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Lentezza digitale e boschi!

Lentezza digitale e boschi!

25 Giugno 2020 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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I tempi sono strani, non solo per la pandemia. Sempre in accelerazione, obbligati a interpretare e scegliere ogni minuto, viviamo in uno stato di surplus cognitivo che ci rende complicato dare senso ai frammenti di realtà che sgomitano per emergere e catturare la nostra attenzione. Potremmo farlo andando più lentamente ma abituati come siamo alla velocità non sappiamo più cosa sia la lentezza, ne abbiamo perso il ritmo, dimenticato il significato e reso impraticabile la sua pratica.

A parole tutti siamo per la lentezza. La Rete è piena di narrazioni che la celebrano.

Amiamo i ristoranti Slow Food, camminare in lentezza sulle vie francigene e visitare le proprietà del FAI, praticare lo slow-work (magari in smart-working), esercitarci in pratiche meditative, di Thai Chi e Yoga, ricordare agli altri che “chi va piano, va sano e lontano”. Poi però nella pratica quotidiana i nostri comportamenti, le nostre scelte sono caratterizzate dalla frenesia, dalla velocità, dal timore di esserci persi qualcosa, dalla competizione e dall’ansia performativa.

Agiamo così anche nei mondi virtuali, molto reali, della Rete che abitiamo.

Invece di prendere il tempo che ci vuole, per resistere, per reagire e interagire, strategizzare il futuro e conversare, siamo tanti Nuvolari lanciati su strade impervie e sterrate, in cerca di un primato che percepiamo sempre dietro l’angolo. Così facendo rinunciamo a: serenità nelle relazioni affettive, efficienza in quelle lavorative, capacità riflessive utili a scelte e decisioni, ponderate ed efficaci, mirate agli obiettivi e ai risultati.

In Rete tanti parlano di lentezza, quanti la praticano online?

La Rete è piena di suggerimenti (milioni cercando con Google Search) su cosa fare per vivere in lentezza e così facendo aiutare il cervello a produrre ciò che serve per stare bene, ritrovando i propri ritmi, trovando tempo per pensare, riflettere, concentrarsi e ascoltare.

Alla ridondanza di suggerimenti fa da controcanto la pratica abitativa del mondo online. Una pratica che sembra negare le tante indicazioni utili per agire in lentezza: pensa, fermati un attimo per fare il punto della situazione valutando i pro e i contro, datti un obiettivo, valuta le risorse di cui disponi e decidi come fare a raggiungerlo, misura i risultati e procedi adattando approcci, azioni e pratiche al passo, all’evento o alla fase successiva.

Online è tutto un pullulare di post (centinaia di migliaia + questo) sulla necessità di rallentare e meditare ma pochi raccontano criticamente la realtà accelerata che caratterizza l’esperienza online. L’assenza di una riflessione critica non è strana. Le piattaforme social non rispecchiano la realtà ma a essa si ispirano. La velocità del fuori vale anche per il dentro degli acquari mondi digitali.

Online la lentezza è trattata come la felicità. L’una e l’altra celebrate, inseguite ma ai più sempre lontane. La Rete è piena di teorie felicitarie, forse perché la felicità è merce rara, così come lo è la lentezza. Invece di assecondare il nostro cervello, macchina lenta per definizione, con il pensiero lento, agiamo al contrario per assecondare, con i nostri comportamenti, macchine tecnologiche caratterizzate da velocità e rapidità. La scelta genera angoscia e frustrazione, scriveva Maffei nel suo Elogio della lentezza, ma più ancora produce effetti sul vivere, individuale e collettivo, personale e sociale.

L’incapacità o impossibilità anche cognitiva a rallentare, anche nella vita fattuale, sono oggi alimentate dalle tante ore passate online. Ore che generano uno stress digitale determinato dai molteplici e ripetuti tentativi di stare al passo con le macchine, con i loro ritmi, e dai comportamenti accelerati che ne derivano. Rompere i ritmi veloci delle scelte binarie digitali non è semplice, richiede gesti rivoluzionari, anticonformisti e controcorrente. Scelte non facili da prendere all’interno delle echo chamber che caratterizzano le piattaforme sociali frequentate nelle quali ci siamo felicemente e comodamente acquattati.

«Achille, simbolo di rapidità, deve raggiungere la tartaruga, simbolo di lentezza. Achille corre dieci volte più svelto della tartaruga e le concede dieci metri di vantaggio. Achille corre quei dieci metri e la tartaruga percorre un metro; Achille percorre quel metro, la tartaruga percorre un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga percorre un millimetro; Achille percorre quel millimetro, la tartaruga percorre un decimo di millimetro, e così via all'infinito; di modo che Achille può correre per sempre senza raggiungerla». – Jorge Luis Borges

Prigionieri del presente continuo tecnologico, rallentare viene percepito come senza senso. Se il futuro non esiste, spariscono anche le categorie della velocità e della lentezza. Il tempo e il ritmo sono quelli della macchina, delle sue pretese e funzionalità, velocizzati per definizione, senza aggettivi e alternative.

A poco o a nulla servono le narrazioni sulla lentezza in un’era nella quale moltitudini di persone hanno rinunciato a vivere le tecnologie in una prospettiva di apprendimento esperienziale caratterizzata da capacità di riflettere, da uno sguardo critico, attivo e consapevole, utile per cogliere gli effetti derivanti dall’abitare le piattaforme tecnologiche. La consapevolezza necessaria per questo tipo di esperienza supera l’utilità personale, deve coinvolgere gli altri, anch’essi prigionieri della tecno-cultura che celebra la velocità e il flusso temporale bloccato del presente. Non si tratta di cogliere gli effetti della tecnologia su di noi ma di essere consapevoli che la nostra vita digitale sta trasformando noi stessi e gli altri. Solo dopo aver raggiunto una sana (tecno)consapevolezza anche la scelta della lentezza diventa possibile.

Chissà cosa pensa la lumaca nel suo andare lento 

Delle lumache sappiamo che il cervello semplice (20000 neuroni ma grandi) di cui sono dotate permette loro di memorizzare e ricordare (Cosa ho mangiato? Con chi mi sono accoppiata ieri sera?). I ricercatori che le studiano sanno che possono essere stressate come gli umani e che, con due soli neuroni, possono prendere decisioni importanti per la loro serenità e sopravvivenza. Quello che non sappiamo è quanto traggano vantaggio della loro lentezza per porsi domande esistenziali (chi sono? Dove sono? dove sto andando? Con chi?) come quelle che si pongono quanti suggeriscono la lentezza come pratica di vita. 

Rallentare serve a pensare e a condividere conoscenza, a emozionarsi, a riflettere su sé stessi e sulle false felicità di cui ci si è circondati (la felicità è più grande quando arriva inaspettata), a gustare l’attimo e a non bruciare ogni momento, a sperimentare in profondità e passione ogni esperienza quotidiana, sia essa solitaria o in compagnia. La lentezza non impedisce la rapidità ma è un modo per resistere agli eventi o viverli come esperienze volte alla conoscenza di sé stessi. Una conoscenza che, una volta acquisita, facilita il rallentamento, giustifica le pause e l’attesa, libera energie, rasserena e forse aiuta a essere seriamente più felici.

I luoghi della lentezza

Lo storytelling sulla lentezza riempie le realtà parallele della Rete. Quello della realtà fattuale è fatto di narrazioni marketing, ad esempio quelle declinate sulla lentezza per promuovere i borghi italiani, ma quanti sono i fortunati che ne possono trarre reale vantaggio? Praticare la lentezza nel mondo fattuale odierno non è facile. Praticare la lentezza digitale online può risultare ancora più complicato. Le piattaforme digitali non sono i luoghi adatti per provarci. Bisognerebbe staccare la spina ma perché, per quanto e come farlo?

Quando poi ci si riconnette si rischia di trovarsi nella corsia di accelerazione, tante sono le novità e gli eventi perduti da (re)visionare. Accelerando bisogna anche fare attenzione a tutti coloro che alla velocità non hanno mai rinunciato. A rischio di perdere sé stessi e fare male ad altri. Proprio come avviene sulle strade italiane. Esattamente come fanno molti motociclisti che, in stato di estasi e concentrati sull’attimo presente del loro sorpasso, mettono a rischio il loro stesso futuro.

La velocità che caratterizza le autostrade delle piattaforme digitali è il regalo della tecnologia agli uomini e alle donne del terzo millennio. Un regalo che è una specie di vaso di pandora. Una volta aperto si scopre di avere delegato alla tecnologia il ritmo delle proprie vite, di avere rinunciato alle proprie prerogative umane, alla consapevolezza del tempo e delle proprie vite.

I luoghi dove provare a praticare la lentezza sono numerosi, tanto diversi quanto lo sono i protagonisti che l’hanno scelta come stile di vita.

Il mio luogo preferito è la montagna, una baita solitaria in montagna, circondata da un grande prato verde (“C’è un grande prato verde dove nascono speranze…”) e da un bosco silenzioso ancora più grande (“non andar di fretta, il bosco è lì che ti aspetta” - Stefano Lanuzza) che garantisce aria pulita e buona.

E’ lì che, quando rallento, vado a perdere le giornate, a contatto con la natura selvaggia, impegnato in lavoretti ma sfaccendato, senza scadenze né urgenze, andando a zonzo nel bosco alla ricerca di cambiamenti non notati prima, per controllare la vitalità delle decine di formicai che lo abitano e i danni provocati dai voraci e fastidiosi cinghiali. Non cerco l’estasi e neppure l’ozio. Faccio in modo di non annoiarmi mantenendomi attivo, in movimento. Nel bosco la fretta è ingiustificata, non c’è alcuna motivazione per mostrarsi e apparire (al massimo ci si rispecchia nella propria ombra e in quelle lunghe degli alberi) non c’è alcuna gara nella quale misurarsi se non quella faticosa per il taglio di un tronco o per risistemare un muro a secco.

Addentrandosi nel bosco ci si può tranquillamente allontanare e nascondere, sparire, non farsi trovare, dileguarsi e finalmente essere, per (ri)trovarsi, riappacificarsi con sé stessi, il mondo, l’ambiente e la natura. Le vette delle montagne che si vedono dalla baita non comunicano messaggi di sfida per essere scalate. Non spingono alla salita ma attivano meccanismi mentali che fanno riflettere sulla grandiosità del mondo intorno invitando a misurare la saldezza del Sé e il suo benessere. Se poi si vuole andare, le camminate possibili da intraprendere sono numerose, in questo periodo per sentieri immersi nella fioritura dei rododendri, che da sola obbliga non solo a rallentare ma a fermarsi sui propri passi. Non solo per fotografare ma per godere di uno spettacolo che nessuna immagine su un display riuscirà mai a regalare.

L’immagine digitale suggerisce il cinguettio bulimico della condivisione (se c’è linea), la fioritura dal vivo favorisce l’osservazione attenta e silenziosa, la riconciliazione dei sensi con gli odori e i colori, aiuta a liberarsi da stress e ansie quotidiane, a scaricare energie negative e tossine lavorative. Sempre in lentezza, il ritmo calmo della montagna, quello che nessun alpinista può cambiare scalando le cime più alte del pianeta. Un ritmo lento, faticoso, fatto di respirazione, ascolto e cervello (“pensare prima di agire”), che anche io ho sperimentato salendo su un vulcano cileno fino all’altezza di 6050 metri di altitudine. 

Concludendo

Viviamo tempi strani, veloci pur nel tempo libero della pandemia. Come se avessimo da tempo perduto la capacità di abitare il mondo con la lentezza che ci servirebbe per adattarci alle situazioni o per plasmarle, praticando il saper aspettare, il fermarsi e il riflettere (Jullien), in modo da poter dialogare con noi stessi e con le cose fuori da noi. L’andamento lento fatto di pause, di silenzi e anche di non-azioni favorisce la compenetrazione con le forze invisibili che ci circondano permettendoci di provare ad accompagnarle nelle direzioni da noi desiderate. Con risultati efficaci ma solo se si riesce a mantenere il ritmo, della lentezza.

La lentezza è anche la chiave per ricostruire un rapporto più sano, paritetico ed esistenziale con la tecnologia. Solo l’andamento lento permette di riflettere su cosa la tecnologia con le sue pratiche indotte ci sta facendo, sia in termini di ricadute psichiche (il mondo dentro di noi, in maggior parte inesplorato, ignoto e sconosciuto) sia sociali (la formazione di nuovi soggetti, caratteri, cittadini, elettori, ecc.). La lentezza digitale aiuta la riflessione, la conoscenza, la (tecno)consapevolezza, l’attenzione. Aiuta anche a riconoscere gli effetti deleteri della nostra servitù volontaria alle macchine e la nostra complicità con i tecno-colonialisti del terzo millennio, il cui obiettivo è di tenerci costantemente di corsa in modo da impedirci di voltare lo sguardo all’esterno degli acquari e delle voliere tecnologiche con cui ci hanno recintato.

In lentezza e attivando le riflessioni che servono potremmo ricostruire un rapporto positivo con le nuove tecnologie e trasformarle in strumento potente di futuro, di cambiamento e innovazione, di nuove utopie.

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