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🌗🌘🌒 Rabbia in crescendo!

🌗🌘🌒 Rabbia in crescendo!

01 Novembre 2020 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Rabbia: impossibile non percepirne l’emergenza.
Non se ne parla e non trova ancora espressione evidente ma è impossibile non coglierla nella sua formazione ed emergenza.
Parliamo di rabbia come effetto di paure psichiche e difficoltà materiali, come reazione, potenzialmente anche sana e utile, alla situazione corrente.


Sulla rabbia ho provato a scrivere una riflessione, forse utile nella fase di negoziazione che sperimentiamo con noi stessi ogni qualvolta dobbiamo superare uno shock.

(Un articolo pubblicato a maggio e ora riproposto come attuale...)


L’attenzione è principalmente focalizzata sulle conseguenze economiche della pandemia. Scarsa è invece quella posta ai suoi effetti psichici, in termini di dolore, paura, sofferenze, angosce, ansie, depressioni, insonnie e fobie varie. Non prestare attenzione (🌒 Babele Coronavirus) a quello che sta succedendo, dentro molti spazi ristretti delle case italiane, tra le bancarelle dei mercati all’aperto e nelle esternazioni dei negozianti, nelle file dei supermercati, nelle conversazioni sociali, agli ingressi di tante piccole aziende e negli studi professionali e delle partite IVA, significa non cogliere lo scontento montante, la rabbia in formazione e la cattiveria sotterranea alla costante ricerca di espressione (🌗 Non ci sono scappatoie).

A preoccuparsene dovrebbero essere i politici ma, considerando il loro livello attuale e l’elevata disaffezione dalla politica, la preoccupazione dovrebbe essere di tutti coloro che credono ancora nella Politica e che si sentono cittadini, impegnati nella costante difesa degli spazi democratici e di libertà esistenti. La rabbia ha sempre anticipato regimi autoritari e repressivi, oggi potrebbe essere l’anticipazione di futuri distopici in formazione.

Non inevitabili, non desiderabili ma possibili!

Lo spartito della rabbia

Il governo, i media e i virologi hanno fin qui giocato i loro format, recitato la loro solita parte e suonato i loro spartiti obsoleti e ripetitivi. Scontento, frustrazione, rabbia e cattiveria rischiano di definire lo spartito dei giorni a venire, il tempo, i battiti e il mood della sua interpretazione. Il tempo battuto sul pentagramma non è destinato a essere lento, lo svolgimento non avverrà adagio, scartata è la modalità moderata. Lo sviluppo della rabbia rischia di essere veloce, un vivace veloce capace di trasformarsi in velocissimo, se qualcuno lo cavalcherà con cinismo e furbizia. Il tempo di questo spartito rischia di essere interpretato in accelerando, traendo vantaggio anche dal tanto tempo libero a disposizione. Le dinamiche con le quali rabbia e cattiveria potrebbero manifestarsi saranno indicatori importanti della loro forza e profondità. Facile prevedere che si possano esprimere in variazioni relative del volume e delle azioni con cui verranno espresse e manifestate. Da escludere il piano, pianissimo, forse anche il moderatamente piano. Quando esploderà sarà un crescendo dal mezzo forte, al forte, al fortissimo, ma soprattutto in crescendo, senza tanti arpeggi o pizzicati. Esprimerà mood e tonalità in forma animata, vibrata e agitata, in modo doloroso, energico e risoluto, con tanto fuoco.

Tutto nasce dalla paura diffusa

La rabbia che sta covando è frutto della paura e del dolore, della difficoltà a comprendere la gravità, la potenziale durata e la profondità della crisi, ma soprattutto dalla percezione che anche chi ci governa non ne abbia una consapevolezza adeguata.

L’ansia in aumento è collegabile all’irritazione per come la pandemia è stata raccontata e comunicata, per il teatrino italiano (forse la metafora più adeguata sarebbe il melodramma, l’opera) che rappresenta sempre le stesse sceneggiature e vede come comprimari sempre gli stessi personaggi. Ai quali si sono aggiunti virologi, epidemiologi e immunologi che si sono subito adattati al mezzo televisivo, ai suoi format e alle loro logiche politiche e spartitorie (pensate a Pregliasco che dai salotti della Gruber è passato a fare l’avvocato di parte del Trivulzio di Milano, pensate a Burioni in pianta stabile e ben pagato da Fazio, ecc.).

Sul tema ha scritto anche il filosofo Corrado Ocone su HuffPost, riscontrando alcune cause dell’irritazione che potrebbe trasformarsi in rabbia: il gioco dello scaricabarile, evidente nelle dinamiche tra governo centrale e regioni ma anche tra politica e scienza; il non assumersi le proprie responsabilità che ha portato alla creazione di innumerevoli task force e a delegare alla scienza anche la componente politica gestionale della crisi; la scarsa considerazione degli italiani, trattati come bambini facendo ricorso a una comunicazione inadeguata, piena zeppa di sotterfugi e equilibrismi dialettici, evitando nella sostanza di dire la verità. 

Io aggiungerei la percezione della povertà, dell’assenza di lavoro e dell’incertezza per sé e per i propri congiunti (🌒 Fuori dal gruppo!).

La pandemia non è un cigno nero

La pandemia ha colto tutti impreparati ma non è arrivata come un cigno nero. Pur nella sua criticità non è stata una novità, quasi una conseguenza inevitabile di tante azioni insane compiute dall’uomo sulla e alla madre Terra. La si può anche considerare nella sua immanenza alla realtà umana e come tale non evitabile. Era stata prevista ma la politica non ha saputo predisporre ciò che sarebbe servito quando e qualora si fosse palesata.

In ritardo e in piena emergenza ciò che è prevalso è stata, in sostituzione della Politica necessaria, una comunicazione confusa che, alimentata e inquinata anche da false notizie e teorie complottistiche, non ha aiutato il dibattito pubblico fornendo quanto serviva per analizzare e riflettere sulla crisi in corso.

Un dibattito forse impossibile considerando i tempi che viviamo, caratterizzati dalla brutalità del linguaggio e dall’insulto, dalle camere dell’eco nelle quali tutti tendono a confermare i propri pregiudizi, le proprie opinioni, faziosità e idee. Impossibile anche perché, in una realtà da sempre mal organizzata e la cui responsabilità è da anni assegnata alla classe politica, i cittadini hanno finito per adottare le buone pratiche necessarie a resistere, tradotte in una abnegazione che ha accresciuto il distacco dalla politica e l’insorgenza di fenomeni di malessere, incazzatura diffusa e rabbia. Un concentrato esplosivo pronto alla deflagrazione.

Il rischio detonazione

E l’esplosione rischia di esserci nonostante lo stato si stia trasformando in un grande elemosiniere impegnato a “non lasciare indietro nessuno” ma in realtà a cercare di anticipare l’insoddisfazione e la delusione che ci saranno. I segnali ci sono tutti, riempiono molte pagine dei social e le cronache delle pagine interne dei giornali. Non sono fenomeni di massa. Proprio la loro singolarità, improvvisazione e occasionalità indicano ciò che sta succedendo: suicidi, assalti a un bancomat, un negoziante che distrugge a martellate il suo negozio, proteste individuali davanti a uffici statali o scuole, ecc. Tanti piccoli eventi che rompono il racconto della crisi, tutto costruito sull’osservanza rigida di regole e procedure da rispettare, meno sulla realtà di vita delle persone e delle loro difficoltà concrete, materiali e psichiche.

La realtà che colpisce e dovrebbe richiamare maggiore attenzione è quella delle file che si ingrossano davanti alle sedi della Caritas, l’aumento dei poveri e dei contrattisti a progetto, la perdita del lavoro e del reddito da parte di categorie di lavoratori (liberi professionisti, negozianti e non solo) fin qui capaci di resistere alla precarizzazione e che oggi si vergognano persino a raccontare le loro difficoltà.

Il problema è aggravato dal fatto che le difficoltà correnti si collegano a quelle vissute negli anni passati amplificandole, nella forma di attese tradite, illusioni mai tradotte in realtà e speranze mal riposte, in particolare nelle classi dirigenti che si sono susseguite, di ogni colore esse fossero. Il rischio è che, terminata l’emergenza della pandemia e nel timore che possa sempre ripresentarsi, il dopo possa essere peggio del prima. Diverso ma in peggio (è quello che pensa anche lo scrittore francese Michel Houellebecq, che cito non a caso pensando ai suoi libri).

Il peggio potrebbe presentarsi in forme già viste in passato e recitato da classi e categorie sociali in difficoltà e/o che sono state colte impreparate dalla crisi della pandemia. Alcune di queste categorie (liberi professionisti, negozianti, partite IVA, ristoratori, ambulanti, tassisti, disoccupati tecnologici, operatori del turismo, 10, 100, 1000 Joker infelici, ecc.), già impoverite si trovano oggi declassate, spinte fuori dal cosiddetto ceto medio, spaventosamente prossime ai ceti più poveri dai quali si erano da tempo emancipate. La percezione dell’impoverimento, del declassamento, e dell’incertezza vissuta, fanno crescere la frustrazione e la rabbia spingendo alla ricerca di un colpevole (su questo leggete Louis-Ferdinand Céline, non basta Pennac con il suo Malaussène!) e predisponendo ciò che serve al politico populista di turno per provocare l’incendio.

Prima che la benzina si sparga e la regressione rabbiosa si consolidi in azione politica è necessario che tutti coloro che hanno a cuore la democrazia nelle sue rappresentazioni nazionali occidentali si attivino per evitare l’incendio e la rovina. Per farlo devono impegnarsi in primo luogo a contrastare la comunicazione corrente e l’uso che ne viene fatto in particolare sulle piattaforme digitali. Spazi che sembrano essere predisposti ad arte per la propaganda, la manipolazione e la disinformazione. Il risultato è quello che si vede anche in questi giorni che hanno salutato il ritorno a casa di Silvia Romano. Fin dall’inizio potenziale capro espiatorio (“ingrata”) e candidata perfetta per tenere allenate le orde di lupi pronti ad azzannare pur di far contenti i loro capibranco. I lupi in circolazione così come i loro capi branco non sono riconducibili solo agli schieramenti di destra ma tocca tutti gli spazi della politica e dei movimenti. Il pericolo viene dalla rabbia in formazione, dai mezzi tecnologici di comunicazione usati per alimentarla, ma anche dei potenziali tribuni e pifferai magici pronti a trarne vantaggio.

E se la rabbia non esplodesse?

Interpretandola con lo schema dello studio La morte e il morire di Elisabeth Kübler Ross (ripreso più volte da Slavoj Žižek), la pandemia, con i suoi morti e per i suoi effetti economici, ha creato uno shock reale. A negarne la realtà molti ci hanno provato per giorni raccontandosi la storiellina che in fondo, isolati nella propria casa, la situazione era meno grave di quello che veniva raccontata. Oggi però, al termine del confinamento e fuori dal nido delle quattro mura di casa, la negazione lascia il posto alla rabbia che nasce dalla scoperta di come il coronavirus abbia inciso, trasformandole in peggio, su tante situazioni esistenziali, lavorative e professionali. La rabbia porta alla ricerca di capri espiatori o colpevoli a cui addossarne la responsabilità, in alcuni casi è mitigata dalla negoziazione interiore (“in fondo non mi sono ammalato, i danni sono limitati e recuperabili”). Se e quando la negoziazione non funzionasse però il risultato potrebbe essere la depressione o la maggiore rabbia. La prima può portare a far del male a sé stessi, la seconda, nascendo dall’accettazione della inevitabilità dello stare male, a cercare uno sfogo nella società e nei contesti sociali frequentati.

Nel contesto italiano attuale la rabbia potrebbe rappresentare una forza salvifica, di purificazione e di cambiamento radicale. Non conoscendone però direzione, indipendenza e capacità di resistenza alla manipolazione mediale e politica, meglio non farsi illusioni sulla sua utilità effettiva nel cambiamento di cui l’Italia ha un profondo bisogno.

Questa rabbia è già oggi percepita, studiata e analizzata da tutti quei poteri e potentati che in Italia sono preoccupati dei cambiamenti che masse di persone in agitazione e arrabbiate potrebbero produrre. Non è un caso che studiosi attenti come Luca Ricolfi paventi una politica governativa finalizzata a dare forma a un parassitismo di massa, una realtà di non-produttori nella quale tutti possano considerare di stare bene, anche se da sopravvissuti e assistiti statalmente. Una situazione che, secondo Ricolfi, si è già presentata a Cuba e in Grecia e che non porterebbe alcun vantaggio se non quello di rinviare nel tempo l’esplosione della rabbia.

La soluzione sta nel dare risposte concrete alle persone intervenendo sulle cause di una situazione critica che viene da lontano. Il cambiamento deve essere radicale, profondo e veloce. Deve affrontare temi e problemi strutturali (tecno-burocrazia ed anche euro-burocrazia, architettura dello stato, modello economico, riforma del modello cooperativo, giustizia, sistema fiscale, corruzione, ecc.) con l’obiettivo di ristabilire un rapporto etico tra stato e cittadini. Sembrano progetti di lungo termine, quasi impossibili da implementare viste le tante urgenze sul tappeto, ma anche l’unico approccio possibile per dare risposte concrete a persone, soprattutto le più giovani che non dispongono di risorse economiche e finanziarie, che non ne possono più di come funziona l’Italia.

Se tutto ciò non dovesse realizzarsi (🌒 e poi tutto sarà come prima, forse no!) sempre citando Luca Ricolfi, assisteremo a quella che Schumpeter chiamava la distruzione creatrice. Oppure alla semplice esplosione della rabbia.

E i cocci ricadranno su tutti, con conseguenze imprevedibili.


 

PS: La mia riflessione è frutto di una percezione che mi auguro sbagliata. La condivido solo per verificare quanto essa sia diffusa, falsificabile o esagerata.

PPS: Se la percezione fosse corretta sarebbe interessante riflettere su cosa si potrebbe fare per reprimerla dentro di sè, sedarla, favorirla, utilizzarla politicamente o indirizzarla!

 

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