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🍒🍒IL CORAGGIO, UNA VIRTU’ PERDUTA?

🍒🍒IL CORAGGIO, UNA VIRTU’ PERDUTA?

17 Maggio 2022 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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In tempo di guerra parlare di coraggio non è fuori luogo. C’è il coraggio disciplinato dei ragazzi russi mandati alla morte, c’è quello vitale, popolare e ancorato alla cultura ucraina, e poi c’è il nostro, quello di tutti, che forse manca. Che il coraggio sia una virtù forse per alcuni è discutibile, che sia qualcosa di perduto forse lo è meno. Si manifesta ed è diffuso online ma definirlo come tale forse è sbagliato, perché a volte è il suo contrario, semplice vigliaccheria.

Un tempo celebrato come virtù, quella del guerriero e dell’eroe, millantata dalle aristocrazie guerriere di una volta, oggi lo è ancor più da tanti giornalisti ed esperti da talk show, politici (armiamoci e partite), leoni da tastiera, ecc. Per alcuni il coraggio nasce da una predisposizione innata, altri lo imparano o sono obbligati a praticarlo dalle situazioni in cui si trovano a vivere. Ma come si fa a diventare coraggiosi? È possibile decidere di esserlo, scegliere di diventarlo? E se provassimo a interrogare i filosofi? 

🍒OGNI VIRTU’ È UNA DISCIPLINA 

Tutti noi possiamo prepararci a essere coraggiosi. Lo suggeriva Seneca: la virtù è una disciplina che si può coltivare per affrontare le difficoltà e l’imprevedibilità della vita, in modo da non soffrire adeguandosi all’ordine del mondo. Il coraggio per gli stoici come Seneca non era altro che la capacità di resistere di fronte alle intemperie sempre in arrivo. Non è una qualità innata ma una predisposizione sviluppata al contatto con la necessità che caratterizza tutta la nostra esistenza. La stessa pratica dello stoicismo è un atto di coraggio. Il coraggio di una disciplina, una pratica che si apprende affrontando le avversità di una vita. Non si diventa coraggiosi nella tranquillità, le avversità temprano, servono all’anima coraggiosa come un esercizio, un modo per prepararsi ad affrontare nuove sfide. E certamente fu una prova di coraggio la scelta del filosofo di uccidersi esprimendo la propria scelta di uomo libero. 

🍒LE NOSTRE DECISIONI SONO SEMPRE IMPREVEDIBILI 

Nessuno può mai sapere prima quale prova di coraggio saprà manifestare quando il momento lo richiederà (Vladimir Jankélévitch). Il coraggio è una virtù, una qualità che si apprende, un atto che permette di realizzare altre virtù quali la modestia, la sincerità, la giustizia. Virtù che dipendono dall’atto coraggioso che dà loro voce ed espressione. Un atto legato a istanti, situazioni o eventi particolari, che dipende da una presa di decisione, da una scelta iniziale capace di trasformarlo in qualcosa di irreversibile. E la scelta è legata al momento, emerge tra un battito di ciglia e un altro, viene presa all’ultimo minuto disponibile. Come tale l’atto coraggioso è imprevedibile, non anticipabile, è una contingenza, una possibilità tra le tante, esprime i tratti del carattere umano e la nostra fondamentale libertà. Non è una caratteristica dell’animo umano che dura nel tempo, si attualizza dentro il movimento continuo che è la vita umana. E l’essere stato coraggioso un giorno non garantisce che lo si sia anche il giorno dopo…. 

🍒IL CORAGGIO NON NASCE DA UNA PREDISPOSIZIONE NATURALE 

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Non si diventa coraggiosi per decreto. Non tutti sono coraggiosi allo stesso modo. Alcuni non lo sono affatto. Il coraggio è comunque una virtù, insieme alla saggezza, alla temperanza e alla giustizia. Almeno secondo Platone. Tutte disposizioni dell’animo umano che, se possedute e praticate, permettono di agire per il bene. Il problema è che non possiamo scegliere di agire secondo queste virtù. Non possiamo scegliere di essere coraggiosi, non nasciamo coraggiosi. Il coraggio non è ereditario, non può essere appreso e non può essere trasmesso ad altri. 

🍒OGNUNO PUO’ DECIDERE DI ESSERE CORAGGIOSO 

Noi siamo liberi delle nostre azioni, quindi anche di essere coraggiosi (il riferimento va alla canzone di Boris Vian, Le déserteur, e ai tanti soldati russi che disertano). Lo diceva Sartre, sostenitore della responsabilità di ognuno nell’agire, nel fare delle scelte e di ingaggiare sé stessi nella realtà, di impegnarsi (mi manca Sartre!). Noi non nasciamo codardi o eroi. Nascondersi dietro il senso comune è solo un modo per rinunciare alla propria libertà, alla libertà di scegliere. Il coraggio, nella visione di Sartre, è innanzitutto un atto di libertà, dunque alla portata di tutti. Tutti i codardi possono scegliere di non esserlo più, anche solo temporaneamente, così come gli eroi possono prendersi una pausa e smettere di esserlo per un po’. Queste scelte dipendono dalle situazioni, sono del tutto contingenti, non seguono percorsi prestabiliti. Il coraggio può diventare bagaglio di ogni esistenza se non si abdica alla propria libertà, quella a cui siamo da sempre condannati: “noi siamo libertà che sceglie, ma noi non scegliamo di essere liberi…”.  

🍒SIAMO ANESTETIZZATI   

Il tema è di questi giorni, a renderlo trendy è ciò che pensa l’uomo più odiato e psico-analizzato del momento che se la prende con le democrazie occidentali. La mollezza della democrazia fa impallidire il coraggio, lo vanifica, lo anestetizza. A dirlo è stato Alexys de Toqueville.  Tanti anni fa! L’anestesia nasce dalla convinzione che le nostre libertà siano garantite dalla democrazia. Per questo si è portati ad abbandonare il pensiero critico e a cedere al conformismo delle coscienze. Ne può derivare un addormentamento generale, una mediocrità diffusa che non favorisce l’ambizione individuale. Mentre la tirannia potrebbe farci provare l’ebbrezza della ribellione e quindi del coraggio, in democrazia prevale la smobilitazione. Facilitata anche da politici nostrani che tutto sono tranne che coraggiosi. 

🍒IL CORAGGIO NON BASTA, IL FINE DEVE ESSERE NOBILE 

Secondo Aristotele il coraggio è una virtù guidata da comportamenti razionali e temperati, in bilico tra viltà e temerarietà, finalizzati a fini di bene. La democrazia è il luogo ideale per la realizzazione di azioni virtuose e quindi anche coraggiose. Prima di tutto viene il coraggio civico, da cittadini, volto al rispetto della legge, che garantisce la libertà di tutti, espresso in forma di decisioni senza essere condizionato da paura o da cieca audacia. Il valore di questa forma di coraggio sta nella nobiltà dei suoi fini. Il coraggio che si manifesta sotto una minaccia è, secondo il filosofo ateniese, un coraggio d’ordine inferiore perché dettato non dai sentimenti dell’onore ma dal desiderio di evitare la sofferenza. Il vero coraggio è quello del cittadino, che sa occupare senza eccessi il suo rango e la sua posizione in modo da permettere l’armonia politica. Può fiorire al meglio in regimi che attenuano le differenze di classe come la democrazia. E chissà cosa direbbe oggi Aristotele delle democrazie capitalistiche occidentali, corrotte e mafiose attuali! 

🍒PERCHE’ PARLARE DI CORAGGIO 

La scelta di parlare di coraggio non è stata casuale, perché il coraggio, soprattutto quello delle grandi scelte (il coraggio della verità, la parresia), sia esso individuale o collettivo, sembra scomparso, mancare a molti, forse perché è venuta a mancare una intelligenza contestualizzata fuori dalla pura teoria, si è perso il suo valore relazionale, non si vuole fare i conti con la realtà fattuale, si è dimenticato cosa sia la responsabilità, anche quella etica che ci riguarda tutti. Come ha scritto Agamben, i coraggiosi considerano l’oscurità dei nostri tempi come un affare che li riguarda e sentono la necessità di fare qualcosa, come se il reale per divenire avesse bisogno di qualcosa, appunto di un atto coraggioso. Ma dove sono i coraggiosi? 

Di coraggio se ne parla molto ma è sempre quello degli altri. Di coraggio invece bisognerebbe parlare di più e in modo diverso. Coraggio come capacità di scegliere, decidere e volere, come vivere senza paura, saper (ri)cominciare, accettare l’enigma di ciò che ci fa agire come agiamo anche se non ci sono tornaconti o ricompense alcune. Un coraggio etico, continuativo, finalizzato a orizzonti aperti, non necessariamente legato all’atto eroico sacrificale ma che si pratica come atto costitutivo della propria identità e che ci rende insostituibili. Serve anche un coraggio della parola, alla base di ogni vera democrazia. Riconquistare la parola, rompere il conformismo petulante che l’ha scarnificata e resa vuota, significa oggi osare di pensare che ci siano ancora modi di pensare, di parlare, di fare giornalismo e politica in modo alternativo, diverso. Il coraggio, secondo me, non è innato, è un atto di scelta, dovrebbe essere testimoniato, anche insegnato, non solo per i suoi valori ma anche in termini di metodologie da seguire. Ogni gesto di coraggio non può essere anticipato, sta dentro un ecosistema culturale caratterizzato da sentire etico e morale, di competence, di protocolli. E se ci si guarda intorno si capisce che l’ecosistema attuale è malato, alieno ai gesti di coraggio, fattore di scoraggiamento. 

Cosa significa per voi oggi avere coraggio? Quali sono i fattori di scoraggiamento che spingono molte persone a fare scelte non coraggiose? Quanto pesa l’individualismo e il nichilismo del presente sulle nostre scelte…coraggiose? 

PS: Il testo nasce da un soggiorno a Parigi che mi ha permesso di visitare librerie che a Milano non si trovano più e di scoprire testi, riviste filosofiche, libri da cui ho tratto ispirazione.

 

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