti tecnici. La tecnologia, in più, è esaltante per via del continuo rinnovamento e superamento dei limiti ma tende a far perdere il senso di orientamento e di aderenza alla realtà.

Ecco, penso che la vera sfida sia del tutto relativa all’uomo. A considerare le comprensibili esaltazioni deI tecno-centrici ed a ricondurle a ragione evitando eccessi e illusioni.

 

Ai tempi del Coronavirus molti si stanno interrogando sulla sparizione del lavoro. Altri invece celebrano lo smartworking e le tecnologie che lo rendono possibile. Là dove lo smartworking non è possibile, fabbriche, impianti di produzione, ecc., si diffonde la robotica, l’automazione e l’IA. Il dibattito sulla sparizione del lavoro per colpa della tecnica (capacità di fare) / tecnologia (impiego della tecnica e della conoscenza per fare) non è nuovo, oggi si è fatto più urgente. Le IA non stanno sostituendo solo il lavoro manuale ma anche quello cognitivo. Le varie automazioni in corso stanno demolendo intere filiere produttive, modelli economici e organizzativi. Lei cosa ne pensa? L’IA, per come si sta manifestando oggi, creerà nuove opportunità di lavoro o sarà protagonista della distruzione di posti di lavoro più consistente della storia come molti paventano? Alcuni sostengono che il futuro sarà popolato di nuovi lavoratori, tecnici che danno forma a nuove macchine (software e hardware), le fanno funzionare e le curano, tecnici che formano altri tecnici e ad altre forme di lavoro associate al funzionamento delle macchine tecnologiche. Sarà veramente così? E se anche fosse non sarebbe per tutti o per molti! Si verrebbero a creare delle élite ma molti perderebbero comunque il lavoro, l’unica cosa che per un individuo serva a essere sé stesso. Nessuna preoccupazione o riflessione in merito?

Il dato di fatto è che le tecnologie rimpiazzeranno molti lavori attuali ed il grande problema sociale è come reinserire tali persone nel mondo del lavoro, specie in quei settori a bassa componente professionale cognitiva. Da questo punto di vista, il mondo della formazione ha enormi possibilità di crescita, a patto che si adeguino non solo i contenuti (che devono partire dalle soft skill) ma anche i format didattici, integrando il digitale, nuovi device AR/VR e metodologie coinvolgenti e adeguate ai tempi.

Nel contempo, nasceranno innumerevoli nuovi tipi di lavoro sia come tipologia ma anche nel modo di condurli. Da qui inevitabilmente sbocceranno delle nuove élite, nuovi primati economici e sociali. Ci saranno ovviamente le “grandi piattaforme”, ma ci sarà un mercato del lavoro che prevedo essere molto più fluido dell’attuale, più polverizzato, con una maggiore flessibilità e parcellizzazione del lavoro.

Insomma: i corsi di change management nati per executive e manager d’azienda, diverranno un tema centrale e necessario per chiunque.

 

L’IA è anche un tema politico. Lo è sempre stato ma oggi lo è in modo specifico per il suo utilizzo in termini di sorveglianza e controllo. Se ne parla poco ma tutti possono vedere (guardare non basta) cosa sta succedendo in Cina. Non tanto per l’implementazione di sistemi di riconoscimento facciale ma per le strategie di utilizzo dell’IA per il futuro dominio del mondo. Altro aspetto da non sottovalutare, forse determinato dal controllo pervasivo reso possibile dal controllo di tutti i dati, è la complicità del cittadino, la sua partecipazione al progetto strategico nazionale rinunciando alla propria libertà. Un segnale di cosa potrebbe succedere domani anche da noi in termini di minori libertà e sparizione dei sistemi democratici che ci caratterizzano come occidentali? O un’esasperata reazione non motivata dal fatto che le IA possono comunque essere sviluppate e governate anche con finalità e scopi diversi?

A me pare che la globalizzazione stia ora lasciando il posto a qualcosa che omologa sempre meno le persone. Appare evidente un approccio molto differente anche solo osservando le differenze tra l’occidente in generale e la Cina. Sarò pure un liberale romantico, ma alla fine penso che ogni “popolo meriti i suo regnanti” per cui non mi sorprendo più di tanto della linea di pensiero dominante in taluni paesi asiatici e sono abbastanza convinto che ci sia consapevolezza nelle scelte delle popolazioni. Certo, non condivido quell’impostazione e mi sentirei a disagio in quell’ambiente, ma probabilmente vale anche il contrario.

Allo stesso modo, il sistema col quale i governi utilizzeranno l’IA sarà idealmente guidato da volontà popolari differenti: quelle più trasparenti e rispettose della privacy individuale oppure quelle più centralizzate e stataliste.

Certo, sta ai cittadini riuscire ad esercitare una funzione di monitoraggio e auspicio verso quelle pratiche che ritengono ragionevoli, e qui c’è il grande tema della superficialità con la quale argomenti come questi vengono troppo spesso affrontati. Servirebbe, almeno nella mia visione occidentale, una maggior diffusione della conoscenza e della consapevolezza dei cittadini sui temi della nuova alfabetizzazione e inclusione, entrambe basate su elementi tecnologici. Ma sono argomenti che sarebbero da affrontare non (solo) dal punto di vista meramente tecnico, ma con uno storytelling capace di calarlo nella vita delle persone, adeguandone forma e linguaggio. Purtroppo, con la quota rilevante di analfabeti funzionali presenti nel nostro Paese, si è invece esposti a prese di posizioni totalmente emotive e non razionali, fornendo la sponda a soggetti interessati o, peggio, incoscienti, per indirizzare l’uso dell’AI (e non solo di quella) verso derive tutt’altro che orientate al bene comune. 

 

Siamo dentro l’era digitale. La viviamo da sonnambuli felici dotati di strumenti che nessuno prima di noi ha avuto la fortuna di usare. Viviamo dentro realtà parallele, percepite tutte come reali, accettiamo la mediazione tecnologica in ogni attività: cognitiva, relazionale, emotiva, sociale, economica e politica. L’accettazione diffusa di questa mediazione riflette una difficoltà crescente nella comprensione umana della realtà e del mondo (ci pensano le macchine!) e della crescente incertezza. In che modo le macchine, le intelligenze artificiali potrebbero oggi svolgere un ruolo diverso nel rimettere l’uomo al centro, nel soddisfare il suo bisogno di comunità e relazioni reali, e nel superare l’incertezza?

Ritengo necessario confrontarci in primis con la nostra intelligenza per gestire correttamente il mondo digitale che ci circonda. È noto che la nostra psiche ha ancora moltissimi lati oscuri anche ai maggiori scienziati del settore, quindi non prossimo pensare di dominarla in toto. Tuttavia, in un mondo che ci sbatte difronte quotidianamente un nuovo strumento, che sia un’opportunità un rischio, dobbiamo coltivare una capacità da autodidatti di infilare (o meno) questo strumento nella nostra vita, nel nostro lavoro, nel nostro tempo. Capendone inoltre limiti e modalità di impiego. Sapendo che non riusciremo mai a dominarne tutte le funzionalità perché quando stiamo quasi per riuscirci è già tempo della nuova versione.

Credo che dovremo adattare la nostra intelligenza per imparare a dominare questa eccitante mutevolezza degli attrezzi che ci circondano, prendendo intimamente atto della situazione così dinamica e sviluppando gli anticorpi per usarli e non essere usati. Facile scriverlo in un’intervista, non banale da realizzare.

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura sul tema AI? Vuole suggerire temi correlati da approfondire in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Un libro di imminente uscita è “Fare marketing con l'AI” di Guido Di Fraia, co-rettore dell’Università IULM. Vista la competenza dell’autore mi sento di consigliarlo a scatola chiusa.

L’unico suggerimento che mi sento di dare, in epoca di social distance, è quello di favorire la contaminazione intellettuale, stimolando discussioni e confronti, come peraltro fa questo spazio, perché solo mantenendo a pieni giri i nostri neuroni potremo gestire gli anni interessanti e stimolanti che stiamo vivendo, beneficiando degli innumerevoli bicchieri mezzi pieni con cui dissetare la nostra vita.

 

 

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