PREGHIERA [3]

03 Maggio 2021 Etica e tecnologia
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preghièra - Dalla radice indoeuropea prach- (sanscrito pracchāti = domandare, chiedere) al latino prex (genitivo, precis). In seguito, dal latino popolare precaria, sostantivazione femminile di precarius = "ottenuto con preghiere", si arriva al provenzale preguiera da cui l'italiano preghiera. La parola è strettamente legata all'atto di chiedere, di domandare. Pregare implica, primariamente, mettersi in relazione con la divinità ma anche porre delle richieste a qualcuno in segno di umiltà, sottomissione, con cortesia

[pre·ghiè·ra]

Parlare di preghiera per me, che mi professo credente, è come trovarmi in un labirinto senza uscita: domande che si rincorrono e ne suscitano altre, risposte insoddisfacenti o che lasciano con l’amaro in bocca, ripensamenti, domande riformulate in modo diverso…

Certo per chi dice di  non avere fede il discorso è totalmente differente, anzi, è forse addirittura inutile. A quale entità superiore potrebbe infatti rivolgersi?

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Eppure… quante volte anche persone dichiaratamente atee nei momenti più difficili della loro vita sentono nel cuore la necessità di chiedere a Qualcuno che faccia un miracolo, che guarisca una malattia, che riporti un figlio sulla giusta strada? Una necessità talmente forte e spontanea da mettere in crisi la loro stessa convinzione di essere atei.

Se però poi il miracolo non accade, la malattia vince e i figli non ritornano? Semplice: la vita a volte sa essere crudele, le cose spesso non vanno come si vorrebbe, e quella preghiera che si è persa nel vuoto non fa che confermare che quel Qualcuno non esiste.

Ma quando si crede nell’esistenza di Dio le cose si complicano, ed è difficile soffocare quelle domande che ci fanno sentire come bambini increduli davanti alla scoperta di un male al quale non sembra non esserci  rimedio.

Se io ho pregato, perché non è successo quello che ho chiesto?


Perché Dio non era d’accordo con le mie richieste? Perché non è Onnipotente come ho sempre creduto? Perché non può fare troppi miracoli altrimenti la vita sarebbe come un film sempre a lieto fine? Perché in realtà quello che è accaduto non è una tragedia come sembra ma ha evitato un male ancora peggiore? Perché non sono degna di rivolgermi a Lui e dunque non mi ha nemmeno ascoltato?

Eccolo il labirinto di domande che mi fanno girare in tondo senza sosta.

Mi viene in soccorso un racconto, di quelli che oggi vanno abbastanza di moda e che attraverso una storia semplice e incisiva cercano di trasmettere alcuni contenuti della fede altrimenti difficili da spiegare in modo altrettanto immediato.

L’ho letto una volta e mai più ritrovato, ma il concetto mi è rimasto ben chiaro in mente. Durante una spaventosa inondazione, in un paese sperduto, le persone furono costrette a salire sugli alberi e sui tetti delle case per sfuggire alla potenza dell’acqua e lì i mezzi di soccorso arrivarono a recuperarli. Un uomo, molto credente, dal tetto della sua casa, rifiutò tutti gli aiuti possibili rispondendo ai soccorritori che tanto sarebbe arrivato Dio a salvarlo. Rifiutò di salire su una barca, rifiutò persino di issarsi su una corda che gli venne calata da un elicottero… finchè l’acqua arrivò al tetto e l’uomo morì annegato. Una volta al cospetto di Dio, gli chiese stupito, e pure un po’ scocciato, come mai Lui non avesse fatto nulla; e Dio tranquillo rispose che al contrario aveva fatto tutto quello che poteva, mandando persino un elicottero.

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Allora forse è questa la via d’uscita: Dio risponde alle nostre preghiere e viene prontamente in nostro soccorso ma non lo fa in modo spettacolare e prodigioso. Si serve di uomini come noi, suoi angeli in terra, che ci possano far arrivare l’aiuto richiesto, e forse solo molto tempo dopo, guardandoci indietro, ci accorgiamo che quel medico premuroso, quell’amico che ci ha ascoltato, quell’incontro fortuito sono state in realtà preghiere esaudite.

Ma giro l’angolo e l’uscita ancora non si vede… per l’ennesima volta mi tornano alla mente tante suppliche rimaste inascoltate, malattie che si portano via vite giovanissime, disperate ricerche di lavoro senza esito, figli che dalla strada sbagliata non tornano più indietro. Niente miracoli e niente angeli in terra. Preghiere senza risposta.

Domande che si susseguono e che mi portano inevitabilmente a quella più difficile: ma quel Qualcuno allora esiste davvero?

Faccio fatica a capire ma continuo a crederci; l’ho sentita tante volte la presenza di Dio dentro e intorno a me che proprio non potrei farne a meno, anche se la mia fede presa a cazzotti da tante domande risponde solo col silenzio.

Mi ha sempre affascinato quel Dio che diventa Uomo, che si fa bambino fragile e bisognoso di tutti, che piange quando muore il suo caro amico Lazzaro, che si circonda di discepoli scegliendoli tra gli ignoranti e i peccatori… ma allora può essere che si ponga anche Lui le stesse domande? che pur avendo aperto le porte del Paradiso a tutta l’umanità continui a piangere per ogni tragedia che ci affligge su questa terra?

E’ così, ora ne sono sicura. E’ un Dio che si è fatto talmente piccolo da essere qui nel labirinto a cercare la strada accanto a me: …ecco, vedo l’uscita!

Autrice

Marta Trombetta

Marta Trombetta è nata ad Angera, sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, nel 1968, e ora vive a Taino con la sua famiglia.
Diplomatasi come Perito Aziendale Corrispondente in Lingue Estere, ha lavorato come impiegata commerciale, per poi aprire una sua attività.
Il sogno di scrivere racconti per ragazzi l'ha accompagnata per molto tempo. Le idee sono state sempre molte ma poiché ha dedicato competenza, studio e attenzione non solo nel suo lavoro ma anche nella crescita di suo figlio, ha sempre rimandato.
Ma ora l'uscita del primo libro "Un Tello per amico" inaugura l'inizio di un percorso che verrà arricchito dagli altri racconti che usciranno nei prossimi mesi.
Intanto altri progetti rimasti a lungo in stand by iniziano a prendere sempre più forma.

 

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