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Effetto “Cielo in una stanza”, ovvero le relazioni asimmetriche

Effetto “Cielo in una stanza”, ovvero le relazioni asimmetriche

31 Gennaio 2021 Anna Maria Palma
Anna Maria Palma
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Ormai è trascorso quasi un anno, da quando ci siamo ritrovati immersi maggiormente in una "realtà virtuale", o comunque prevalentemente virtuale. E la tecnologia ci ha consentito di vivere esperienze che solo pochi anni fa forse, nessuno di noi avrebbe scelto di vivere.

Sempre da un anno, sistematicamente ci accompagna un brusio di fondo che dichiara un rimpianto per quando ci potevamo incontrare di persona. A qualunque titolo, al lavoro, nelle riunioni, negli appuntamenti professionali, poi anche in quelli ludici. Un continuo, a volte interminabile flusso di lamentela. Da qualche parte parente di quelle lamentele che andavano in onda prima dei noti accaduti, per gli spostamenti per andare al lavoro, metro e treni affollati, traffico, colleghi che arrivano nella stanza o parlano a voce troppo alta interrompendoti, riunioni disfunzionali…

Cito spesso ultimamente negli incontri la frase di Hemingway: “Ora non è il momento di pensare a quello che non si ha, ma di pensare a quello che si può fare con quello che si ha!”

E pensare a quello che si può fare con quello che si ha comporta riconoscere, dare valore a quello che si ha. E riuscire a saper fare con quello che si ha implica acquisire nuove consapevolezze, nuove competenze, nuove educazioni.

Da qualche tempo avverto una certa resistenza quando sento enunciare riflessioni, considerazioni, saggi principi a cui però non seguono comportamenti che possano testimoniarli. E poi le scuse, quelle poi…la tecnologia, i social, non le consapevolezzele response ability personali.

Sento un gran desiderio di buone pratiche, qualcosa che incida fortemente sulla realtà quotidiana, che dia qualità ad ogni gesto, ad ogni manifestazione, avverto la necessità di ritrovare in ogni interazione umana il senso profondo della gentilezza per vivere le mie giornate con la possibile soddisfazione. E facilitare gli altri nel fare altrettanto.

Dai valori, dai principi alle buone pratiche appunto.

Nuove distanze ci hanno riavvicinato in qualche maniera o meglio, il prendersi cure di queste distanze, seppure imposte, ha permesso al diamante della relazione di continuare a splendere, per ispirarsi anche alle note musicali di Zucchero Fornaciari.

L’accudimento di queste nuove distanze, anche grazie alla tecnologia, ha consentito una nuova vicinanza sociale, scoperta o riscoperta, non un distanziamento sociale come è stato impropriamente definito quello che è stato di fatto, un distanziamento interpersonale.

Dopo tanti mesi di esperienze on line, di incontri, di seminari, di aule, di sessioni one to one, come relatrice, trainer, coach, counselor o come semplice partecipante, ho verificato che ancora molte persone non hanno maturato una cittadinanza digitale. Allora ho riflettuto su alcune accortezze da usare per far sì che un incontro online mantenga tutta la qualità che avrebbe avuto un incontro in presenza, o almeno, quella possibile. L’ho fatto seguendo un certo ordine proprio per definire una sorta di “Istruzioni per l’uso”, pur nella consapevolezza della complessità nella quale ci siamo dovuti muovere, come professionisti, come genitori, come studenti e nel rispetto delle svariate e significative difficoltà nella quali moltissime persone si sono ritrovate.

La prima osservazione suggerisce di acquisire più competenza nell’uso degli strumenti tecnologici.

Si tratta di conoscere le funzioni del proprio dispositivo, cellulare, tablet o computer che sia. Gentile può essere aiutare le persone in questa evoluzione, aiutarle a vincere la resistenza verso questi strumenti. Gentile sarebbe porre fine alla lamentela di sentirsi tagliati fuori e magari incuriosirsi e chiedere come fare per accedere alla dimensione on line. Ho partecipato a questo in tante occasioni. L’azione successiva più pratica è quella di verificare poi l’autonomia del dispositivo e munirsi del caricabatterie da usare all’occorrenza. E quando si sta per entrare negli incontri accertarsi della nitidezza del video, della luce dell’ambiente, comprendere poi le differenze dei diversi tasti funzione, fra cellulare, tablet e computer.

La seconda considerazione riguarda la conoscenza della piattaforma sulla quale ci si “incontra”.

Quel minimo che consenta una convivenza civile durante l’incontro. Normalmente occorre sapere che il microfono sia disattivato per non far arrivare a tutti i rumori del proprio luogo. Il video non andrebbe mai disattivato, se non per qualche problema di connessione. Sono meno incline a partecipare a webinar dove i video sono oscurati di default. Vedere i volti delle persone è rassicurante sempre. Soprattutto in queste modalità. Senza considerare che è il luogo dove, non essendo obbligatorie le mascherine, possiamo tornare a mostrare i nostri sorrisi.

Conoscere la funzione per vedere il relatore a tutto schermo, quella per “comunicare”, non amo il termine chattare, il pulsante per informare che desideriamo comunicare verbalmente e quindi come ai vecchi tempi alzare la mano.

Una fondamentale riflessione riguarda il tempo, o meglio i tempi.

Non perché il computer si trova nel nostro studio o comunque in una stanza della nostra casa si può arrivare all’ultimo tuffo in affanno, senza avere dedicato un tempo per verificare connessione, funzionamento della videocamera, collegamenti vari.

Come in un appuntamento di persona, nelle riunioni, si dovrebbe arrivare quei minuti prima che servono perché l’incontro avvenga nella migliore fluidità. Se si è relatori a maggior ragione per verificare la condivisione dello schermo e altre funzioni. Ho sperimentato in questo caso l’irrinunciabile utilità di avere “una spalla”! Che sia un tutor, un’assistente o un collega che condivida le incertezze e i possibili intralci che la tecnologia può creare.

Una cosa fondamentale su cui desidero richiamare l’attenzione è che il tempo dell’incontro è “il tempo dell’incontro” e assolutamente mai quello nel quale, confortati dal fatto che la visione, a volte la percezione di noi è parziale, io possa nel frattempo scrivere o rispondere a mail o fare comunque altro. Capita addirittura di vedere qualcuno on line, che, approfittando della funzione microfono spento, sta parlando al telefono per conto suo.  Magari non per una telefonata occasionale ma per tutto il tempo dell’incontro.

Qui entrano in funzione una serie di considerazioni significative che rischiano di rendere opaco il diamante della relazione.

Si è visibili per tutto il tempo dell’incontro: tutti vedono tutto, sempre e quindi vedere una persona che per tutto il tempo dell’incontro o quasi, sta facendo altro, si rivela essere una mancanza di correttezza e di interesse per quello che sta andando in onda, per il relatore soprattutto: pure lui vede per tutto il tempo.

 E tutti vedono anche chi si specchia e si aggiusta i capelli, continuamente usando lo schermo come specchio appunto (esiste una funzione che disattiva la propria immagine) o chi trasferisce un non verbale, un’espressione del viso, annoiata, contrariata, a volte assonnata. O chi per tutto il tempo “spippola” sul proprio cellulare o tablet. Quanto i media ci propongono a  volte nelle riunioni pubbliche non è certo di buona ispirazione.

 

Ma la cosa che desidero mettere in evidenza è quella più rischiosa ed è quella del tecnostress: sempre più immersi in incontri on line, durante i quali poi facciamo regolarmente altro. Più di prima, meglio di prima se posso usare questa espressione. Ancora, non un’attenzione a distribuire, prendere, accettare, laddove possibile,  gli appuntamenti con un qualche criterio di saggezza, come se li avessimo avuti di persona. E allora di nuovo la lamentela verso la tecnologia abdicando a quella libertà di scelta, spesso malnutrita se non dimenticata.

E peggio ancora attivare i collegamenti mentre si cammina, mentre ci si muove proponendo agli altri ospiti dell’incontro un movimento continuo, fastidioso per gli occhi e a tratti per lo stomaco, dove il panorama si muove continuamente, e talvolta nasce il timore di essere condotti in luoghi privati non proprio sociali. E poi altri soffitti, altri misteriosi oggetti che si muovono sullo schermo.

Un incontro è un incontro umano e richiede un tempo, la cura, l’attenzione, la dedizione e il rispetto per chi si incontra, come avremmo fatto in presenza senza possedere il dono dell’ubiquità.

Alcune eccezioni in campo professionale possono essere contemplate, ma il timore dell’inconsapevolezza di una giusta gestione degli incontri on line, in me è ancora molto grande.

Concludo questa mia riflessione che sento ancora parziale, ma che avrò modo di integrare, partendo da quanto indicato nel titolo.

Quanti cieli abbiamo visto negli ultimi mesi, quanti soffitti.

Quanta asimmetria abbiamo percepito negli incontri.

Chi più consapevole si è accertato che lo schermo fosse parallelo, ha verificato che quanto appare nello stesso sia esattamente quello che apparirebbe di persona, almeno nella parte visibile.

Chi si è reso conto che nello schermo la bocca sparisce perché a causa di come si è posizionato il dispositivo, soprattutto se si usa il cellulare, appare un grande naso una grande fronte…e poi, il cielo in una stanza, o soffitti, i mobili obliqui, i pensili lassù, in alto.

 

“Torna qui con me”, siediti accanto a me, perché i miei occhi possano incontrare i tuoi, perché io possa vedere la tua bocca il tuo sorriso, quasi paralleli al mio viso, possa riprodurre una dimensione paritetica proprio come se fossi qui con me.

E ancora una volta far risuonare le parole di Zukav in questa nuova dimensione relazionale.

Facciamo che queste nuove modalità siano ancora esplorate, vissute con intelligenza, cura, gentilezza e amore.

E facciamo che siano ancora un’esperienza umana!

Per quanto possibile.

 

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