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Sottovalutate le ricadute psicologiche della pandemia

Sottovalutate le ricadute psicologiche della pandemia

22 Maggio 2020 Interviste Coronavirus
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Credo che la questione psichica sia sempre centrale. La crisi, in qualunque ambito intervenga, è sempre l’esito fatale di un processo che affonda le radici nel tempo. I disturbi che lei ha giustamente rilevato, in realtà erano presenti già prima in ampi strati della società e lo dimostrano gli episodi di cronaca e il fatto che l’utilizzo di psicofarmaci sia in continuo aumento. Questo avviene anche perché la psiche dell’uomo ha un suo tempo e il mondo contemporaneo, per lo meno quello occidentale, sembra avere a mano a mano ridotto lo spazio pensabile per questo tempo.

Si parla molto delle conseguenze della pandemia in termini di crisi economica e malessere materiale, non abbastanza degli effetti psichici da essa generati. Se ne parla poco perché si ha paura, si è impreparati a farlo, si attivano meccanismi di rimozione e si cerca di non avere paura di avere paura. Già prima della pandemia la nostra epoca tecnologica è stata raccontata come caratterizzata da passioni tristi (Spinoza, Miguel Benasayag), dalla difficoltà di vivere, da sofferenze esistenziali diventate psichiche e patologiche, da tanta solitudine generatrice di angosce e paranoie.

Tutto questo può oggi essere raccontato semplicemente dando visibilità agli innumerevoli eventi, fatti di cronaca, comportamenti e gesti che ben descrivono la realtà attuale. Fatti che trovano espressione in suicidi, gesti di insofferenza e ribellione, proteste (ambulanti, ristoratori, esercenti, eccc.), ricerca di capri espiatori, femminicidi (mai cessati) e violenze domestiche, abuso di alcool e droghe, ecc. SoloTablet.it ha deciso di raccontare tutto questo allestendo uno spazio dialogico e aperto nel quale mettere in relazione tra loro psicologi, psicanalisti, e psicoterapeuti coinvolgendoli attraverso un’intervista.

In questa intervista Carlo Mazzucchelli, fondatore di SOLOTABLET.IT e autore di 20 libri pubblicati nella collana Technnovisions, ha intervistato Marco Florio, Psicologo del Benessere e Specializzando in Psicoterapia ad orientamento junghiano (Instagram: marcoflorio_psicologo).

 

Buongiorno, per prima cosa direi di cominciare con un breve presentazione di cosa fa, degli ambiti nei quali è specializzato/a e nei quali opera professionalmente, dei progetti a cui sta lavorando, degli interessi culturali e eventuali scuole/teorie/pratiche psicologiche di appartenenza (Cognitiva, Funzionale, ecc.). Gradita una riflessione sulla tecnologia e quanto essa sia oggi determinante nella costruzione del sé, nelle relazioni con gli altri (linguaggio e comunicazione) e con la realtà. 

Buongiorno. Mi chiamo Marco Florio e sono uno psicologo, attualmente specializzando in psicoterapia ad orientamento junghiano presso il Centro Italiano di Psicologia Analitica di Milano. Mi sono laureato presso l’Università Cattolica di Milano in Psicologia per il Benessere e l’Empowerment, un indirizzo particolare che riflette un cambio di paradigma nel modo di concepire il benessere, inteso non più e non solo come assenza di sofferenza, ma come sintesi dinamica e complessa di fattori biologici, psicologici e sociali.

Da sempre interessato alle complesse interazioni tra mente e corpo ho collaborato in passato con l’Istituto Riza di Medicina Psicosomatica e ho conseguito un master in Psicologia Psicosomatica delle Culture del Sacro.

Ad oggi, oltre all’attività di libera professione, collaboro con il Centro Clinico per la Cura e la Ricerca Psicologica, a cui afferisce anche il Servizio di Urgenza Psicologica (attivo a Milano, Bergamo, Monza e Varese), un servizio di assistenza telefonica gratuita che proprio in questo periodo ha ampliato la sua operatività, tradizionalmente concentrata nel week end, proprio per fornire un contributo concreto alla cittadinanza nella difficile gestione di questa crisi.

Più in generale, mi interesso di tutto ciò che è in grado di interrogare l’uomo e il suo senso nel mondo, dalla letteratura, alla filosofia, all’esoterismo, fino alle religioni comparate.

Parlare di uomo oggi significa necessariamente parlare di tecnologia, perché sempre più questa sta modificando il modo in cui l’uomo vive sé stesso e il suo rapporto con il mondo, inteso sia come mondo fisico che come mondo sociale. Rifacendomi all’indagine fenomenologica tipica della filosofia esistenzialista, credo che un buon modo per analizzare il rapporto tra uomo e tecnologia sia quello di partire dalle direttrici fondamentali secondo cui si articola la nostra presenza nel mondo, che sono quelle di tempo e spazio. Tempo e spazio che non sono solo quelli dell’orologio e della geometria, ma soprattutto  tempo e spazio vissuti. Ognuno ha il proprio modo particolare di vivere queste due dimensioni e  ciò che differenzia una psiche sana da una psiche che soffre è anche il diverso modo di abitarle.

Se pensiamo alla tecnologia, non possiamo non accorgerci di come questa abbia radicalmente mutato il nostro rapporto con lo spazio e il tempo, comprimendo il primo e accelerando il secondo. Ora, se come abbiamo detto spazio e tempo in qualche modo fanno l’uomo, significa che la tecnologia cambia l’umano. Il come ce lo forniscono diversi esempi: pensiamo alla corporeità, elemento fondamentale di ogni contatto umano. L’importanza del corpo e del contatto sono attestati dal fatto che il tatto sia il primo dei 5 sensi a svilupparsi nel grembo materno e l’ultimo ad andarsene con la morte. Il contatto della madre col proprio bambino è fondamentale non solo in termini di accudimento, ma anche nella stessa strutturazione del sé di quest’ultimo. Per Sartre il corpo è il nostro punto di vista sul mondo e il punto di partenza per arrivare al mondo; non solo, è ciò che ci rivela immediatamente l’altro come ciò che è. La relazione con il mondo e con l’altro è quindi intrinsecamente costituita di corporeità. Ecco, con la compressione degli spazi e la virtualità che la tecnologia consente questo non è più necessario.

Un altro esempio è come la tecnologia abbia contribuito a mutare radicalmente il rapporto tra i domini simbolici di Desiderio e Legge, quelli che Freud aveva individuato come Principio di Piacere e Principio di Realtà, la cui integrazione è indice della salute psicologica. Prima ciò che veniva desiderato aveva un tempo per essere realizzato. E c’erano limiti strutturali a questa realizzazione. Ora, grazie alla tecnologia, tempo del desiderio e tempo della sua realizzazione coincidono e questo ha permesso di azzerare qualunque senso del limite. E quali siano le conseguenze di questa perdita e il conseguente senso di onnipotenza che ne deriva sono sotto gli occhi di tutti: inquinamento, disuguaglianze sempre crescenti, strapotere della finanza, sono solo alcuni esempi.

La sfida è capire se la disumanizzazione sia l’unico esito possibile del rapporto tra uomo e tecnologia (simbolicamente rappresentato proprio dalla corrente transumanista, che teorizza l’ibrido uomo macchina) o se sia possibile invece recuperare il fattore umano.  Non vanno dimenticati, in fondo, anche i contributi che la tecnologia ha apportato nella cura e nella promozione del benessere delle persone, non solo dal punto di vista fisico, ma anche psicologico. 

 

Davanti alle edicole o ai pochi bar aperti il dialogo tra i pochi avventori verte sui tempi bui che la crisi economica e sociale precipiterà su tutti noi in autunno. Un segnale forte che racconta come numerose persone stiano vivendo la crisi della pandemia, i suoi effetti, le aspettative future, le sue costrizioni e perturbazioni. Il segnale è sintomatico di ciò che avviene dentro il chiuso di molte case, spesso limitate per spazio e vivibilità, in termini di psicosi, angosce, ansie, incertezze, depressioni, insonnie, difficoltà sessuali, rabbia, fobie e preoccupazioni materiali per il futuro lavorativo, familiare e individuale. Lei cosa ne pensa? Crede anche lei che la crisi prioritaria da affrontare sia, già fin d’ora, quella psichica?  Crede che la quarantena e l’isolamento siano serviti a fornire soluzioni positive a disagi psichici precedenti o li abbiano alimentati e peggiorati? Quali sono le malattie psichiche più preoccupanti, anche pensando al futuro sociale e politico dell’Italia? 

Credo che la questione psichica sia sempre centrale. La crisi, in qualunque ambito intervenga, è sempre l’esito fatale di un processo che affonda le radici nel tempo. I disturbi che lei ha giustamente rilevato, in realtà erano presenti già prima in ampi strati della società e lo dimostrano gli episodi di cronaca e il fatto che l’utilizzo di psicofarmaci sia in continuo aumento. Questo avviene anche perché la psiche dell’uomo ha un suo tempo e il mondo contemporaneo, per lo meno quello occidentale, sembra avere a mano a mano ridotto lo spazio pensabile per questo tempo.

Ad ogni modo, per arrivare all’oggi, credo che le ricadute psicologiche che non solo la pandemia in sé, ma anche i provvedimenti che sono stati presi per affrontarla avrebbero avuto, siano stati sottovalutati. Come dicevo prima, il benessere non è solo assenza di sofferenza e quindi non basta scongiurare la possibilità di contagio per superare psicologicamente indenni questo periodo.  

Per quanto riguarda coloro che già prima della quarantena avevano dei disagi psichici, credo che il discorso da fare sia complesso e dipenda da tanti fattori, non ultimo l’entità di questi disagi. Limitandomi alla mia esperienza, quello che posso dire è che per chi aveva patologie psichiche gravi l’isolamento ha sicuramente esacerbato la situazione, dal momento che ha privato queste persone di momenti di svago, socialità e aggregazione  fondamentali per contrastare la tendenza al ritiro sociale, scaricare la tensione e strutturare una routine.

Di contro, ho notato anche come altri pazienti abbiano invece fatto notevoli progressi nel loro percorso, tanto da interrogarmi sulla possibilità che questi progressi possano essere mantenuti anche una volta finita l’emergenza. A favorire questo possono essere stati tanti fattori: un mondo che si è fatto più lento e meno richiedente nei confronti della persona, che ha così potuto recuperare un tempo e uno spazio per sé; il fatto di non sentirsi più isolati nella propria sofferenza e nelle proprie difficoltà, ma nuovamente parte di una comunità che vive le stesse ansie e le stesse preoccupazioni; la possibilità di disporre internamente di quell’energia che solitamente veniva impiegata all’esterno.

Se devo guardare al futuro penso che le epidemie psichiche più importanti saranno probabilmente quelle legate ai disturbi d’ansia e di panico. In questi mesi abbiamo infatti vissuto nell’incertezza più cupa, in un clima di tensione continuo che anche i media hanno colpevolmente contribuito ad alimentare, con la loro spasmodica ricerca della notizia che ha portato all’accavallarsi di informazioni spesso anche in palese contraddizione tra di loro. E’ stato difficile per le persone farsi un’idea chiara di ciò che stava accadendo. Ora che l’emergenza sanitaria sembra progressivamente ridursi, ecco che all’orizzonte si palesa un’incertezza ancora più grande: nessuno ha veramente idea di cosa ci aspetta, ma in qualche modo tutti abbiamo il sentore che non sarà nulla di buono dal punto di vista sociale ed economico. Il futuro insomma è sentito come minaccioso, sembra non vi sia la possibilità di andargli incontro attivamente, ma quasi che ci piombi addosso. L’ansia e il panico diventano allora i tentativi, purtroppo fallimentari e controproducenti, che la psiche attua nel tentativo di prevederlo e prevenirlo. All’angoscia dell’ignoto si sostituiscono fobie e paure note, che paradossalmente anche se fanno stare male, rassicurano perché conosciute.

Ma non solo, il futuro vissuto senza speranza e senza progetto è il futuro tipico del depresso. Anche questa, purtroppo, credo sarà la patologia con cui dovremo confrontarci maggiormente.  E i diversi episodi di suicidio che si sono susseguiti in questo periodo, lo dimostrano.

Per non parlare infine dei bambini, che se da un lato hanno sicuramente avuto la possibilità di recuperare un tempo più denso con i propri genitori, dall’altra sono stati privati di un fattore determinante per la crescita come quello della socialità e del rapporto con i pari. E le ipotesi che si stanno susseguendo in questi giorni per programmare il rientro, dal braccialetto che vibra superata una certa distanza, all’estensione più o meno ampia della didattica digitale (che meriterebbe una riflessione importante), aggiungono francamente un sapore distopico. 

 

Corpo e mente non sono entità separate ma coesistenti all’interno dello stesso organismo complesso che noi siamo. Il coronavirus colpisce il corpo ma con esso anche la psiche, quella individuale e quella collettiva.  La crisi della pandemia è emersa all’interno di una crisi più ampia e globale che ha determinato precarietà della vita e cronica precarietà del lavoro, insicurezza personale, disuguaglianze, crisi finanziarie, povertà e incertezza per il futuro. La frustrazione e il disagio psichico vengono da lontano, la crisi attuale potrebbe esserne il detonatore. Secondo lei cosa può derivare dal disagio crescente e dalla percezione di un passato perduto che non tornerà più? In che modo la pandemia sta determinando l’immaginario individuale e collettivo? Quanto inciderò sulla costruzione del Sé? 

Esattamente come accennavo prima e come lei sottolinea, la crisi del coronavirus si innesta in un contesto più ampio già di per sé problematico. L’ipermodernità è l’epoca della tecnica, delle relazioni liquide, dell’assenza di punti di riferimento stabili in un mondo in continuo mutamento, dell’onnipotenza e dell’assenza del limite.

Una delle leggi fondamentali della psiche individuate da Jung è la cosiddetta enantiodromia, la caduta nell’opposto. Ogni volta che la coscienza tende a privilegiare solo determinati valori, prima o poi dall’inconscio tenderanno ad irrompere i contenuti che erano stati fino a quel momento rimossi. E ciò vale sia a livello individuale che collettivo. Ora pensiamo alla società contemporanea e a quello che abbiamo visto essere uno dei suoi tratti caratteristici, il senso di onnipotenza. All’improvviso ecco che ci siamo tutti dovuti confrontare da un giorno all’altro e senza neanche avere tutti gli strumenti con il crollo di questa onnipotenza e con il limite: limite rappresentato dai vari provvedimenti governativi, limite dell’essere umano di fronte alla natura, ma anche e soprattutto limite dell’uomo nei confronti della morte. Sotto un certo punto di vista, un punto di vista simbolico, gli eventi attuali possono essere letti anche come un tentativo di riequilibrio da parte della psiche, tentativo violento perché realizzato con energia pari a quella con cui era stata attuata la rimozione. In qualche modo tutti oggi siamo chiamati a questo confronto con l’opposto e, se perderemo anche questa tragica occasione per farlo, cadendo nuovamente nella rimozione e nella negazione, rischiamo di ritrovarci in futuro in una situazione analoga, probabilmente anche più distruttiva.

A livello individuale poi, l’altro confronto che tutti siamo chiamati a vivere dentro di noi è quello tra pulsione di vita e pulsione di morte. Freud ci ha insegnato che dentro l’uomo convivono due opposte tendenze, l’una creatrice, l’altra distruttrice e autodistruttrice. In un momento storico in cui la percezione generale può essere quella della perdita e di un futuro che non ha in serbo nulla, è facile che la pulsione di morte possa avere la meglio. Ma non solo, anche il pensare che il futuro sarà roseo, che ci sarà il grande rinnovamento, che tutto andrà bene, può celare dietro di sé la pulsione di morte sotto forma di  nichilismo gioioso. Entrambi gli estremi hanno lo stesso effetto deresponsabilizzante, perchè se tutto andrà bene o tutto andrà male, non è necessario che io faccia nulla. Ecco, questo è l’atteggiamento da evitare. La vita è sempre una scelta. 

 

Uno degli effetti del disagio psichico crescente può essere l’emergere di passioni/sentimenti furiosi come cattiveria, rabbia e ira. Il disagio che cova potrebbe far crescere e dilatare la rabbia facendola esplodere improvvisamente nel momento in cui la crisi economica si acutizzerà. Nella storia la rabbia e l’ira (descritte da Remo Bodei) hanno sempre giocato un ruolo sociale e politico importante, spesso non sono controllabili e degenerano in cambiamenti indesiderabili. Si alimentano di vittimismo, rancore, odio, voglia di vendetta e ricerca di capri espiatori, e poco importa quanto essi siano reali o immaginari.  Tutto ciò si evidenzia oggi nella brutalità del linguaggio che caratterizza molti ambienti tecnologici digitali. La rabbia che emerge da questo linguaggio non è la rabbia civile che si esprime nella ricerca di maggiore giustizia e minori disuguaglianze. E’ una rabbia frutto della paura, pronta per essere usata dal primo politico, populista o manipolatore di turno. Secondo lei può la rabbia essere uno sbocco possibile della crisi pandemica in atto? Può considerarsi un effetto del disagio pischico, delle condizioni di vita materiale o di entrambe? 

Si penso che la rabbia potrebbe essere uno degli esiti della crisi economica e sociale che inevitabilmente questa pandemia comporterà nei prossimi mesi, in assenza di provvedimenti sistematici di sostegno a famiglie e lavoratori. Le prime avvisaglie, d’altronde, si cominciano già a vedere. Questo, se così possiamo dirlo, è l’aspetto materiale della vicenda. Poi, come ben ha evidenziato lei, c’è sicuramente quello psichico. Nei momenti di paura e profonda incertezza è naturale che intervenga un meccanismo proiettivo, per cui tutte le nostre emozioni negative, le nostre ansie e le nostre insicurezze, in una parola la nostra Ombra, sono proiettate all’esterno; questo consente in un certo modo di preservare la nostra integrità ma allo stesso tempo ci fornisce il comodo alibi per non affrontare realmente la situazione. Il problema non è tanto che questo avvenga, essendo il meccanismo di per sé ineliminabile, ma non esserne consapevoli. Poco importa se l’oggetto della proiezione sia realmente colpevole o meno, nel momento in cui c’è proiezione stiamo caricando l’altro anche di tutti quegli aspetti di noi con cui rifiutiamo di confrontarci. Se penso ai social, dove abbiamo visto in questi anni il dilagare della violenza verbale fra i vari utenti, direi che questi sono il luogo perfetto per alimentare il meccanismo. Sui social e su internet infatti, ci confrontiamo prima che con delle persone, con degli schermi che distorcono l’immagine dell’altro e soprattutto ne nascondono il corpo: la proiezione in questo modo ha campo pressochè libero.

Dal momento però che l’integrazione dell’Ombra è uno dei compiti fondamentali per la crescita psichica, capiamo che finchè questo processo non inizia non vi può essere vera maturazione psicologica. E le conseguenze che questa mancata maturazione può avere in certi momenti della storia possono diventare veramente pesanti, come lei ha ben evidenziato, sia a livello individuale che collettivo.

Con questo non voglio assolutamente sminuire le cause oggettive alla base di queste emozioni di rabbia e paura che si stanno alimentando col passare del tempo. L’Italia, ad esempio, non era ancora del tutto uscita dalle crisi del 2008 e del 2011 e si appresta ad entrare nella prossima crisi, secondo le previsioni ancora più devastante delle precedenti, ancora con le ossa rotte. Non solo, questa situazione va ad innestarsi su un terreno di continua degradazione del fattore umano in favore degli idoli che di volta in volta la società ipermoderna costruisce , come il successo, l’immagine, il profitto, la crescita, ecc. Le problematiche psicologiche che si sono diffuse in questi anni possono essere lette anche come il sintomo di una collettività malata.

Ma affrontare tutto questo limitandosi a proiettare inconsapevolmente tutto su uno o più capri espiatori, potrà avere solo effetti distruttivi.

In definitiva, quindi, per rispondere alla sua domanda, penso che la rabbia e in generale il disagio in aumento sia dovuto a tantissimi fattori e sia quelli materiali che quelli psichici concorrono in egual misura. Affrontare gli uni senza affrontare gli altri, significherebbe soltanto rimandare il problema. Perché, come diceva Jung, l’uomo può rispondere efficacemente alle esigenze del mondo esterno solo quando è in sintonia con il proprio mondo interiore. 

 

Da questa crisi si può uscire bene ma, come ha scritto Houllebecq, anche senza alcun cambiamento. Il dopo pandemia rischia cioè di essere tutto come prima, anzi peggio. Una situazione che a sua volta potrebbe alimentare la rabbia e l’ira appena menzionati. Come ogni crisi anche la pandemia del coronavirus può essere un’opportunità. In ogni caso inciderà in profondità su quello che siamo e per anni su quello che saremo. In termini personali, culturali, psichici, economici e politici. Il mondo che ne uscirà potrà essere peggiore ma anche migliore: autoritario o più democratico, egoista o più solidale, autarchico o aperto, isolazionista o comunitario. Lo scenario che prevarrà dipenderà da: diagnosi e scelte che faremo, strade che percorreremo, impegno che metteremo. In lentezza, con prudenza, con determinatezza. Uno sbocco possibile prevede una maggiore solidarietà, locale e globale, tra persone vicine e lontane, tra popoli, tra stati, con l’obiettivo di scambiare informazioni e conoscenze e cooperare. Lei cosa ne pensa? Possono solidarietà, collaborazione e maggiore umanità essere gli sbocchi possibili della crisi in atto? Cosa succederebbe se non lo fossero? 

Mi sono ritrovato con diversi colleghi a ragionare sulle prospettive future di questa crisi e devo dire che purtroppo mi trovo più d’accordo con Houellebecq che con chi vede con ottimismo l’opportunità di crescita e maturazione che questa crisi potrebbe apportare all’umanità. Come dicevo prima, le crisi sono solo l’esito di processi che affondano le radici nel tempo e quella del coronavirus non è da meno.

Per ottenere cambiamenti reali andrebbe ripensato l’intero sistema del capitalismo globalizzato, le cui storture portano a crisi sistematiche a cadenza praticamente decennale, e più in generale un sistema culturale economico e sociale che privilegia unicamente l’aspetto quantitativo e materiale a scapito di quello qualitativo e spirituale. Al momento non vedo nessun tentativo di impostare un ragionamento di questo tipo e, se si pensa ad aziende come Amazon che in questo periodo ha visto aumentare il valore delle sue azioni di oltre il 20% mentre altre sparivano forse per sempre, si capisce anche il perché. La crisi che stiamo vivendo è l’ennesima che vedrà allargare la forbice tra vincitori e vinti, aumentando le disuguaglianze. Gli stessi paesi in via di sviluppo sono quelli che più stanno risentendo degli effetti del lockdown dei vari paesi del mondo, che ha finito col tagliare le catene di forniture e commercio globale.

Ovviamente spero di sbagliarmi e di essere smentito dai fatti, ma se realmente dovesse essere così allora prevedo che in futuro queste crisi tenderanno ad aumentare esponenzialmente finchè non saremo costretti con la forza a smettere di cacciare la polvere sotto il tappeto.

Questo non significa che allora debba vincere il nichilismo della pulsione di morte e lasciarsi andare. La società è formata prima di tutto da individui e può cambiare solo se prima di tutto è l’individuo a cambiare. Ognuno di noi, nel suo piccolo, è chiamato a costruire il proprio percorso di cambiamento e crescita e a cogliere nel suo intimo questa opportunità.

 

Infine, per completare l’intervista, le chiedo di raccontare qualcosa delle sue attività lavorative/professionali e quanto esse siano cambiate come effetto della pandemia. 

Devo fare una premessa. Personalmente, pur offrendo questo servizio, non sono mai stato un fan delle terapie psicologiche online. Un’analisi, una psicoterapia o comunque un percorso di supporto psicologico è prima di tutto un evento relazionale e le relazioni, come dicevo, sono fatte di corporeità. Spesso è proprio il corpo a permettere di arrivare dove la parola non arriva o non può arrivare.  C’è chi ha sottolineato proprio come l’assenza di altri canali oltre a quello verbale renda la comunicazione online più faticosa e dispendiosa in termini di energia.

In questo periodo mi sono perciò ritrovato a dovermi confrontare volente o nolente con questo strumento e la differenza si sente, soprattutto con quei pazienti che faticano ad usare il canale verbale per comunicare. Un silenzio in presenza ha una portata infinitamente superiore rispetto ad un silenzio davanti ad uno schermo, senza contare che sostenere quest’ultimo può essere molto più difficile che sostenere il primo.

Non solo, anche la questione dello spazio diventa centrale: la stanza d’analisi, il setting clinico, è di per sé già terapeutico, è paragonabile a quello che gli antichi chiamavano temenos, il confine che delimitava il luogo sacro del tempio o dei santuari. Entrando nella stanza d’analisi si entra in un luogo altro in cui è possibile guardarsi e guardare il mondo.

Quello spazio ora non c’è, siamo chiamati noi a ricostruirlo nelle nostre case e digitalmente, spesso con il rischio che quello spazio venga inavvertitamente invaso dalle persone con cui abitiamo o, più banalmente, si perda a più riprese a causa di problemi nel collegamento.

La situazione che tutti stiamo vivendo, inoltre, per la prima volta accomuna terapeuta e paziente nel dover vivere e convivere con le stesse ansie e preoccupazioni, qualcosa che se da un lato avvicina, dall’altro pone ulteriori interrogativi per il terapeuta che resta comunque nell’immaginario sia suo che del paziente come la persona che è chiamata a dare aiuto.

Questi sono alcuni degli aspetti su cui tra l’altro, insieme a vari colleghi, è capitato di impostare qualche riflessione. Come accennavo, però, non tutto il male viene per nuocere e ci sono stati sicuramente anche effetti positivi, come accennavo prima in riferimento al percorso di alcuni pazienti. Come in tutte le cose, solo alla fine potremo tirare le somme di questi difficili mesi, anche sotto il punto di vista terapeutico.

 

Vuole aggiungere qualcos’altro? Ci sono tematiche non toccate nell’intervista che secondo lei andavano approfondite? 

Mi sembra che le domande siano state molto esaustive rispetto all’ampiezza degli argomenti trattati. Qualche spunto su cui potrebbe essere interessante proporre qualche riflessione: il confronto con il tema della morte che il coronavirus ha causato e una trattazione più nello specifico degli effetti e dei significati possibili dei vari provvedimenti presi in questi mesi, come ad esempio la cancellazione dei rituali religiosi (in particolare il funerale) o il concetto di distanziamento sociale.

 

 

 

 

 

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