2016 - Tecnologia, mon amour forever /

L'importanza del pensiero critico

L'importanza del pensiero critico

01 Giugno 2016 Redazione SoloTablet
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Il libro di Carlo Mazzucchelli Tecnologia, mon amour forever è pubblicato nella collana Technovisions di Delos Digital

Perché è corretto sviluppare un pensiero critico sulla tecnologia!

La tecnologia manifesta oggi tutta la sua potenza creativa con effetti spesso dirompenti e implicazioni globali che non possono più essere sottovalutate. La domanda emergente impellente è quanto del progresso tecnologico attuale avvenga a scapito della precedente condizione umana e cosa potrebbe succedere se la macchine, diventando sempre più intelligenti, sostituissero gli umani nei loro posti di lavoro. Queste e altre domande sono alla base di molti  libri che riempiono gli scaffali delle librerie mettendo in guardia dagli effetti, le implicazioni e i cambiamenti che la tecnologia sta producendo. Lontani sono i tempi di High Touch High Tech di Jon Naisbitt ma non sono cambiati i temi di riflessione e le argomentazioni sui rischi e i pericoli che derivano dal lasciarsi influenzare dalla tecnologia. Ecco cosa ne pensa Eugeny Morozov, l’autore che meglio di altri sta oggi fornendo conoscenze e strumenti cognitivi utili a una riflessione non superficiale sulla tecnologia. Con i suoi numerosi libri e interventi pubblici Morozov è diventato punto di riferimento per tutti coloro che non vogliono fermarsi alla superficie della retorica cyber-utopica, democratica  e libertaria della Rete ma sono interessati a capire cosa stia succedendo e quali possano essere le conseguenze. E se invece di essere tutti protagonisti della Rivoluzione tecnologica fossimo in realtà semplici “schiavi”, convinti che mettere un MiPiace su una petizione di Change.org o su una pagina Facebook conti quanto un’azione politica? Una domanda non capziosa alla quale tutti dovrebbero cercare o tentare una risposta!

In una presentazione fatta a fine anno 2013, Eugeny Morozov, autore del libro L’ingenuità della rete e considerato uno dei cosiddetti cyber-critici, ha chiarito come il suo pensiero non sia catalogabile né tra i tecno-scettici né tra i tecno-entusiasti ed ha ribadito l’importanza di una revisione critica del discorso che abbraccia e racconta il fenomeno tecnologico.

Punto di partenza della sua riflessione è che i gadget che utilizziamo e la tecnologia che li rende possibili siano oggi sovrastimati e troppo al centro di ogni attenzione. Ciò che andrebbe enfatizzato non è lo strumento in sé e le sue caratteristiche tecniche e funzionali ma il contesto nel quale esso viene usato. Il mondo non può essere salvato o cambiato solo ricorrendo alla tecnologia, ciò che serve è la politica con delle strategie e una visione, e servono anche i sistemi sociali.

Un cambio di prospettiva e una maggiore attenzione posta sulle applicazioni e su come esse vengono usate, a livello individuale ma anche dentro organizzazioni e aziende, permetterebbe allora di comprendere come le tecnologie attuali siano dentro un contesto politico, quello del neoliberalismo, nel quale l’individualismo sta distruggendo l’infrastruttura sociale delle nostre società. In un contesto politico e sociale complesso le nuove tecnologie da sole non possono permettere agli individui di emanciparsi per conto proprio. Il cambiamento può avvenire solo con l’impegno politico e sociale delle persone.

In molti casi le tecnologie sono al contrario usate dal potere per sostenere il proprio dominio politico e impedirne la critica o la battaglia politica. Ne è esempio concreto l’uso che viene fatto della tecnologia per combattere il terrorismo (effetti collaterali con ricadute negative sui cittadini del mondo ma anche effetti diretti frutto di errori e di utilizzo di droni) e le sue ricadute negative sulla privacy delle persone come ha dimostrato il caso Snowden e NSA.

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La critica di Morozov è rivolta all’utilizzo fatto della tecnologia da parte del governo americano per combattere ad esempio la piaga dell’obesità rendendo il cittadino più consapevole e responsabile. Per Morozov l’approccio è utile ma non sufficiente perché sembra indicare che il cambiamento sia solo una responsabilità individuale. Quello che servirebbe invece è una politica diversa sull’alimentazione, la creazione di maggiori spazi per la mobilità individuale e per le attività fisiche. Al posto della politica si ricorre alla tecnologia percepita e sperimentata come una scorciatoia rapida e facilmente praticabile.

Per comprendere a fondo cosa è possibile fare per meglio agire bisogna comprendere le logiche del business sottostanti alla tecnologia e i modelli politici che crescono intorno ad essa. Modelli che, non a caso, mettono molte responsabilità direttamente sulle spalle del cittadino. Da un punto di vista politico affidarsi soltanto a strumenti e applicazioni tecnologiche è un modo per uscire dalla logica capitalistica per affidarsi alla produzione artigiana. Scrive Morozov in un suo libro del 2015 che “La società è sempre in movimento e il progettista non può predire come i diversi sistemi politici, sociali ed economici finiranno per ridurre, aumentare o ricalibrare il potere dello strumento che sta progettando”. Meglio impegnarsi e chiedere riforme politiche e legislative.

Morozov rigetta l’idea che le sue posizioni siano contro la tecnologia per sottolineare al contrario la necessità di mantenere attiva una capacità di analisi e di critica perché solo essa può facilitare un utilizzo migliore delle molteplici potenzialità della tecnologia. Una riflessione di questo tipo non può non essere politica e non può non interessarsi ai modelli economici sottostanti (vedi quelli di Google, Apple, Facebook, Amazon, ecc.). Non è un caso che a questi modelli economici Morozov ha dedicato un nuovo libro, Silicon Valley: i signori del silicio, nel quale critica l’utopia tecnologica che circonda Internet, celebrata da molti produttori tecnologici come la nuova Citta del sole futuribile. Un libro che contiene un’accusa pesante e provocatoria ai protagonisti della rivoluzione digitale, accusati per il ruolo che rivestono nelle politiche neoliberiste attuali e nel contribuire a plasmare l’architettura fluida e cangiante del capitalismo globale e finanziario contemporaneo.

Senza questa consapevolezza politica, il dibattito sulla tecnologia è monco e inconcludente e rischia di trasformare tutti in sostenitori involontari di posizioni, modelli e visioni oggi insufficienti per capire, agire e cambiare la realtà. Una realtà sempre più diseguale e ingiusta e che non può essere raddrizzata semplicemente partecipando alla rivoluzione tecnologica.

Serve al contrario sviluppare una robusta filosofia tecnologica che tenga insieme lo strumento e il suo utilizzo e ne valuti le ricadute non solo in termini tecnologici ma soprattutto sociali, politici ed economici. Le promesse della tecnologia non vanno prese per scontate ma contestualizzate e inquadrate in scenari più ampi, quello dello stato sociale, del lavoro, dei beni e dei servizi pubblici, della libertà e della libera circolazione di dati ma anche della loro protezione e privacy. La necessità di una nuova riflessione nasce dalla volontà di potenza e dal ruolo dominante della tecnologia a livello cognitivo e dall’urgenza di mantenere libera (più libera) e democratica l’intera infrastruttura dell’informazione che sta diventando sempre più centralizzata, controllata (cloud computing, big Data, NSA e privacy, ecc.) e in possesso di poche entità private, alcune anche poco trasparenti e democratiche.

Per sviluppare una riflessione bisogna prendere consapevolezza che, a differenza degli anni ‘70 in cui si discuteva e operava per garantire a tutti uno strumento di accesso ai dati, ai nostri giorni tutti dispongono di dispositivi e di tecnologie per un accesso alle informazioni, ma i dati sono sempre più centralizzati, posseduti e controllati da organizzazioni pubbliche e private che li archiviano, li catalogano, li organizzano sui loro Big Data, al di fuori di ogni controllo del legittimo proprietario o cittadino.

Per garantire al cittadino e al consumatore la libertà che era la promessa liberatoria della tecnologia, bisogna operare per la creazione di una infrastruttura alternativa a quella centralizzata che si sta affermando. Solo così la tecnologia continuerà a essere uno strumento di emancipazione e di liberazione.

Operare nel contrastare la centralizzazione di internet significa demistificare l’idea che la connessione sempre presente e diffusa alla Rete e al World Wide Web sarebbe stata la risposta giusta alla solitudine e alla alienazione sperimentate e vissute dolorosamente da molte persone nella loro vita online. La realtà è molto diversa ed è utile che lo si dica. La tecnologia sembra essere sempre più al servizio di chi sta lavorando alla creazione del nuovo Panopticon (carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham), un’utopia al rovescio nella quale grazie alla tecnologia si può espandere il controllo su tutti e farlo in modo che chi è controllato lo percepisca come liberatorio e democratico.

Secondo Morozov un modo per contrastare le tendenze in atto non è di impegnarsi per la libertà di Internet ma affinché la democrazia occidentale sopravviva, insieme alla libertà. Farlo può essere complicato perché la pervasività di gadget tecnologici, che soddisfano bisogni importanti dei consumatori e cittadini, finisce per mettere in secondo piano problemi e bisogni più importanti. Eppure bisogna farlo!

Per chi fosse interessato al pensiero dell’autore suggerisco di leggere il suo libro L’ingenuità di Internet, pubblicato dalle edizioni Codice e quello successivo, sempre edito da Codice Editore, dal titolo Silicon Valley: i signori del silicio.

 

 

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